Visualizzazione post con etichetta cucina. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cucina. Mostra tutti i post

giovedì 13 dicembre 2018

Settanta sfumature di tacchino, i nuovi vertici della follia

Era un freddo giorno di Agosto, qui in Western Australia, quando mio marito ed io abbiamo iniziato a parlare di come organizzare il Thanksgiving di quest'anno. Normalmente pianifico cene e pranzi da sola, ma essendo questa festa la quintessenza della tradizione statunitense nonchè la preferita del coniuge, preferisco sempre chiedere a lui prima di compilare il menù, per essere sicura che tutto sia come lui desidera. 
Sono passati ormai sei anni dal mio primo tacchino e non posso non provare una certa tenerezza al ricordo della mia ansia nel cucinare la cena per quel mio primo Thanksgiving (per chi volesse rileggere, QUI il diario di quel giorno), le strane vicende della vita che mi avevano portato in Medio Oriente a reperire gli ingredienti e a cucinare cibi propri di una tradizione che conoscevo solo attraverso i film per un gruppo di Americani espatriati, tra cui mio marito. Ricordo il tacchino che non cuoceva, i dubbi sulla pumpkin pie, la tavola apparecchiata malamente per la mancanza di tempo e infine il sollievo quando ho letto nei loro occhi che quanto avevo fatto era abbastanza e che, nonostante l'inesperienza, ero riuscita a ricreare l'atmosfera di quel giorno così speciale. 

Da quel giorno abbiamo sempre celebrato il Ringraziamento, a volte in modo piccolo e raccolto ma più spesso organizzando cene per gli amici, Americani e non. Ogni anno ci sono state nuove sfide (come in QUESTA occasione, in cui non avevo il forno) e mi sono infine impratichita nella preparazione delle diverse pietanze tipiche di questa occasione, imparandone i segreti ed elaborando le mie personali modifiche alle varie ricette. Ero dunque pronta per qualunque tipo di festeggiamento il coniuge avesse espresso il desiderio di avere. 

- Stavo pensando a qualcosa di diverso, quest'anno - ha esordito lui, esponendomi poi la sua idea.
Una cena per i suoi colleghi, settanta persone in tutto. Un menù di 14 portate. Una cucina professionale a disposizione e, se l'avessi desiderato, mi avrebbe trovato qualcuno per aiutarmi.
Una persona normale avrebbe detto subito no. Non sono una cuoca, solo una persona che ama cucinare. Non so nemmeno se sono brava o se ho sempre trovato persone gentili che hanno elogiato i miei piatti anche quando al loro palato non risultavano nulla di speciale.
Poi, vuoi mettere lavare tutti i piatti a mano? perchè la cucina, quella che doveva essere professionale, alla fine è risultata essere non proprio all'altezza. Per dirne una, niente lavastoviglie.
Io invece ho scrollato le spalle e ho detto che sì, certo, lo potevo fare.

Il menù prevedeva ovviamente il tacchino ripieno (cinque tacchini in effetti), lo stuffing da mangiare a parte, macaroni and cheese, corn bread, buttermilk biscuits, candied yams, Lumberjack beans, green bean casserole, mashed potatoes, potato gratin, corn on the cob, pumpkin pies, Key lime pies ed apple pies.

La cosa più difficile in assoluto è stata stabilire le quantità. Ogni ricetta riporta per quante persone è sufficiente quel piatto ma, essendo la cena estremamente abbondante, le porzioni per forza di cose devono essere più piccole. Non trovando online tabelle nè testimonianze che mi aiutassero, non avendo amici chef a cui chiedere, ho fatto la cosa peggiore, ovvero sono andata a caso, decidendo arbitrariamente di cucinare per 50. La ricetta dice che il piatto è sufficiente per dieci persone? bene, moltiplico per cinque le dosi.
Vi anticipo che anche così ho cucinato troppo, ed è avanzata un sacco di roba, tra cui un tacchino semi-intero.

Poi c'è stato il problema di dover stabilire in anticipo di quante persone avessi bisogno per aiutarmi, decisione difficile almeno quanto la precedente, non avendo mai cucinato una cena di queste dimensioni per così tanta gente.
Ho pensato che potevo cucinare in anticipo e congelare la maggior parte della roba. Così ho detto che mi serviva qualcuno solo il giorno della cena e per il resto potevo fare da sola. Mannaggia alla mia poca avvedutezza.

Poi c'è stato il problema di cucinare in grosse quantità senza avere l'attrezzatura adatta. Niente ciotole di grandi dimensioni, niente padelle adeguate. Presa dalla disperazione, a 5 giorni dall'evento sono andata da Kmart e ho comprato due pentoloni di acciaio da 15 litri l'uno che si sono rivelati utilissimi.

Poi c'è stata l'inesperienza, che mi ha portata a fare calcoli sbagliati. Quanto ci vuole per fare una apple pie? un'oretta? per farne sette il tempo si dilata a dismisura, nonostante avessi a disposizione nove forni. Cosa mi ha portato via più tempo? pelare e affettare 45 mele.
I dettagli contano e il tempo è un dettaglio da non trascurare. Dopo aver bollito dodici chili di patate per il purè ho iniziato a passarle nel mio schiacciapatate, pensando, (che sprovveduta che sono!) che fosse una buona idea prima schiacciarle tutte e fare poi il purè.
Il realtà le patate schiacciate sono raffreddate in fretta e il purè non solo mi è venuto granuloso (cosa mai successa) ma in frigo si è separato, una massa di patate da una parte e dell'acquetta biancastra dall'altra e la sera della cena mi ci sono voluti 40 minuti di fruste elettriche e tre litri di latte caldo per risolvere il problema.

Insomma, un errore dopo l'altro. Gli ultimi cinque giorni sono stati tremendi, con sveglia alle 4.30 per andare al lavoro, poi corsa al supermercato, poi corsa nella cucina ad un'ora e mezza di distanza, senza avere il tempo di pranzare, cucinare fino alle 10 di sera e poi di corsa a casa, mangiare un toast, dormire una manciata di ore e svegliarmi poi alle 4.30 del giorno dopo.
In quella settimana ho perso due chili, tra stanchezza e pasti saltati.

Il giorno della festa è arrivato anche troppo in fretta.
Mi sono alzata alle 5, alle 6.30 ero in cucina. Ho messo su il brodo per lo stuffing, poi sono arrivate delle persone ad aiutarmi, una ha tagliato le cipolle, un'altra il sedano, un'altra la spropositata quantità di pane necessaria. Alle 11.30 tutti e cinque i tacchini erano in forno, a mezzogiorno abbiamo tirato fuori dal freezer tutto quello che avevo congelato, i sette pani dolci di mais, i 140 biscotti al latticello, i chili di Lumberjack beans.
Vieni a vedere se ho fatto le cose per bene? no, vieni qui e mostrami come fare questa cosa.
Ho corso da una parte all'altra della cucina, controllando, correggendo, approvando. L'ora della cena è arrivata in un baleno.

La sala era gremita, due lunghi tavoli apparecchiati al centro, il buffet addossato alle pareti.
Ed è stato allora, quando ho visto la lunga fila di piatti da portata, che mi sono resa conto dell'incredibile quantità di cibo che avevo cucinato da sola. Ce l'avevo fatta.
E poi è scoppiato l'applauso della sala, un suono quasi irreale.

I piatti salati (sì, la foto è penosa)


Poichè celebravamo il Ringraziamento, mio marito ha suggerito che ciascuna delle persone presenti esprimesse ad alta voce la propria gratitudine, una possibilità per dirsi quelle cose che di solito rimangono non dette, ringraziare per i piccoli gesti di ogni giorno che rendono quello un bellissimo luogo di lavoro.
C'è stata tantissima commozione, chi si è messo a piangere mentre parlava, chi ha detto cose così belle da essere applaudito da tutti, chi ha fatto scoppiare a ridere l'intera sala, ma nel complesso è stato un momento bellissimo, che ha legato ancora di più tutti i presenti e ha fornito una spinta motivazionale fortissima.

Infine ci siamo alzati per iniziare a riempirci i piatti. Ho mangiato - letteralmente - a quattro palmenti, con tutta la fame accumulata nei giorni precedenti.
Ho avuto abbracci da tutti, ringraziamenti e complimenti a profusione e richiesta di ricette. E' stato bellissimo.

Nonostante la fatica e gli errori, è stata un'esperienza fantastica, che mi ha dimostrato, ancora una volta, che fare cose folli può anche portare un'immensa soddisfazione.

Il mio piatto

giovedì 23 novembre 2017

Paranoie novembrine

Ogni anno è uguale. 
All'approssimarsi di Novembre l'atmosfera inizia a farsi tesa e i discorsi tra me e mio marito iniziano a vertere su di lui, l'animale che dev'essere acquistato. Su quando lo dobbiamo comprare, su dove deve essere comprato e, soprattutto, su quanto grosso deve essere. 
Lui, il tacchino del Thanksgiving.

Un degno esemplare
L'idea strisciante è che non sia mai abbastanza.
- Siamo in dodici, basterà un tacchino di sette chili?
Il giorno della cena l'animale viene debitamente sgrassato, farcito e legato e infine cuoce per quelle cinque-sei ore, riempiendo la casa di quell'odore tipico di questa occasione e suscitando l'emozione negli occhi del consorte. La bestia fa infine la sua gloriosa apparizione sul tavolo apparecchiato e per un paio d'ore è la protagonista assoluta. Viene ammirata, tagliata, coperta di salsa di mirtilli rossi e mangiata insieme a tutto il resto. 

Matematicamente parlando, nonostante l'emozione e la volontà dei presenti di ingozzarsi come struzzi, ogni commensale non ingurgita più di un etto, massimo un etto e mezzo di carne, perchè lo spazio nello stomaco di ciascuno di noi è quello che è, e se il tacchino è il re della festa è anche vero che non è certo l'unico cibo disponibile sul tavolo.
Il risultato è che, una volta finita la festa, turkey leftovers recipes diventa la frase più ricercata su Google, la nostra tavola si popola per giorni e giorni di zuppe di tacchino, quiche di tacchino, insalate di tacchino, panini al tacchino ad ogni pasto, colazione inclusa, solo per finire i maledetti avanzi. Parallelamente, il nostro riposo notturno si fa più difficoltoso, i nostri sogni si popolano di montagne che si materializzano improvvisamente sopra al nostro stomaco, mentre bizzarri pennuti corrono qua e là ridendo a crepapelle.


Infine, più o meno una settimana dopo il fatidico giovedì, la carcassa della bestia viene finalmente buttata nella spazzatura e la restante carne suddivisa equamente tra i gatti e il congelatore. 
I micetti non la annusano nemmeno, a causa dell'overdose dei giorni precedenti, mentre la carne in congelatore resta lì un tempo indefinito finchè non viene dimenticata e poi buttata, con grosso rammarico della sottoscritta che odia sprecare il cibo.

Ogni anno i buoni propositi si sprecano. Quest'anno tacchino piccolo, piccolissimo, nano. Ripieno ridotto al minimo. Contorni vari aboliti, a meno che non possano essere mangiati nella loro interezza nell'arco della serata. Dolci? quali dolci? DIETA. Questa è la parola. Dieta.
Poi, semplicemente, non si può. Perchè è la tradizione, perchè mio marito è americano e ci tiene, perchè il tavolo deve essere imbandito e traboccante, quasi che il cibo stesso sia l'essenza del nostro "rendere grazie" per il benessere.

Il Thanksgiving è oggi, tra parentesi.
Io però oggi ho il turno del pomeriggio, quindi festeggiamo sabato. 
Avremo due ospiti, quindi saremo in quattro. Ho comprato il tacchino più piccolo che sono riuscita a trovare, tre chili di animale congelato che ora giace nel mio freezer.
La cena prevede tacchino farcito, ripieno extra da mangiare a parte, salsa di mirtilli rossi, patate al forno, green bean casserole, buttermilk biscuits, pumpkin pie e torta di ciliege.

Ieri sera mio marito mi ha guardata inquieto per un paio di minuti, quindi mi ha detto:
- Non so se la cena sarà abbastanza. Tre chili di tacchino basteranno per quattro persone? Forse potresti cucinare ancora qualcosa? magari il Boston bean pot (fagioli cotti con la melassa)? Ho paura che non ci sia abbastanza da mangiare.

venerdì 11 novembre 2016

F for food

Oggi parliamo di cibo!
I piatti più comuni, gli alimenti che non si trovano nemmeno a pagarli oro e quelli che mi fanno impressione solo a sentirne parlare. 

Ovviamente, come al solito, io racconto le cose dal mio punto di vista, quello di un'Italiana che vive nel Paesino nel Bush. Abbiamo tutti gusti diversi, quindi sicuramente i cibi che a me non piacciono avranno infiniti estimatori e viceversa, cibi che io adoro saranno odiati da molti. 
Il punto è che non voglio offendere nessuno: quindi, lettore, non venirmi a scrivere commenti tipo: "Il cibo X è buonissimo, non capisci niente". primo, perchè il tuo post è offensivo. Secondo, perchè io riporto solo il mio parere, non una realtà universale. 
Infine, se scrivo che il cibo Y qui è introvabile, intendo proprio qui, nel Paesino nel Bush, 300 km da Perth, meno di quattromila abitanti. Per favore, evita quindi cose tipo: "Non è vero, qui a Melbourne si trova!". Non parlo a nome di tutta l'Australia, e non ho difficoltà a credere che in una città di quasi cinque milioni di abitanti la scelta sia (ovviamente) più varia!

Cominciamo con gli alimenti più difficili da trovare, quelli per cui spenderei volentieri qualche dollaro in più solo per poterli avere saltuariamente nel frigorifero.

Carciofi
I carciofi qui non ci sono. Non li coltivano e non li mangiano. Scenetta di qualche tempo fa:

Collega: Come festeggiavi la Pasqua, in Italia?
Io: di solito andavo a pranzo dalla nonna.
Collega: e cosa ti cucinava?
Io: agnello con i carciofi.
Collega: oddio, i CARCIOFI??? ma li mangiate davvero?
Cioè, collega, stiamo parlando di CARCIOFI, non di teste di lucertola impanate e fritte. Carciofi, normali, buonissimi carciofi.
No, non gliel'ho detto. Ma l'ho pensato.

I miei colleghi hanno anche una spiccata antipatia per limoni e melanzane, due prodotti che, secondo loro "occorre cucinare troppo a lungo per rendere appetibili". Mah.

Pecorino e stracchino
I prodotti caseari che si trovano qui sono pochissimi, prevalentemente cheddar e feta, più alcuni formaggi italiani prodotti qui (simil-Parmigiano, ricotta, mozzarella). Il formaggio fatto col latte di pecora è assente dai supermercati, e personalmente sono riuscita a trovarlo solo in un minuscolo caseificio a conduzione familiare a 200 km da qui, l'unico dello stato a produrlo. Costa 87 dollari al chilo e viene venduto in frammenti da 100 - 200 g già confezionati sottovuoto.
Lo stracchino invece non c'è proprio. Nemmeno in Medio Oriente lo trovavo, e per me che sono genovese e ho la focaccia col formaggio nel sangue e nel cuore, questo è un problema. Ma è questione di tempo, ora devo solo reperire del caglio e poi me lo faccio da sola.

Tacchino
La fetta di petto di tacchino in tegame è uno dei miei comfort foods. Qui il tacchino non c'è, o meglio, non si trova fresco in macelleria da affettare, come in Italia. A Dicembre ha fatto la sua apparizione al supermercato l'animale intero e congelato e ne ho acquistato uno per Natale. In seguito mio marito me l'ha chiesto di nuovo, ma il tacchino è un articolo solo natalizio.
Ora che siamo a Novembre e mi sto preparando, come da cinque anni a questa parte, a celebrare il Thanksgiving, sono alla frenetica ricerca di uno di questi animali.
Bene, in Western Australia non ci sono allevamenti di tacchini. I macellai non sanno dove procurarmelo. Il supermercato forse, FORSE, inizierà ad avere tacchini congelati dal 20 di Novembre, quindi proprio pochissimi giorni prima del Ringraziamento. Credo che mi convenga fare un salto a Perth, per vedere se riesco a reperirne uno.

Lievito di birra fresco
Niente lievito in cubetti da tenere in frigo, da queste parti. Nemmeno quando abitavo in Medio Oriente lo trovavo. Sarà un prodotto solo italiano? qui si trova solo il lievito di birra secco (non istantaneo) in bustine. Sorvolo sulla faccia che fa la gente quando racconto che la pasta della pizza me la faccio in casa, perchè è un'altra storia.. (ma forse spiega perchè non si trova il lievito fresco).

Pesce fresco
Il pesce, qui nel Paesino nel Bush, è disponibile in sole due forme: fritto con le patatine, untissimo e di pessimo sapore, da acquistare dal vecchietto che gira col furgoncino, oppure impanato e congelato al supermercato, pronto da friggere con le patatine. Nient'altro. Il mercato del pesce più vicino dista 230 km.

I cibi che proprio non posso vedere (o sentirne il nome!)

Immagine presa da internet
Vegemite
La Vegemite divide il mondo in due categorie: quelli che la amano e quelli che la odiano.
Se non l'avete mai sentita, è un prodotto tipicamente australiano, un estratto di lievito che si spalma sul pane. 
Se non l'avete mai assaggiata forse potreste fare lo stesso errore che ho fatto io: ha lo stesso colore della Nutella, per cui inconsciamente mi aspettavo una cosa dolce. Ecco, è salatissima. Qui pane, margarina e Vegemite è un must, una merenda per i bambini e il pasto serale di molte persone.

Margarina di canola
In questa parte di Australia, il grasso più utilizzato è la margarina. Tralascio i discorsi su quanto poco salutari siano i grassi saturi. La margarina si ottiene dalla canola, ovvero dalla colza geneticamente modificata.  I campi di canola in primavera si ricoprono di fiori gialli dall'odore piuttosto intenso. "Canola stinks", dice la gente, qui. Personalmente trovo che non siano solo i fiori a puzzare, ma anche il prodotto finito. Non riesco a capire come possano mangiarlo. Yuck.

Impanato e fritto
Come dicevo prima, qui il pesce si trova solo impanato e fritto. Fish and chips è uno dei piatti importati dall'Inghilterra e viene gustato insieme alle fette di ananas impanate e fritte, una cosa di cui mi disgusta solo il pensiero.
Ma non è tutto: mi hanno raccontato di posti dove si possono acquistare le barrette di Mars, anche loro impanate e fritte.

Apricot chicken
Pollo cotto nel succo di albicocca e poi coperto con una specie di densa salsa di cipolle. Non ho commenti ulteriori da fare.

Sago, immagine presa da internet
Sago
E' uno dei dessert old-fashioned che è possibile trovare da queste parti. Viene fatto con l'amido ricavato da una palma. Se volete sapere come si presenta, visualizzate nella vostra mente le uova di rospo, immerse in quella roba gelatinosa che le contiene. Fatto? Ecco, così. Giallastro e aromatizzato al limone (è l'unico sapore che si avverte).

Quello maculato
Come in tutto il resto del mondo, da queste parti ci sono poi una serie di cibi normalissimi ma con un nome assurdo. Recentemente ad una cena mi hanno servito lo "spotted dick", che nonostante il nome improbabile è solo una specie di muffin alla frutta.

Un appunto finale: volevo inserire una categoria di cibi australiani che apprezzo, ma ho avuto problemi a scriverla. Mi piace la cucina tipica di molti paesi, ma in effetti l'Australia non ha una cucina "sua", a meno di non parlare del canguro arrosto o di altri piatti a base di animali nativi. Tutto il resto ha viaggiato insieme ai coloni che sono partiti dall'Europa o dall'Asia per stabilirsi nel Continente Nuovissimo. Ecco dunque che ritroviamo una buona parte di cibi inglesi ed irlandesi, più alcune specialità italiane e piatti del sud-est asiatico.
Per quanto riguarda i cibi di tradizione britannica, onestamente non ne vado matta. Certo, capita che per mancanza di tempo si mangi una beef pie per pranzo, o un piatto di fish and chips o di stew in una roadhouse, ma non sono cibi di cui mi nutrirei volentieri tutti i giorni. Ogni tanto va bene, ma solo sporadicamente. Anche la tanto decantata pavlova, una meringa coperta di panna e frutta, pur essendo buona non la giudicherei certo un dolce eccezionale.

E questo per ora è tutto, sul cibo. Alla prossima!

lunedì 25 gennaio 2016

Cipollata tiepida con patate quarantine e farro

Questo mese il tema dell'MTC scelto da Vittoria Traversa è zuppe e minestroni e questo mese, per la prima volta da quando partecipo all'MTC, non mi trovo all'estero mentre mi accingo a preparare il piatto della sfida, ma sono in vacanza in Italia, nella mia Genova. Cosa fare, cosa preparare? un magnifico minestrone genovese, come quello proposto da Vittoria nel post della sfida? No, questa volta volevo fare qualcosa di diverso.
Avevo inizialmente pensato di usare un po' di preboggion, quell'insieme di erbe selvatiche che, una volte pulite e cotte, possono essere utilizzate in modo superbo per la realizzazione di un sacco di piatti genovesi. Ma quest'anno, come mi ha avvertito la nonna, le erbe del preboggion hanno già fatto il fiore a causa del clima, e sono quindi diventate dure. 
Così ho fatto un giro al Mercato Orientale, un salto da Eataly e alla fine mi sono ritrovata con un sacco di cipolle e di patate e su questi due ingredienti ho deciso di costruire la mia zuppa.

Cipollata tiepida con patate quarantine e farro

Ingredienti
2 cipolle dorate
1 cipolla rossa 
1 cipolla borrettana 
2 scalogni 
6 patate quarantine
una tazza di farro perlato
6-7 rametti di timo fresco
5-6 rametti di maggiorana
1 spicchio d'aglio
olio evo
sale

Ho scaldato l'olio con le erbe aromatiche e l'aglio a fuoco basso, mentre affettavo le cipolle. 


Ho quindi unito le cipolle e gli scalogni tagliati a fettine, e dopo un paio di minuti anche le patate, pelate e tagliate a fette. 


Ho aggiunto il sale e ho mescolato. Ho quindi abbondantemente coperto d'acqua le verdure, coperchiato la pentola e fatto cuocere a fuoco basso per circa due ore. 
A parte ho fatto lessare il farro al dente, l'ho unito alla cipollata e ho fatto cuocere ancora una decina di minuti.
L'ho servita tiepida, con un filo d'olio evo di Albenga.




Con questa ricetta partecipo all'MTC di Gennaio.

sabato 21 novembre 2015

I miei ravioli di inizio estate

Quando ero bambina, alla fine di Novembre respiravo già l'atmosfera natalizia. Le strade si riempivano di luci intermittenti, in televisione cominciavano ad esserci pubblicità a tema e sugli scaffali dei supermercati apparivano i primi panettoni. 
Ho sempre amato questo momento dell'anno, il freddo che inizia a farsi pungente, i maglioni pesanti, le passeggiate sotto l'ombrello, le castagne da raccogliere nei boschi umidi, il colore delle foglie a terra, le domeniche pomeriggio passate accanto al termosifone, sorseggiando una bevanda calda. 

Questi sono anche i giorni in cui i miei nonni iniziavano a fare i ravioli per il pranzo di Natale. Montagne di ravioli, che venivano poi congelati e cotti la mattina di Natale per essere quindi conditi co u tuccu.
Quando ho visto che il tema della sfida erano proprio questi ravioli, che il nonno mi ha insegnato a fare quando ero bambina, il mio cuore ha fatto un salto: la ricetta di nonno, propongo la ricetta di nonno. Poi ho capito che non sarebbe stata una buona idea.

Avete mai provato a cucinare il vostro piatto preferito all'estero? non ha il sapore che ricordate ed è una delusione. Alcuni ingredienti non si trovano e vanno sostituiti, altri, anche se all'apparenza sono i medesimi, hanno comunque un gusto diverso. Nel mio caso, tanto per dirne un paio, avrei dovuto sostituire le erbette del ripieno con gli spinaci congelati - un'eresia - e avrei dovuto eliminare completamente quella manciata di porcini secchi che la nonna mette nel sugo, perchè qui i porcini non esistono.
Ma non era tutto qui. Ravioli col tocco e cappon magro sono il pranzo di Natale. 
E il Natale, quest'anno, per la prima volta nella mia vita non lo passerò seduta al tavolo da pranzo della nonna, ma a migliaia di chilometri di distanza, nel Paesino nel Bush qui in Western Australia, dove vivo. 
Un Natale estivo, con la gente in maniche corte che fa grigliate sulle spiagge. 
Ci sono alcuni riti che sono sacri e non si possono modificare. Sono i riti della memoria, quelli del cuore, quelli che si ripetono uguali anno dopo anno e hanno un posto speciale dentro di noi.
Non posso fare i ravioli col tocco qui, in questo inizio di estate australiana, e non c'è altro da aggiungere.

E allora? e allora bisogna fare qualcosa di diverso. Qualcosa che sia in sintonia col posto e la stagione. Così ho frugato nella dispensa e negli scaffali del supermercato e sono tornata a casa con un bottino improvvisato sul momento, ma che è servito magnificamente allo scopo.

Ravioli di patate e pecorino con ragù bianco di agnello
Ingredienti per la pasta
5 cucchiai di farina ( proponimento: devo comprare una bilancia)
un uovo
un pizzico di sale
5 patate royal blue
4 cucchiai di Farmhouse Gold di Nannup
un mazzetto di erba cipollina
sale e pepe

Per il ragù
400 g di agnello macinato
una costa di sedano
una piccola cipolla
una manciata di timo
un bicchiere di vino bianco 
3 mestoli di brodo vegetale

Per la pasta, non  avevo dubbi: ricetta tradizionale emiliana, 100 g di farina e un uovo. I miei 100 g sono sempre approssimati a cucchiai, ma pazienza. Le uova me le porta fresche una mia collega: qui tutti hanno i chooks, le galline. Quanto alla farina, vivo al confine della Wheatbelt, la regione del Western Australia dove i campi di cereali si estendono a perdita d'occhio: la farina è di produzione locale e di ottima qualità. 
Al supermercato ho trovato poi le royal blue potatoes, patate a pasta gialla con la buccia rossa e il sapore intenso.
Le ho abbinate al Farmhouse Gold, un pecorino stagionato prodotto artigianalmente  in una fattoria di Nannup, a circa 200 km da dove vivo io, e a tutti gli effetti l'unico caseificio della zona che lavora latte di pecora: un po' distante, ma il formaggio vale davvero la pena del viaggio ( la rima non è volontaria).
Girovagando nella sezione macelleria del supermercato ho poi trovato l'agnello, e perchè non fare un ragù di agnello?
Detto fatto, appena tornata a casa ho preso sedano e cipolla e ho messo su il soffritto. 


La mia dotazione di pentole è molto scarsa, quindi ho usato una padella antiaderente. Le mie foto, come al solito, sono orrende.
Ho poi aggiunto l'agnello, sfumato col vino, aggiunto il timo e lasciato cuocere a fuoco bassissimo per circa un'ora e mezza.


Nel frattempo ho messo a bollire le patate.

na volta cotte ho aggiunto sale e pepe e l'erba cipollina tagliata a pezzettini ( mi piace sentirne il sapore). Ho quindi grattugiato il pecorino e l'ho incorporato alle patate, lavorando fino ad ottenere un impasto omogeneo.
Ho impastato uovo e farina e tirato la sfoglia secondo gli insegnamenti del nonno.




Ho cotto la pasta in acqua bollente per circa 10 minuti, quindi l'ho scolata e l'ho condita col ragù.
Con questa ricetta partecipo all'MTC di Novembre.



domenica 24 maggio 2015

Trionfo di pomodoro al profumo d'Australia

Eccomi di nuovo all'MT Challenge, con connessione internet nuova di zecca. 
Questo mese la sfida proposta da Paola verte sul piatto più facile e più complesso che esista, quello che tutti gli Italiani hanno mangiato almeno una volta, quello di cui ogni famiglia ha una ricetta: la pasta col pomodoro.
Potrei dire che questi due ingredienti base - la pasta di grano duro e il pomodoro - costituiscono uno dei cardini della nostra cucina. 


Il problema era inventare una ricetta originale e farlo qui, in Australia, dove la pasta non è uno dei cardini della cucina e i pomodori, essendo autunno inoltrato, fanno abbastanza schifo. 
Mi sono messa a pensare. 
Io ho la tendenza ad infilare qualcosa del posto in cui vivo in ogni piatto che cucino. Questo perchè credo fermamente che la conoscenza di un luogo passi anche attraverso il cibo. Inoltre, per me che sono espatriata, coniugare il mondo che conosco e che mi è familiare col nuovo mondo in cui mi sono trasferita è una necessità quotidiana. 

C'è un capitolo della cucina australiana che mi è completamente ignoto e che trovo assolutamente intrigante: è quello che riguarda il bush food, le piante selvatiche commestibili australiane. 
Ho pensato di cominciare a creare la mia ricetta da lì. E quale pianta è più appropriata, per questa sfida, del bush tomato?
Ovviamente tra il dire e il fare c'è di mezzo il fatto che il bush food non è in vendita nei supermercati, nè grandi nè piccoli, è assente dai mercati settimanali dei coltivatori locali ed è, generalmente, difficilissimo da reperire. L'unica eccezione è data dalle noci macadamia, originarie del Queensland.
Dopo lunghe inutili ricerche, mi sono rassegnata a comprare una salsa di pomodoro che contiene il 10% di bush tomato. Il sapore è comunque piuttosto forte. 
Provo a descriverlo: il primo termine di paragone è con i pomodorini secchi. Pomodorini secchi molto aromatici. Poi si avverte una nota dolce, come caramellata, e infine un retrogusto che mi ricorda il timo. Come potevo usare questa salsa così aromatica?

Poi c'era il problema della pasta. Forse nelle grandi città australiane c'è più scelta, ma qui nel paesino del bush l'alternativa è tra la pasta australiana con la marca del supermercato e la pasta importata di una nota marca italiana di cui non voglio fare il nome. 
Ho avuto delle brutte esperienze, con questa marca: già non era tra le mie preferite, ma comprandola all'estero ( in posti diversi e in formati diversi) il sapore era pessimo, come se per le partite di pasta destinate all'estero venisse usato un grano duro di qualità scadente. Mi sono ripromessa di non acquistarla più.
La pasta del supermercato invece, per quanto diffidente, si è rivelata buona. Certo, non è la pasta di Gragnano, però è di qualità accettabile, ha un buon sapore e non diventa colla dopo due minuti di cottura.


Ho scelto di usare i pomodorini secchi e l'aglio cotto al forno, dall'aroma leggermente caramellato, per riecheggiare il sapore del bush tomato. Ho quindi scelto di unire le noci macadamia per dare al piatto una nota croccante ( e assolutamente australiana).
"Trionfo di pomodoro al profumo d'Australia" è il titolo che ho deciso di dare al mio piatto. Anche "Pomodorismi" mi piaceva, ma insomma, sono andata sul tradizionale :)
Se avessi dovuto dare il nome al piatto in base alla sua composizione, avrei dovuto chiamarlo così:

Pasta al pomodoro del bush con pomodori ciliegini, noci macadamia e aglio infornato su cracker ai pomodorini secchi

Ingredienti per il cracker
5 pomodorini secchi
due tazze di farina
mezzo cucchiaino di zucchero
mezzo cucchiaino di lievito in polvere
olio
un pizzico di peperoncino in polvere
sale

Ingredienti per la pasta
200 g di fusilli
200 ml di passata di pomodoro al bush tomato
250 di pomodori ciliegini
2 teste d'aglio
50 g di noci macadamia
olio
timo
sale 

Per il cracker, ho messo i pomodorini secchi in ammollo in una tazza piena d'acqua calda per una ventina di minuti. Li ho quindi privati della pelle e frullati con tre cucchiai di farina, fino ad ottenere un composto omogeneo.


Ho aggiunto un pizzico di peperoncino, il resto della farina e ho amalgamato. 
Ho quindi filtrato l'acqua dell'ammollo dei pomodorini e l'ho aggiunta ad una mezza tazza di acqua tiepida. Ci ho sciolto dentro il lievito con una punta di cucchiaino di zucchero. Quando ha iniziato a fare le bolle l'ho aggiunto alla farina insieme ad un filo d'olio e ho impastato. Quando l'impasto ha iniziato ad incordare ho aggiunto il sale. 
Ho fatto lievitare fino al raddoppio, quindi ho steso l'impasto a 2-3 mm di spessore e ne ho ricavato delle losanghe che ho fatto cuocere per 20' in forno a 200°C.


Mentre i crackers raffreddavano, ho preso due teste d'aglio (l'aglio che trovo qui ha spicchi rosa piuttosto piccoli, e gusto delicato).


L'ho condito con olio e timo e l'ho infornato per una ventina di minuti a 200°C, finchè non è diventato morbido, quasi cremoso.

Ho quindi messo a bollire l'acqua per la pasta, alla quale ho aggiunto la salsa col bush tomato.


Mentre la pasta cuoceva, ho fato saltare in padella i pomodorini ciliegia precedentemente sfilettati con un filo d'olio e due rametti di timo. Ho aggiunto la crema d'aglio e vi ho quindi versato dentro la pasta. 
Ho disposto un cracker sul piatto, vi ho adagiato sopra la pasta e spolverato con le noci macadamia tritate.


Con questa ricetta partecipo all'MTC di Maggio.

venerdì 20 marzo 2015

Australian beef and potato tarte

Eccomi qui, dopo una lunga assenza. E mentre le sfide dell'MTC si susseguivano, una più bella dell'altra, io mi mangiavo le mani, perchè tutti i miei attrezzi da cucina erano imballati negli scatoloni per il trasloco.  

Siamo in Australia da due mesi e da poco più di un mese siamo nella nuova casa, in un paesino nel bush del Western Australia.
- Raccontaci, com'è l'Australia? - mi hanno chiesto tutti.
L'Australia è immensa, ho detto a tutti. Immensa e bellissima. Ha paesaggi meravigliosi, spiagge da cartolina, una flora diversa e intrigante e una fauna invadente, dal ragnone velenoso che trovi dentro casa alla lucertola lunga sessanta centimetri che sbuca fuori mentre cammini nel bosco, dai pappagalli che ti svegliano con i loro versi al mattino ai canguri che ti tagliano la strada saltellando mentre guidi fuori dalle città.
E' diversa da qualunque posto abbia mai visto prima, piena di cose interessanti da scoprire, con una civiltà che in gran parte è quella occidentale che ci è nota, e in parte è costituita dagli Aborigeni, il popolo imperscrutabile che arrivò qui per primo e che ancora oggi ( mi verrebbe da dire, soprattutto oggi) è vittima di un razzismo dilagante. 

Al di là di questo, trasferirsi qui è stato esattamente come quando mi sono trasferita in Medio Oriente.
Devi iniziare tutto da capo, casa, utenze, cibo, lavoro, amicizie, clima, paesaggio.. abituarsi al nuovo è la parte più difficile.
C'è un momento, quando ti trasferisci in un nuovo paese, in cui smetti di sentirti in vacanza e senti la fortissima necessità di sentirti a casa. Hai bisogno di trovare qualcosa di familiare, di stabilire nuovi punti cardinali entro cui muoverti per ritrovare te stessa.
In Medio Oriente questo processo avvenne grazie ad una bella amicizia con una donna giordana e, soprattutto, grazie al cibo che cucinammo insieme, un cibo diverso, un cibo arabo, ma alla fine un cibo che conteneva molti degli ingredienti che conoscevo, quelli della tradizione mediterranea. 

Qui questo momento non è ancora arrivato, e mi sento ancora spersa, ancora "in sospeso", in mezzo ad una casa ancora piena di scatoloni. Avrei voluto creare una ricetta che fosse la quintessenza dell'Australia, ma mi rendo conto che in questi primi mesi non ne sono ancora in grado.
Il piatto che vi propongo oggi è incredibilmente adeguato a questi giorni di inizio autunno, pieni di pioggia e di freddo.
Si tratta di una rivisitazione delle eterne pies che qui si trovano ad ogni angolo di strada ed è, al momento, il cibo più australiano che posso offrirvi.



Australian beef and potato tarte

Ingredienti per la pasta brisée di M. Roux

250 g di farina
150 g di burro leggermente ammorbidito, tagliato a pezzetti
1 cucchiaino di sale
1 pizzico di zucchero
1 uovo 
1 cucchiaio di latte freddo

Per la farcia
500 g di carne macinata di manzo Angus australiano
una carota
una cipolla
due gambi di sedano
una manciata di piselli
200 g di passata di pomodoro
mezzo bicchiere di vino rosso
mezzo litro di brodo di carne
olio evo
sale
una generosa manciata di pepe

Per il topping
4 patate grosse
una noce di burro
una manciata di parmigiano grattugiato
latte
sale
pepe

Per la brisèe, come da regolamento, ho seguito la ricetta di Flavia di Cuocicucidici. 


Mentre la pasta riposava in frigo, ho iniziato a preparare la farcia. Ho tagliato finemente la cipolla, la carota e il sedano e li ho soffritti nell'olio extravergine. Ho quindi aggiunto la carne e i piselli, sfumato col vino, aggiunto il pomodoro e regolato di sale e pepe. Infine ho aggiunto il brodo a mestoli e ho abbassato al minimo, facendo sobbollire per circa un'ora e mezza.


Ho quindi messo le patate a bollire, e nel mentre ho steso la sfoglia.



Ho optato per una cottura in bianco della base di circa 20 minuti, in quanto la carne era molto sugosa. 
Una volta cotte le patate le passate nello schiacciapatate, ho aggiunto il latte, il burro e il parmigiano e ho mescolato fino ad ottenere un purè piuttosto morbido. Ho quindi regolato di sale e pepe.
Ho poi farcito la base cotta con la carne e completato col purè.
Ho provato a far gratinare il tutto, ma temo che il mio grill non funzioni affatto...


La foto, come al solito, lascia a desiderare, perdonatemi. So che non si vede bene la base. A onor del vero, forse altri 5 minuti di cottura in bianco ci sarebbero stati bene.

Con questa ricetta partecipo all'MTC di Marzo ( per la prossima mi impegno di più, promesso!!)

venerdì 28 novembre 2014

Il mio Thanksgiving 3.0

Premessa

Qualche mese fa, il nostro scalognatissimo forno di bassa qualità ha iniziato a darci di nuovo problemi: il rivestimento interno di vernice si staccava di nuovo a pezzetti e produceva uno strano odore durante la cottura. Oltre a questo, le piastre del piano cottura sovrastante avevano iniziato a fare fumo. 
Abbiamo chiamato l'assistenza, costituita come al solito da tecnici poco esperti.
Premetto che non ho assolutamente nulla contro di loro, ma come tutte le volte in cui in questo paese mi è capitato di avere a che fare con un tecnico (vedi anche le mie esperienze con l'idraulico, l'uomo della lavatrice e il tecnico del condizionamento) ho avuto dei problemi. Il fatto è che parliamo di persone che nel 99% dei casi provengono da un paese del terzo mondo che si "improvvisano" idraulici, elettricisti e quant'altro ma senza avere davvero le conoscenze teoriche necessarie a svolgere la professione. E non c'è niente da fare: assumere persone provenienti dal terzo mondo senza insegnargli prima a lavorare secondo standard qualitativi adeguati significa ricreare il terzo mondo da un'altra parte. Ripeto, non è colpa loro, ma la mancanza di professionalità è indubbia.

I tecnici arrivano, sono gli stessi dell'altra volta. Guardano il forno.
- Qual è il problema madam? si accende no?
Gli spiego che sì, si accende, ma la vernice si stacca e cade sui cibi, per non  parlare del fumo e dello strano odorino. Loro mi guardano come se fossi pazza, è evidente che per loro questi non sono problemi.
Gli dico che nonostante il forno sia stato riverniciato il rivestimento interno si stacca di nuovo.
Mi guardano.
- No madam, non è vero. Magari è lei che non pulisce bene.
Stiamo scherzando? possono dirmi tutto, ma non che il forno non è pulito. Splende. Gli chiedo di indicarmi dov'è sporco e gli faccio vedere un pezzo di vernice che si staccata.
Loro sono in difficoltà. Infine scorgono sulla griglia una piccola macchietta (mezzo cm) di ruggine.
- E' qui, madam, vede? la ruggine si scioglie e si deposita sul fondo del forno, creando queste piccole cose nere che lei ci ha fatto vedere.
Penso di avere gli occhi fuori dalle orbite, come nemmeno una lumaca potrebbe fare. La ruggine si scioglie e crea pezzetti di vernice nera???
Mi è chiaro che non sono in grado o non vogliono aiutarmi. Con mio marito decidiamo di comune accordo di non utilizzare più nè forno nè fornelli e compriamo una piccola piastra elettrica per poter continuare a cucinare.

Con l'avvicinarsi del Thanksgiving, dove l'uso del forno è fondamentale per la cottura del tacchino, abbiamo deciso di chiedere all'amica di un'amica di poter utilizzare il suo forno. 
Io abito in un complesso formato da due grattacieli e da un centro commerciale al piano terra, che unisce le basi dei due edifici e il cui attraversamento costituisce il modo più rapido per andare da un grattacielo all'altro. Scontato dirlo, noi abitiamo in un grattacielo e questa ragazza nell'altro. 
In altre parole, questo significava che per cuocere il tacchino avrei dovuto attraversare il centro commerciale del piano terra col tacchino (6,5 kg) in braccio.
Ma io sono una donna dalle mille risorse (ahaha) per cui mi ero organizzata.

Il centro commerciale a piano terra ospita un supermercato di una nota catena britannica, dove abitualmente faccio la spesa. Ai residenti nelle due torri è permesso portare la spesa fino al proprio appartamento col carrello.

Il mio Thanksgiving

Ore 7
Vado a fare la spesa e porto il carrello del supermercato fino al mio appartamento. Controllo quindi che nessuno dei vicini stia uscendo di casa proprio in quel momento e sequestro il carrello, portandolo dentro all'appartamento e sistemandolo nel corridoio.

Ore 10
Con la mia piccola piastra elettrica ho cotto le patate per le mashed potatoes e i fagiolini per la green bean casserole. E basta, perchè in effetti l'abbiamo pagata l'equivalente di 10 euro, quindi non funziona granchè bene. 

Ore 11.30
Vado a prendere la tovaglia bianca di fiandra per apparecchiare il lungo tavolo. Apro un cassetto, ne apro un altro. Frugo negli armadi, cerco tra le lenzuola. Sparita. Dove accidenti l'ho messa? E' tardi e non tempo, quindi prendo un lenzuolo bianco, lo piego a metà, ci sistemo sopra il centrotavola che sto ricamando da mesi in vista del Ringraziamento e dispongo piatti, posate, bicchieri e tovaglioli.

Ore 12
Ho fatto il brodo e il ripieno per il tacchino. La bestia ha finito di scongelarsi per cui la sgrasso, la pulisco, la salo per bene, la ungo d'olio e la farcisco, legandogli poi le zampone con lo spago da cucina. 
Preparo il carrello, stipando dentro i sacchetti del supermercato tutto quello che devo cuocere nell'altro appartamento: il tacchino, la pentola di brodo necessario per bagnarlo in cottura, il ripieno avanzato che deve gratinare, le pannocchie e il necessario per preparare un chilo di macaroni and cheese ( ricetta americana, of course). 
Ad un'occhiata superficiale sembra che abbia appena fatto la spesa e mi illudo di non dare nell'occhio.

Ore 13
Esco di casa col carrello pieno di sacchetti. Le prossime ore le passerò a cucinare, per cui nel vestirmi ho dato la precedenza alla comodità. Ho i capelli spettinati e legati malamente, indosso una vecchia T-shirt grigia di mio marito, una gonna nera sdrucita lunga fino ai piedi e, per completare il quadro da nonna Abelarda, ho un paio di pantofole col buco. Tanto, mi dico, a quest'ora non c'è mai molta gente al centro commerciale!!

Ore 13.05
Scopro che oggi nel centro commerciale c'è una specie di festival, con tantissimi stand e, soprattutto, tantissima gente. Mi raggomitolo su me stessa e attraverso i corridoi più velocemente che posso. 
Certo che almeno potevo mettermi un paio di scarpe senza buchi. Perdindirindina.

Ore 14.10
Arrivo nell'altro appartamento e scopro che S, l'amica della nostra amica, è una donna super tecnologica: mega frigorifero dove si può decidere la temperatura dei vari ripiani, microonde ultima generazione, non plus ultra in fatto di lavastoviglie e lavatrice e soprattutto, piano cottura ad induzione con sottostante forno di alta tecnologia, che va programmato tramite display. C'è un programma di cottura per ogni cosa, nonchè la possibilità di cuocere più cose diverse nello stesso tempo, programmando una cottura differente per ogni piano. Mi immergo nel manuale di istruzioni mentre chiacchiero con la mamma di S, appena arrivata dal Canada. 
Programmo il forno e mi ci siedo davanti, nell'ansia di aver scelto il programma sbagliato che porterà il mio tacchino alla carbonizzazione. 

Ore 18.10
E' tutto pronto, la bestia è cotta e dorata (per fortuna ho programmato bene il forno!), la teglia di macaroni and cheese e quella con il ripieno avanzato del tacchino hanno appena finito di gratinare, il gravy (la salsa ricavata dai succhi di cottura del tacchino) è pronto e così le pannocchie.

Ore 18.15
Rimetto tutto nel carrello del supermercato, scendo a piano terra e riattraverso il centro commerciale gremito di persone diretta al mio grattacielo. Al ricercato abbigliamento descritto prima si sono aggiunte anche alcune caratteristiche e vistosissime macchie.

Ore 18.30 
Arrivo al mio appartamento. Gli ospiti sono già quasi tutti arrivati. 
Accendo la mia piccola piastra elettrica e riscaldo velocemente le mashed potatoes e la pentola di fagiolini.
Porto quindi tutto in tavola e ceniamo. Una delle ospiti ha portato un pasticcio di cavolfiore e pancetta, tipico di una zona del South Carolina, e una specie di focaccia tagliata a striscioline. I nostri ex vicini della casa nel deserto hanno portato una apple pie e una blueberry pie. Siamo in 12 ma c'è cibo per una trentina di persone. 

Mangiamo a quattro palmenti, e nel frattempo ridiamo, parliamo a tutto spiano e gustiamo la gioia di essere insieme, che è poi l'essenza stessa di questa festa. 
Col l'occasione della cena del Ringraziamento abbiamo invitato le persone che ci sono più care, e i nostri ospiti vengono da tutti continenti e anche se per molti questa festa è estranea alle tradizioni del loro paese, sono comunque tutti qui, perchè alla fine è una scusa per stare insieme, per festeggiare l'amicizia che ci lega.

Ecco qualche foto del tavolo delle bevande, dei macaroni and cheese e del tacchino fatte dopo l'assalto di 12 persone.



La cena alla fine è andata benissimo e nessuno si è accorto che sul tavolo, al posto della tovaglia, c'era un lenzuolo :-)
Buon Thanksgiving a tutti, con un giorno di ritardo.

martedì 8 luglio 2014

Perle folcloristiche

Inauguro oggi la sezione delle perle folcloristiche, ovvero piccoli aneddoti sulla mia vita qui, con tre episodi relativi ai mesi scorsi.

La paletta più bella del mondo.
Al supermercato, in coda alla cassa. Tra i miei acquisti c'è un'orrenda paletta per la spazzatura color oro, ovvero quella che costava meno.
La signora in coda dietro di me inizia a guardare insistentemente il mio carrello, e infine mi rivolge la parola.
- Senta, glielo devo proprio dire: quella paletta è bellissima.
- Ehm... grazie.
- No, è proprio stupenda. Dove l'ha presa?
- Nel reparto casa, vicino alle scope e agli spazzoloni.. dove ci sono per l'appunto le palette per la spazzatura.
- Ma in quale supermercato?
- (sono in coda alla cassa e sto per pagare: in quale supermercato l'avrò mai presa?) in questo supermercato...
- Ah! grazie. E' proprio bella.

E' cilindrico, si trova dentro alla lavatrice e gira...
Quando a Gennaio ci siamo trasferiti in questo appartamento, abbiamo ovviamente portato con noi la nostra fidata lavatrice, alla quale, prima di effettuare il trasloco, avevo rimesso i bulloni per bloccare il cestello, gli stessi che quando l'avevamo comprata mi avevano fatto impazzire.
Dopo esserci trasferiti ho quindi cercato un tecnico che venisse a fare gli allacci. Dopo due settimane e mezzo di panni lavati a mano finalmente ne abbiamo trovato uno. L'uomo si presenta un pomeriggio subito dopo pranzo, mentre sto lavando i piatti.
Gli apro, lo porto nello stanzino, gli mostro l'elettrodomestico e torno a pulire la cucina.
Due minuti dopo mi chiama.
- Madam, posso tagliare la spina della lavatrice?
- Come, prego?
- Nel muro non c'è la presa, c'è solo un buco per infilarci il filo... quindi taglio la spina in fondo al cavo elettrico e metto il filo lì dentro.
- Ehm.. non c'è un'altra soluzione? una prolunga?
- No.
- D'accordo.. tagli la spina.
Cinque minuti dopo mi richiama.
- Fatto. Ora dobbiamo far partire un giro di prova per vedere se la lavatrice funziona.
- Prima occorre togliere i bulloni sul retro.
- Bulloni?
- Si, quelli per bloccare il... ehm... - e qui casca l'asino, perchè non avevo idea di come si dicesse "cestello" in Inglese.
- I bulloni che bloccano quella cosa cilindrica che si trova dentro alla lavatrice e gira, ha presente?
L'uomo ha uno sguardo vacuo.
- Madam, ora azioni la lavatrice, così vediamo se funziona.
- No, non la possiamo azionare... dobbiamo prima togliere i bulloni. Ha capito di cosa parlo? Quelli che bloccano il .... cilindro che gira. Altrimenti nelle centrifughe la lavatrice saltella.

L'uomo non ha idea di cosa io stia dicendo, nemmeno dopo avergli indicato i bulloni. Come dire, niente male per un tecnico delle lavatrici!
- Va bene... si sposti.
- Come, madam?
- Si sposti. Li tolgo io. Ce l'ha una pinza?
Ci siamo scambiati di posto e gli ho mostrato come levare i bulloni, mentre lui mi guardava con occhi sgranati, a metà tra l'imbarazzo e l'ammirazione.

Il ratto nel soffitto
Era la fine di Marzo, l'antivigilia della partenza per l'Australia.
Immaginatevi la scena: la casa è piena di pile di panni stirati e da stirare, sacchetti, libri, borse, liste di cose da portare appiccicate ovunque. Le valigie giacciono aperte e piene a metà, io sono impegnatissima a lavare, piegare, pulire, spolverare, recuperare i cavetti delle macchine fotografiche e i caricabatterie, rintracciare quel maglione e quelle scarpe che potrebbero essere utili ma chissà dove sono finiti. C'è il frigo da pulire, l'aspirapolvere da passare, le lenzuola da cambiare e mille altre cose che devono essere ultimate entro domani pomeriggio.

In mezzo a tutto questo bailamme suonano alla porta. E' il tecnico che deve pulire le grate dei condizionatori.
Qui nel deserto il sistema di condizionamento è "di serie". Tutti i palazzi vengono costruiti con dei condotti per l'aria condizionata, e negli appartamenti in ogni stanza ci sono una o più grate da cui esce l'aria fredda.

Il tecnico non l'abbiamo chiamato noi, la pulitura tocca a tutti gli appartamenti obbligatoriamente, a rotazione.
Lo faccio entrare e torno alle mille cose che sto facendo.
Lui sistema la scala in soggiorno, si arrampica, svita le grate del sistema di condizionamento e le pulisce con uno straccio. Nel frattempo, visto che io sono nella stanza accanto, facciamo conversazione. L'uomo viene dal sub-continente indiano, probabilmente dal Pakistan o dal Bangladesh, come la maggior parte delle persone che vivono qui. Il nostro colloquio è difficoltoso perchè lui non capisce il mio accento e io faccio molta fatica a capire il suo.
- Da dove viene, madam? è americana?
- No, sono Italiana.
- Come?
- Vengo dall'Italia.
- Ah, l'Italia... e il marito è Italiano?
- No, mio marito è Americano.

La cosa scatena in lui un incomprensibile scroscio di risate. Nel frattempo finisce di pulire le grate del salotto e mi grida che va a pulire quelle del bagno.
Io gli dico che non ci sono problemi e continuo a stirare, piegando le camicie alla velocità della luce.
Poi prendo una pila di roba stirata e la porto in camera da letto. Così facendo passo davanti alla porta del bagno, giusto in tempo per vedere il tecnico che sta per salire sul ripiano dove c'è il lavandino, e dove, tra le altre cose, ci sono i nostri spazzolini da denti.
Butto la roba sul letto e torno indietro in fretta.
- Aspetti, tolgo gli spazzolini...
- Come? - risponde lui, poggiando la sua scarpa fangosa sul mio spazzolino.
- Oh, mi scusi, ho pestato questo - aggiunge subito dopo.
- Va bene, non c'è problema - gli dico. Pazienza, mi dico, gli spazzolini li ricompriamo.

Torno a stirare. Dopo poco sento una risata proveniente dal bagno, subito seguita dalle parole dell'uomo.
- Madam, può venire un attimo?
Corro in bagno.
- Madam, c'è un ratto, qui.
- COSA??? dove? ma vivo?
- Nel condotto dell'aria condizionata, morto.
La cosa sembra divertirlo enormemente. Io non ci trovo niente di divertente. Mi chiedo come sia possibile che il senso dell'umorismo cambi così tanto da paese a paese.
- Posso avere un sacchetto, madam? - mi chiede, mentre lo guardo sconvolta.
Gli porto il sacchetto. Lui infila una mano nel condotto e afferra il ratto morto, mettendolo nel sacchetto, il tutto ovviamente senza guanti.
Non ho parole. L'animale è grosso come un piccolo gatto.
Lui scende dal ripiano, chiude il sacchetto e lo depone nel corridoio.
- Poi lo porto via, madam.

Annuisco, senza parole, e torno a stirare, mentre pianifico una super disinfezione del bagno, più che altro per far andare via quel brividino che ho nella schiena.
- Ho finito, madam - mi urla.
Poi sento che apre il rubinetto della cucina. Vorrà lavarsi le mani? il fatto è che, accanto al lavandino, c'è la pila dei piatti puliti lasciati ad asciugare e non vorrei che dell'acqua sporca ci finisse sopra...

Corro in cucina per spostare i piatti. In effetti l'uomo non si sta lavando le mani. Sta lavando lo straccio lercio, quello che ha usato per pulire le grate.
- ASPETTTTIIIIIIIII!!! - gli urlo, ma è troppo tardi.

Calma. I piatti si possono lavare. Rilassati. Rilassati. Rilassati.

Mentre sto cercando di non dare in escandescenze lui mi fa un discorso incomprensibile.
Io lo guardo e, cercando di non pensare alla montagna di stoviglie che dovrò in qualche modo disinfettare, gli chiedo se gli sia già successo di trovare ratti in questo edificio.
Lui mi guarda.
- Non ha capito madam, vero?
- No.
Lui sospira e ricomincia a parlare. Mi concentro. Tip, sta dicendo tip. Vuole la mancia.
Se lui fosse stato Occidentale gli avrei dato una pedata nel sedere, altro che la mancia. Ma qui è diverso.
Lui ha davvero fatto del suo meglio e non ha colpa se i miei standard igienici sono diversi dai suoi. Il suo stipendio è probabilmente molto basso e la mancia che gli posso dare io, per quanto scarsa, per lui è preziosissima, e a fine mese sarà qualche moneta in più da spedire alla sua famiglia, nel suo paese.
Lo guardo, sospiro, e penso alle interminabili file di Pakistani che alla fine di ogni mese sostano davanti alle agenzie di money transfer.
Gli allungo una banconota.
- Grazie madam, grazie! - mi dice. Poi afferra il sacchetto col topo morto e se ne va.
Ora mi resta solo da disinfettare il bagno. E la cucina. E i piatti. Per fortuna che per finire di fare le valigie c'è anche la notte...

mercoledì 2 luglio 2014

Di luoghi mitici e ricette deliziose

Ho sempre amato la mitologia greca, da quando ho memoria. Una delle mie storie preferite è sempre stata il mito di Giasone e gli Argonauti e il loro rocambolesco viaggio verso la Colchide, alla conquista del vello d'oro. 
Come per tutti i miti, anche questo si presta a molteplici livelli di lettura. Quando ero bambina ne amavo soprattutto l'aspetto avventuroso, gli imprevisti, l'incontro con le Arpie, la minaccia delle Simplegadi, poi crescendo sono diventata più sensibile al lato umano della vicenda, la superficialità di Giasone e soprattutto, grazie ad Euripide, il dolore straziante di Medea e la sua atroce ed inumana vendetta. 
Penso che sia una storia bellissima, che, spogliata dall'aspetto mitico, è attuale in ogni epoca, in quanto propone sentimenti che sono propri di ogni essere umano e per questo comprensibili da chiunque.

Al di là dell'aspetto letterario, il mito contiene qualcosa di reale: la Colchide esisteva davvero, e la storia di Giasone è la prova di rapporti tra questa e la Grecia già nel V-IV secolo avanti Cristo.
Oggi l'antica regione è parte della Georgia, lo stato caucasico che si affaccia sul Mar Nero.

Tutto questo sproloquio era solo il preambolo per raccontarvi che, durante la nostra luna di miele, mentre visitavamo la bellissima città vecchia di Tallinn, in Estonia, mio marito ed io ci siamo imbattuti in un ristorante georgiano. 
Io non sapevo assolutamente nulla della cucina di questo paese, anzi, non sapevo nulla in assoluto sulla Georgia, eccetto quanto scritto sopra. Il nome della capitale, Tbilisi, mi ricordava vagamente vecchie notizie del telegiornale su disordini da quelle parti nei primi anni '90, ma ero troppo piccola per capire esattamente di cosa si trattasse.
Mio marito invece conosceva bene la cucina georgiana, e visto che era l'ora di pranzo mi ha proposto di entrare e mangiare lì e io ho accettato subito, affascinata dall'idea di provare "i piatti che mangiava Medea".
Ne sono rimasta conquistata, e la cucina georgiana è balzata in testa alla lista dei ristoranti etnici che preferisco.

Poco tempo fa abbiamo trovato un bellissimo sito che spiega nel dettaglio e con abbondanza di foto come realizzare i piatti georgiani.
Così, in quattro e quattr'otto, la scorsa settimana abbiamo invitato una coppia di amici e abbiamo organizzato una cena georgiana.
I piatti che ho cucinato sono stati:
- i khinkali, deliziosi fagottini di carne, una via di mezzo tra i ravioli e i dim sum cinesi (ricetta QUI)
- il kachapuri, una focaccia davvero squisita e particolare, con formaggio e uova (ricetta QUI)
- le polpette dell'Ossezia, decisamente caloriche ma molto buone (ricetta QUI)
- i gozinaki, delle losanghe di noci caramellate col miele (ricetta QUI)
- una sana insalata verde, per smorzare l'eccesso proteico :-)

La cena è stata un successo strepitoso, i nostri ospiti hanno spazzolato via quasi tutto quello che avevo cucinato (sono avanzati quattro khinkali e una polpetta), continuando a mangiare anche dopo che avevo portato via i piatti e servito il dolce. 
Le ricette sono davvero buone e i piatti vengono identici alle foto del sito. Ho solo qualche appunto da fare:

- per quanto riguarda i khinkali, il diametro del bicchiere usato per ritagliare i cerchi di pasta, nella ricetta è di 2,5 pollici ( circa 6,5 cm). A mio parere, per ottenere la misura "standard" occorre un diametro maggiore, sugli 8-10 cm. Io ho fatto metà dose, e avrei dovuto ottenere 15 khinkali. Con questo diametro ne ho ottenuti invece più di trenta.

- i minuti indicati per la cottura del miele dei gozinaki per me sono stati troppo pochi, al termine le losanghe di noci fuori dal frigo non stavano insieme ( il piatto è stato comunque molto apprezzato).

Concludo con una foto dei miei khinkali, l'unica che sono riuscita a fare.


PS: il sito che vi ho linkato non mi paga per pubblicizzare le sue ricette, ovviamente :-D

martedì 24 giugno 2014

American recipes for dummies

Non ho pregiudizi sulle cucine degli altri paesi, giuro. Cucino felicemente qualunque cosa, dal burek albanese all'hummus arabo, alla palacsinta ungherese. Non faccio distinzioni, e anzi, sono felice di sperimentare nuovi accostamenti di sapori e magari anche nuove tecniche.
Se però devo dirla tutta, con i dolci statunitensi ho qualche problema. Non problemi di realizzazione, è più una questione di concetto. Ovvero, quando comincio a preparare un dolce americano so già che avrò delle difficoltà e che probabilmente mi arrabbierò abbastanza. 

Il primo problema è sempre nelle dosi. Io sono una persona precisa ( quando cucino) e misuro gli ingredienti al grammo, quando ne ho la possibilità. Penso che l'invenzione del Sistema Internazionale delle unità di misura sia stata una cosa fantastica. Quanta farina dobbiamo usare in questa torta? 250 grammi. Lineare, semplice, ottenibile ovunque tramite una qualunque bilancia.
Il motivo per cui gli Stati Uniti, nel XXI secolo, ancora non abbiano adottato questo sistema resta per me un mistero. Tirare la sfoglia a 1/8 di pollice di spessore. Ogni volta che sono alle prese con una ricetta americana so già che dovrò spendere un po' di tempo a fare i calcoli.
Non tanto per i pollici, che quelli almeno sono una misura fissa, quando piuttosto per le tazze e i cucchiai. 

A volte su internet si trovano affermazioni assurde a riguardo, tipo: "Una tazza equivale a 115 g", come se fosse un valore adatto ad ogni ingrediente. In realtà ogni cosa ha il suo peso specifico, e se 115 grammi sono una tazza di farina 00, una tazza di zucchero semolato ne pesa invece 200, una di acqua 236 e così via.
Per gli ingredienti di uso più frequente (farina, burro, zucchero, etc) si trovano facilmente delle tabelle di conversione, ma nelle ricette spesso ci sono componenti particolari la cui conversione in grammi non è facilmente reperibile. 
Lo so, lo so. Mi devo decidere a comprare il set standard di tazze e cucchiaini usati come misura per fare questi dolci.

Una volta risolto il problema delle dosi, mi trovo spesso davanti ad ingredienti sconosciuti. Una tazza di biscuit mix. Una tazza di Graham crackers. Al supermercato qui non c'è niente del genere, per cui mi ritrovo  a vagare su internet alla ricerca di una ricetta sostitutiva e subito dopo a dover decidere quale tra le ricette trovate (spesso diverse tra loro) assomiglia di più a qualcosa che non ho mai visto e non so che sapore abbia.
Infine, di solito il risultato ottenuto ha un gusto che non mi entusiasma. Questo però passa in secondo piano, in quanto di solito cucino questi piatti per mio marito, quindi l'importante è che piacciano a lui.
Dietro sua richiesta ho cucinato innumerevoli pies, dalla classica apple pie (quelle che Nonna Papera metteva a raffreddare sul davanzale, per intenderci) alla Key lime pie, mi sono cimentata con gli English muffins (che sono una specie di panini, non c'entrano niente con i muffins che si cuociono nei pirottini), con i buttermilk biscuits e con innumerevoli altre ricette.

In questi giorni, dietro richiesta del coniuge, ho preparato due ricette a lui care.
La prima è la coffee cake, che non è una torta al caffè ma una torta da mangiare insieme al caffè. Negli Stati Uniti ovviamente si trova al supermercato e la preferita di mio marito è la Entenmann's, di cui, dopo lunga ricerca su internet, ho trovato una buona ricetta QUI. Non ho foto di questa torta, in quanto mio marito l'ha portata al lavoro e i colleghi l'hanno spazzolata tutta.

Poi è stata la volta degli S'more cookies, la cui realizzazione è stata più complessa, a partire dalla comprensione di quello che mio marito mi stava chiedendo.

- Dear, can we have S'more cookies?

Io ho capito "more cookies" più biscotti, e sentendomi un verme per non cucinare i biscotti abbastanza spesso, gli ho chiesto preoccupata come potessi supplire a questa mancanza di zuccheri :-)

Chiarito l'equivoco mi sono messa alla ricerca della ricetta e alla fine ne ho trovata una che mi ispirava abbastanza QUI.
Le dosi, lo dico subito, mi hanno fatto impazzire. 
"1/2 cucchiaino + 1/8 di cucchiaino di baking soda". Mi sembrano gli esercizi sulle frazioni che facevo alle medie.
I graham crackers, uno degli ingredienti, mi hanno dato qualche preoccupazione, soprattutto perchè al supermercato non ci sono e non capivo come poterli sostituire. Inizialmente avevo pensato che fossero una specie di Oro Saiwa, ma ovviamente non c'entrano niente. Mio marito li descriveva come "uguali alle sfoglie del napoleon" ( la millefoglie) e mi ero già rassegnata a mettermi ad impastare la pasta sfoglia quando ho trovato una foto dei biscotti in questione, e ho capito che con la pasta sfoglia non c'entravano niente.
Alla fine ho seguito QUESTA ricetta, che nonostante sia senza miele ( quelli originali sono biscotti al miele) a detta di mio marito sono "abbastanza simili" ai biscotti in questione.

Una volta cotti e sbriciolati i crackers, ho preparato l'impasto per gli S'more cookies. 
Per chi volesse cimentarsi, il brown sugar indicato nella ricetta non è lo zucchero di canna, ma il normale zucchero semolato bianco miscelato con melassa. Questo zucchero ha un aroma molto intenso e particolare e una consistenza sui generis. La prima volta che ne ho aperto un pacco, sono stata cinque minuti a rovistarci dentro, sicura che ci fossero degli insetti, delle larve di farfallina, un qualche tipo di animale, perchè lo zucchero si muoveva. In realtà è fatto così, non c'è niente dentro, tranquilli, i chicchi si muovono in modo diverso e più lento del normale zucchero semolato a cui siamo abituati.
Per quanto riguarda il cioccolato, ho utilizzato del cioccolato al latte Lindt, in quanto per principio non mangio e non uso il cioccolato della marca indicata nella ricetta (i cui ingredienti mi lasciano sempre perplessa: il cacao è pochissimo rispetto ai (pessimi) grassi utilizzati, e vogliamo parlare dell'olio di illipe?)

Infine, un appunto sui marshmallows: nella ricetta viene detto di dividere l'impasto in palline e schiacciare i marshmallows all'interno, per evitare che restino sui lati o sotto il biscotto. Io ci ho provato, ma non ci sono riuscita. I marshmallows sono come pezzetti di gommapiuma, io li schiacciavo, loro si deformavano ma non si spostavano di un millimetro, restando fissi sull'esterno del biscotto. Ho provato a rifare le palline mettendo i marshmallows all'interno, ma non riuscivo a farle stare insieme. 
Ho pensato pazienza, tanto poi nel forno si fondono... ecco, errore. Io poi ho fatto un errore doppio non guardando la temperatura indicata nella ricetta e accendendo automaticamente il forno a 200. Risultato: i marshmallows si sono liquefatti ben prima che il biscotto fosse cotto, colando giù e formando un piastrone nero e bruciato alla base del biscotto. La prima teglia l'ho buttata. 
I 350° indicati nella ricetta sono ovviamente gradi Fahrenheit, che corrispondono a circa 175°C. Nel mio forno sono comunque tanti, e le successive teglie le ho cotte a 160°C.



Nonostante tutto, sono venuti bene. La cosa più strana, quando preparo queste ricette, è che alla fine c'è sempre qualche Americano che assaggia, si complimenta e mi chiede la ricetta, e io passo per una esperta di cucina statunitense, tanto che dopo la ricetta seguono richieste di consigli vari, e mio marito mi dice: "Puoi preparare degli altri biscotti? i miei colleghi li hanno chiesti...".