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giovedì 19 marzo 2020

Il Western Australia ai tempi del Coronavirus

Premessa 
(che vale per qualunque cosa riguardante l'Australia)

Durante il mese di Gennaio sono stata contattata da un numero impressionante di persone. Familiari, amici, gente che ho incontrato una volta e mai piu' vista e perfetti sconosciuti. Tutti avevano un'unica domanda: Com'e' la situazione degli incendi, li' da te in Australia?
Lo so, la televisione e i media italiani hanno problemi con la geografia e tendono a fare di tutta l'erba un fascio, pero' io vivo in Western Australia e gli incendi erano in New South Wales e Victoria. Per dire, da qui a Sydney sono quasi cinque ore di aereo. L'Australia e' un continente.
E' come se qualcuno venisse in Italia aspettandosi di trovare i fiordi, avendo letto che questo e' uno dei paesaggi che e' possibile ammirare in Europa. 
Questo per dire, quello che accade a Sydney non accade qui.

La situazione qui adesso

Nel momento in cui vi scrivo, in Western Australia ci sono una cinquantina di persone positive al virus, soprattutto gente di ritorno da viaggi all'estero o turisti, e si sono verificati tutti a Perth.
E' stata introdotta la quarantena obbligatoria per chiunque torni (o arrivi) dall'estero, con multa fino a 50.000 dollari e un anno di detenzione per i trasgressori (la severita' della pena e' differente negli altri stati dell'Australia).
Oggi poi e' arrivata la notizia che l'Australia sta per chiudere le frontiere a chiunque non abbia la cittadinanza o un visto di residenza, si parla di almeno sei mesi.

Detto tra noi, non so quanto sara' utile. Il virus si sta propagando in New South Wales, o aboliscono anche gli spostamenti all'interno del continente, oppure questa misura non mi sembra utilissima.

Nel frattempo la vita continua.
Il paese non e' (ancora) in quarantena, le scuole e le universita' sono aperte, i mezzi pubblici funzionano, si puo' cenare fuori e andare a fare shopping.
L'Australiano medio sta iniziando a recepire che questo virus non e' solo "un'influenza". Le autorita' lo sanno da un pezzo, sono stati aperti ospedali e cliniche, ci sono scorte di camici e mascherine, e nel posto dove lavoro abbiamo gia' fatto due training sul coronavirus, e un altro e' in arrivo, sulla "vestizione" obbligatoria per entrare nella stanze delle persone infette e i metodi di disinfezione.

L'intero stato e' in attesa, pronto a combattere.

Nel frattempo gli Australiani sono andati in panico e stanno svuotando i supermercati. Il primo articolo ad andare esaurito e' stata la carta igienica.


Si', lo so, non e' un virus gastrointestinale, ma parliamo di gente che non sa cos'e' il bidet. Compatiteli.
La corsa all'accaparramento degli ultimi rotoli e' arrivata ad estremi assurdi: la gente si e' accapigliata in alcuni supermercati, e un quotidiano si e' sentito in dovere di stampare alcune pagine bianche, gia' tratteggiate, giusto in caso qualcuno ne avesse avuto necessita' mentre era in bagno.



Dopo la carta igienica e' sparita la pasta, la salsa di pomodoro, il sapone, il latte, i surgelati e la carne. Il governo e' stato un po' ambiguo sull'eventualita' di fare scorte, dicendo prima che non era assolutamente il caso, e poi che e' opportuno avere in casa del cibo in caso ci si trovasse in quarantena. Ieri il primo ministro ha ribadito veementemente che il "panic buying" e' assurdo e va interrotto immediatamente, ma ormai il danno e' stato fatto.

La radio e la televisione ripetono incessantemente notizie sul coronavirus, come probabilmente stanno facendo tutti i media del pianeta.

Ieri mattina alla radio:

Primo DJ: avete sentito, la pasta nei supermercati e' finita. Ne e' rimasto solo un tipo.
Seconda DJ: e quale?
Primo DJ: i risoni (risata di sottofondo di una terza persona).
Seconda DJ: i COSA? (risata)
Primo DJ: i risoni.
Seconda DJ: vuoi dire il riso?
Primo DJ: no, la pasta si chiama "risoni" (altra risata).

Forse erano sotto l'effetto di droghe, chissa'. Certo, considerando che l'Australiano medio si intende di pasta quanto io di trattori, tutto e' possibile.

Dieci minuti dopo:

Primo DJ: ... e poi ho sentito questa cosa, che in Italia adesso escono sui balconi e cantano.
Seconda DJ: ma che schifo, a me darebbe fastidio!!! magari sei li' che mangi e i vicini ti disturbano!!

A questo punto ho fermato la macchina e ho preso il cellulare, per cercare su internet il numero telefonico dell'emittente radiofonica e protestare.
Che ne sai tu dell'Italia e della situazione che c'e' adesso per permetterti di dire "ma che schifo".
Ovviamente non c'era campo.

Io non sono terribilmente preoccupata per il virus in se'. Ero in Medio Oriente quando e' scoppiata la MERS, ho fatto il callo all'ansia da Coronavirus (e la MERS ha una mortalita' del 35%).
E' piu' il fatto che ho la famiglia e gli amici a 12.000 km di distanza in un paese prostrato dal virus e sotto chiave.
Al lavoro mi chiedono: "Come stanno i tuoi genitori?" e la risposta e' sempre la stessa: " Bene... per adesso".

Poi stanotte ho sognato che un mio compagno di universita' si era infettato ed era morto. Allegria, direbbe Mike Bongiorno.

Speriamo che passi presto. Teniamo duro. E laviamoci le mani, nel frattempo.

mercoledì 21 marzo 2018

Periodi di transizione

Mi accorgo che sono passati mesi da quando ho aggiornato il blog, giorni densi di tutto il resto, di quando la vita ti prende e quando torni a casa vuoi solo dedicarti ai bisogni essenziali, mangiare e dormire, non sempre in questo ordine. 
Il fatto è che a volte ci si sente davvero fuori posto, come se all'improvviso le tessere del puzzle della nostra vita avessero subito un terremoto e si fossero rimescolate in un ordine confuso e disturbante. 

Il lavoro, ad esempio. Chi non ha problemi sul lavoro? forse tutti ne abbiamo, prima o poi. Io credevo che la mia difficoltà stesse nel luogo, nei colleghi, nelle persone e che bastasse cambiare per superare il problema, ma la verità è che non sopporto più il lavoro che svolgo in se stesso, un lavoro che non è nemmeno il mio, o quanto meno non è quello che per cui ho studiato. 
Quando stringo la mano a qualcuno per la prima volta, dico che sto svolgendo questa occupazione temporaneamente e che sono "into the process to get my degree recognized here in Australia". In realtà ogni volta che la ripeto, questa frase mi sembra sempre più avulsa dalla realtà, mi chiedo se questo riconoscimento della laurea avverrà mai o se continuerò a dire che sono "into the process" per sempre, illudendomi di raggiungere qualcosa che in realtà è solo un miraggio. 

Cambiare, certo. Non è che non ci abbia pensato. Il problema è che ho 36 anni e, se escludiamo la laurea non riconosciuta, non ho altro in mano e non è facile nemmeno qui trovare un lavoro senza essere qualificati. 
Qualche tempo fa ho trovato un'offerta di lavoro per pulire nottetempo i carrelli del supermercato. Se non avessi un affitto e delle bollette da pagare mi sarei candidata. Purtroppo, finora, la mia attuale occupazione sembra sempre la scelta migliore, anche se mi sta facendo andare fuori di testa. Credetemi sulla parola.
Cambiare, naturalmente. Per fare cosa, mi chiedo ad ogni ora del giorno e della notte, analizzando ogni singola offerta di lavoro nel raggio di cento chilometri.
Qualche giorno fa ho fatto un test proposto da un sito governativo che avrebbe dovuto aiutarmi a capire quali lavori mi sono congeniali. Ho avuto tre risultati, "orefice" era il primo e, per quanto improbabile, era l'opportunità più realizzabile. Gli altri due erano "parlamentare" e "astronauta" e calerei un velo di silenzio.

Forse avrei dovuto farci un pensierino. Immagine da QUI

Facebook mi martella proponendomi di entrare nell'esercito australiano e mi mostra quotidianamente video di donne che hanno fatto questa scelta e ora dichiarano di aver trovato se stesse e il senso della loro esistenza. Purtroppo, nonostante la mia curiosità per il mondo e i miei numerosi interessi, una carriera di questo tipo esula completamente dalle mie aspirazioni. 

E' un periodo di transizione, in cui mi sento sospesa in una specie di limbo. Nel frattempo la vita va avanti, nel bene e nel male. Ho riallacciato i rapporti con una compagna di classe delle medie che non sentivo da anni. Insomma, finora ci siamo scambiate due mail, ma mi sembra comunque interessata ad avere un'amica online. 
E' così difficile mantenere i rapporti con chi vive a migliaia di chilometri di distanza. Non è solo lo spazio che ci divide e rende difficile incontrarsi, è che a poco a poco le cose in comune sembrano diminuire sempre di più, si seguono strade diverse, l'interesse per chi vive una vita completamente diversa in un altro continente piano piano cala e si diventa estranei. Succede anche con i parenti. 
Io non insisto mai, quando mi rendo conto che dall'altra parte non c'è più interesse lascio andare, non impongo a nessuno di dover leggere o ascoltare le vicende della mia vita quotidiana. 
Ma le persone che ho perso mi mancano terribilmente, specie quelle con cui il legame era più forte. E' la vita, mi rendo conto. Le persone vanno e vengono. 

Vivere quaggiù non è difficile solo per le amicizie che si dissolvono, è che volte vorresti prepotentemente essere altrove. Da poco meno di tre settimane il mio cuore è a Pavia, in un reparto di rianimazione, mentre la mia testa cerca di coniugare l'immagine mentale dello zio preferito, il testimone al mio matrimonio, il professore, l'esperto alpinista, con la creatura attaccata ai monitor descrittami dai miei genitori. A volte le cose sembrano completamente prive di senso, tanto da restarne storditi.
Prendo un aereo, ho detto a mia madre. Cosa vieni a fare, mi ha risposto lei. Niente, in effetti. Se io fossi lì non potrei fare assolutamente nulla per migliorare la situazione. Il mio senso di inutilità e impotenza è alle stelle.

Ora ho un groppo in gola, per oggi mi fermo qui.

mercoledì 18 ottobre 2017

#metoo #quellavoltache

Sono impressionata dal numero di bloggers che seguo che ha postato la propria personale storia di orrore preceduta dall'hashtag #metoo o #quellavoltache. 
Sono impressionata per la percentuale: su circa 30 blog che seguo di argomento non culinario, quasi sulla metà è apparso un articolo legato a questa iniziativa! Quante sono le donne che hanno subito molestie, in un qualche momento della loro vita? 

In una delle loro storie, l'autrice si chiede quante siano invece le donne che tacciono, che non ne parlano, per vergogna o paura. 
Oggi ho deciso di raccontare la mia storia, per non fare più parte di questo inquantificabile e invisibile gruppo.

Come a molte altre donne, anche a me è capitato di ricevere apprezzamenti non richiesti per strada o manate sull'autobus, specie quando era molto pieno.
Questi però sono episodi momentanei, durano un secondo, e pur non giustificandoli affatto non sono tali da farmi stare male, mi scivolano addosso come acqua su di un impermeabile.

L'episodio che volevo raccontare oggi è diverso e molto più lontano, troppo lontano negli anni, fino a raggiungere un'età in cui nessuno mai avrebbe dovuto sfiorarmi.
Era il 1988, avevo sei anni.
Mi piacevano i fiori, i colori e fare le cornicette in fondo alle pagine del quaderno.
Frequentavo la seconda elementare in una nota scuola privata e nella mia classe c'era un bambino particolare. Era molto intelligente e sembrava più grande dei suoi sette anni. Era irrequieto e faceva fatica a stare fermo nel banco, era solito mentire e rubava piccoli oggetti, se li trovava in giro. Oggi un bambino così avrebbe un sacco di diagnosi, deficit di attenzione e iperattività e chissà cos'altro, ma era la fine degli anni '80, queste cose non venivano indagate in modo approfondito come si fa oggi, ed era bollato semplicemente come "irrequieto".
Una mattina stava parlando con due miei compagni di classe, e sentii volare la parola "tette", di cui ignoravo il significato.
Un paio di giorni dopo, poco prima dell'ora di pranzo, la maestra ci stava mandando in bagno a due a due, un bambino e una bambina, a lavarci le mani prima di andare a tavola. Il bagno dei maschi era attaccato a quello delle femmine.
Ricordo che stavo facendo pipì, quando lui è entrato e mi ha messo le mani addosso. Le ha infilate sotto la canottiera, dentro alle mutandine, senza che io avessi anche solo una vaga idea di cosa stesse succedendo.
Ricordo i suoi commenti, che non erano per nulla quelli di un bambino.
Ricordo la sua lingua nella mia bocca, l'odore, il luccichio nei suoi occhi. E' durato minuti interminabili, finchè non sono riuscita a strapparmi quelle mani di dosso, a divincolarmi e a scappare in classe, con lui che mi inseguiva cercando di riacchiapparmi.
- Ce ne avete messo, di tempo! - ci ha detto la maestra, quando finalmente ho raggiunto la porta dell'aula.

Ritengo di essere stata fortunata, in quanto un bambino di sette anni non può avere un'erezione, quanto meno non come un adulto. Altrimenti sarebbe andata molto peggio.
L'anno seguente, per motivi diversi, cambiai scuola. La prima (e unica) persona a cui ne ho parlato è stato mio marito.
Anzi, se mi conoscete personalmente, per favore non dite nulla ai miei genitori a riguardo. Servirebbe solo a sconvolgerli.
Oggi che sono adulta mi interrogo anche su cosa fosse successo a quel bambino, per renderlo così. Oggi con i cellulari e internet certi contenuti sono molto più accessibili, ma all'epoca tutto questo non esisteva. Mi chiedo se per caso non abbia subito violenze anche lui, e questa è l'unica ragione per cui ne nascondo il nome.

Uno dei motivi per cui volevo raccontare questa storia è che non ne ho mai letta una simile. Non sono sicuramente l'unica ad aver subito un'esperienza del genere, eppure quando si parla di abusi sessuali sui bambini si è sempre portati a pensare che l'orco sia un adulto.
Non è così. Se avete dei figli, non è mai troppo presto per parlare loro di cos'è l'abuso.
Fatelo, vi prego. Parlate alle vostre figlie, dite loro che nessuno ha il diritto di toccarle contro la loro volontà.
E se siete genitori di un maschio, insegnategli il rispetto. Non è mai troppo presto per cominciare.

domenica 6 agosto 2017

Io, Jack Dawson e le gioie della vita nel bush australiano

Avete presente quando avete un problema, e improvvisamente accade qualcosa di ancora più grave, che fa sembrare il problema precedente come piccolo e insignificante? 
Ieri pomeriggio ero al lavoro ed era una giornata di quelle pesantissime, in cui sei da solo ad occuparti di tutto e tutti hanno qualcosa da chiederti e ti sembra di impazzire. Nel bel mentre, ricevo un messaggio da mio marito, che diceva pressapoco così:

- Ho scoperto perchè i gatti da due giorni si siedono davanti all'armadio della biancheria per la casa. Ho aperto l'armadio e Fluffy ha catturato un topo! 

Fluffy, con tutto il suo pelo
Da questo momento in poi, poichè la parola "topo" associata a "in casa" mi sconvolge qualcosa nel profondo, chiameremo l'immondo roditore Jack Dawson, come il protagonista di Titanic, di cui a sedici anni ero follemente innamorata. 

Jack mentre scruta i miei asciugamani, incerto su dove fare il nido

Apparentemente Fluffy si è lanciato su Jack Dawson, l'ha tirato in aria, e poi l'ha portato in cucina. E poi in salotto. Poi Finalmente mio marito è riuscito a mettere Jack su una paletta per la spazzatura e l'ha portato fuori. 
Alle 22 di ieri sera sono finalmente tornata a casa e la prima cosa che ho fatto è stato aprire l'armadio della biancheria, sul cui fondo, su un cuscino poggiato sopra alle mie scarpe nuove, mai indossate, giaceva una lunga scia di cosini neri, che ho subito identificato per quello che era: la cacca di Jack Dawson. Nel mio armadio della biancheria per la casa.
Il cuscino, che io avevo posto nell'armadio assolutamente intatto, era stato squarciato in un punto da aguzzi dentini, per creare una morbida a perfetta tana.
Mentre osservavo basita la scena, soprattutto perchè avevo aperto l'armadio ieri mattina per prendere un canovaccio con cui avevo asciugato i piatti e non avevo notato nulla di strano, Fluffy si è lanciato di nuovo verso l'armadio, evidentemente eccitato dall'odore di Jack Dawson, e si è letteralmente rotolato nelle feci di Jack prima che avessi il tempo di reagire. 

Abbiamo quindi allontanato il gatto e deciso di buttare il cuscino. Non ero psicologicamente pronta ad affrontare la possibilità che nell'armadio ci fosse anche Rose e gli eventuali pargoletti, così ho passato l'aspirapolvere, mi sono fatta una doccia, ho scritto una mail a mia madre e sono andata a dormire. 

"Jack, l'interno del cuscino è il posto ideale per allevare la nostra prole"
Naturalmente, il fatto di avere una potenziale famigliola di intrusi in casa non è qualcosa che concili il sonno. Ho cambiato posizione quindici volte, mi sono fatta una borsa dell'acqua calda, ho recitato mentalmente tutte le poesie imparate a memoria fin dalla prima elementare, i paradigmi dei verbi greci, le leggi della termodinamica, i rami dell'aorta toracica, ma di dormire non c'è stato verso. 
Ad accrescere l'ansia c'era anche il fatto che i gatti, che avevamo inizialmente stabilito di non lasciar entrare in camera per la notte, erano riusciti ad intrufolarsi lo stesso, e Fluffy stazionava come sempre sulle mie gambe.
Mentre le ore si snodavano lente in un confuso dormiveglia, la mia mente, che quando ci si mette è sadica come nessun altro, ha richiamato alla memoria l'esame di microbiologia e tutte le deliziose patologie potenzialmente trasmissibili da Jack e la sua eventuale famiglia. 

Spirochete, agenti patogeni della leptospirosi. Non sono adorabili?
Alle 7 del mattino, dopo lunghe ore insonni, mi sono alzata e ho acceso il computer. 
Vi do un consiglio spassionato: se vivete a migliaia di chilometri dai vostri genitori, non dite loro mai qualcosa di potenzialmente preoccupante. La mail che avevo incautamente scritto ieri sera ha ottenuto ben tre mail di risposta, dai tipici toni pacatissimi e per nulla allarmanti dei miei genitori. 
Si andava da "devi lavare i gatti" ( e come? li metto in lavatrice? tra l'altro oggi è domenica e non posso nemmeno vedere se al supermercato c'è qualcosa) a "devi passare la varechina su tutte le superfici" (varechina che non ho in casa, e comunque, quali superfici? quelle toccate dal topo o quelle toccate dai gatti, ovvero qualunque cosa?) fino a "ho chiesto in farmacia, i gatti li devi disinfettare" (seriamente, come faccio a disinfettare un gatto? con cosa, poi?).

"Povera idiota, non sa nemmeno come disinfettare i gatti!"
Poi mi sono fatta forza, mi sono vestita convenientemente, mi sono tirata su i capelli e ho preparato un piano di battaglia. Come già mi era successo quando abitavo in Medio Oriente e avevo a che fare con scarafaggi giganti (QUI, per chi volesse rileggere) ho avuto il fortissimo desiderio di poter trasformare ogni eventuale topo in qualcosa di più grosso e non disgustoso, tipo che so, un cerbiatto. Apro l'armadio, accarezzo il cerbiatto, rimuovo i petali di rosa (nei miei sogni posso trasformare anche le feci murine), faccio uscire la bestiola et voilà, fatto. 

Io stamattina, pronta per affrontare la famiglia Dawson
Comunque sia, durante l'ispezione non ho trovato nessun altro parente di Jack. Ho pulito tutto e ho buttato via molte cose e sono arrivata alla conclusione che Jack Dawson è arrivato qui passando dal pannello malmesso che fa da schiena all'armadio a muro. E' l'unica spiegazione plausibile, anche contando che ho due gatti che in caso contrario l'avrebbero intercettato ben prima che avesse il tempo di infilarsi nell'armadio.

Ora, per far stare i miei genitori tranquilli, ho promesso che domani farò le seguenti cose:
- contattare il veterinario, per chiedere uno spray disinfettante per gatti
- disinfettare interamente una stanza, quindi disinfettare i gatti con lo spray
- mettere i gatti disinfettati nella stanza disinfettata
- disinfettare tutto il resto della casa.
Ovviamente, nel caso il veterinario mi dica che non esistono spray disinfettanti, la mia promessa si ferma al punto uno, come spero.

Buoni propositi per il futuro:
- bloccare in qualche modo l'accesso a Jack Dawson, caso mai ci riprovasse
- smettere di raccontare cose preoccupanti ai genitori
- adottare un modo di vedere le cose più easy, tipo quello di una collega, che ieri dopo il mio sproloquio mi ha detto: "Sei nel bush, sai? qui è così". 

giovedì 10 marzo 2016

Dove c'è molta luce l'ombra è più nera

Se dico "Australia", che cosa vi viene in mente? i canguri, le spiagge, il surf? O magari un gruppo di ragazzi biondi che fa il bbq in spiaggia il giorno di Natale, in maniche corte? l'Harbour Bridge e l'Opera House di Sydney?
E' vero, l'Australia è tutto questo e molto altro ancora, è un continente bellissimo e spettacolare.

L'altro lato della medaglia lo scopri piano piano, quando vivi qui già da un po'.
Domenica 6 Marzo 2016, una bambina aborigena di dieci anni che viveva nel Kimberley (la regione più a nord del Western Australia) si è impiccata. Aveva dieci anni, DIECI. Dall'inizio del 2016 è stato il diciannovesimo suicidio infantile in Western Australia. Il DICIANNOVESIMO.
Nonostante tutti gli sforzi e i soldi spesi dal governo, le campagne, i progetti e i discorsi, le condizioni di vita degli Aborigeni australiani sono terribili. Hanno la casa sì, magari anche un lavoro, ma come si rimette insieme una vita devastata dall'alcool, dalla violenza domestica?
Chi non vive qui non ha idea delle dimensioni del problema. Avete mai sentito parlare dell'opal fuel? è un tipo di carburante che contiene una minor dose di solventi, per contrastare il fenomeno del petrol sniffing. Provate ad immaginare le dimensioni del problema, se per combatterlo hanno inventato un carburante apposta.



I problemi degli Aborigeni sono immensi e non esiste una soluzione facile. Del resto sono passati attraverso l'invasione britannica, la Generazione Rubata e tutto il resto. E' comprensibile che ci siano dei problemi.

Quello che mi riesce molto più difficile capire sono i problemi degli altri, degli Australiani di discendenza britannica.
Vi faccio un esempio: io lavoro in un paesino di poco più di 1.300 persone, una piccola oasi in mezzo ai campi di grano e alle pecore. In questa piccola comunità, lo scorso anno si sono suicidate diverse persone. Il comune ha istituito un corso intitolato "Suicidio, primo soccorso", aperto a tutta la popolazione. E non è tutto qui.
Ora mi invento un po' di nomi. Le persone di cui parlo esistono davvero, e le conosco personalmente. Non credo che siano note a qualcuno dei miei lettori, in ogni caso un po' di privacy non fa mai male.

Susan ha 19 anni e la madre è in carcere. Il padre è nell'inferno della metanfetamina, Posso raccontarvi storie terrificanti, di lei bambina chiusa in camera mentre il padre assumeva droga con gli amici nella stanza accanto e poi tentava di entrare nella stanza della figlia, o di quando quest'uomo ha ucciso il cane della figlia perchè lei non è riuscita a trovargli i soldi necessari per la dose. Susan ha iniziato a tagliarsi e ha tentato il suicidio due volte.

Jane ha vent'anni ed è amica di Susan. E' in sovrappeso, quando andava a scuola è stata vittima di bullismo e per questa ragione ha interrotto gli studi prima della maturità. Soffre di bulimia e di depressione. La madre l'ha sorpresa più volte ad ingozzarsi di carta.
Ha avuto una relazione di una settimana con un ragazzo, poi lui è sparito. Lei sperava di essere rimasta incinta "perchè almeno mio figlio mi avrebbe amato".

Sheila ha 18 anni e ha già un bambino. Non ha mai smesso di fumare e bere durante la gravidanza e ha smesso di interessarsi del figlio due giorni dopo che era nato.
- Ma lo allatti?
- Nooo, figurati!! chi me lo fa fare? anzi, sto cercando qualcuno che me lo tenga tutto il giorno, se no io come faccio a vivere?

Sara è la madre di Jane. E' rimasta incinta per la prima volta quando aveva 14 anni, e la madre l'ha cacciata di casa. Oggi vive con Jane (l'ultimogenita), e col secondo marito, che è alcolizzato e alza le mani su di lei.

Laurel ha scoperto solo dopo un anno di matrimonio che suo marito era dipendente dal crack.
Oggi è la mamma single di un bambino di dieci anni.

Milly era una mia collega. Vive in un camper ed è alcolizzata. Un giorno l'ex marito è andato a cercarla e ha trovato il camper in subbuglio, con escrementi ovunque. Ed è venuto a raccontarlo sul posto di lavoro dell'ex-moglie. Milly è stata ricoverata per una settimana in Psichiatria, poi è tornata al lavoro e ha dato le dimissioni.
Non vado avanti, mi fermo qui, ma l'elenco è lungo.

Giusto per dire: non abito a Scampia. Questa zona è stupenda. Bellissima e rigogliosa, sembra di essere dentro alle Bucoliche di Virgilio. Non esiste malavita organizzata. Non c'è corruzione. Gli stipendi sono leggermente sotto la media del paese, ma comunque buoni (guadagno più qui di quanto abbia mai guadagnato in Italia) e in ogni caso permettono largamente di arrivare a fine mese. Tutti hanno la casa di proprietà (casa, non appartamento) col giardino davanti e dietro, la terra, i polli. C'è un'ottima assistenza sanitaria pubblica. Il lavoro qui nel bush è poco, questo sì, ma basta spostarsi di poco per trovarlo. E si trova, ve lo garantisco.
Qui c'è un grosso disagio sociale di fondo, e non riesco a capire dove stia il problema. E non è solo qui nel bush, tutti dicono che "nelle città è peggio".
Se il primo pensiero che vi viene in mente è una cosa tipo: "E allora? anche in Italia c'è la droga" ecco, il fenomeno è completamente diverso. In Italia non siamo messi così male. Qui c'è un profondo malessere, una completa perdita di speranza, una specie di depressione generale e mi sto arrovellando per cercare di capirne il motivo.

Oltre a questo, l'uso della metanfetamina, specie quella in cristalli che da queste parti si chiama "ice" e che è la droga più diffusa, per dirla in parole povere frigge il cervello (per approfondire: QUI , QUI e QUI).
Qualche giorno fa stavo parlando con una occupational therapist specializzata in demenza. La signora mi diceva che è allarmante il numero di persone sotto ai 35 anni che qui in Australia sviluppa una demenza precoce in seguito all'assunzione di ice. Ragazzini di vent'anni che non ricordano il proprio nome. Questa demenza solitamente evolve poi in Alzheimer.
La terapista mi diceva che il dramma è che, mentre le demenze senili sono studiate, ci sono degli approcci terapeutici e delle strutture adeguate, per questi ragazzini con la demenza precoce non c'è nulla. Nessuna terapia, nessuna struttura specializzata che possa accoglierli, niente.

Parlo sempre di cose buffe o divertenti sull'Australia, ma oggi ho voluto raccontarvi anche un lato negativo. Il prossimo post sarà più allegro, promesso.