Visualizzazione post con etichetta ansia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ansia. Mostra tutti i post

giovedì 19 marzo 2020

Il Western Australia ai tempi del Coronavirus

Premessa 
(che vale per qualunque cosa riguardante l'Australia)

Durante il mese di Gennaio sono stata contattata da un numero impressionante di persone. Familiari, amici, gente che ho incontrato una volta e mai piu' vista e perfetti sconosciuti. Tutti avevano un'unica domanda: Com'e' la situazione degli incendi, li' da te in Australia?
Lo so, la televisione e i media italiani hanno problemi con la geografia e tendono a fare di tutta l'erba un fascio, pero' io vivo in Western Australia e gli incendi erano in New South Wales e Victoria. Per dire, da qui a Sydney sono quasi cinque ore di aereo. L'Australia e' un continente.
E' come se qualcuno venisse in Italia aspettandosi di trovare i fiordi, avendo letto che questo e' uno dei paesaggi che e' possibile ammirare in Europa. 
Questo per dire, quello che accade a Sydney non accade qui.

La situazione qui adesso

Nel momento in cui vi scrivo, in Western Australia ci sono una cinquantina di persone positive al virus, soprattutto gente di ritorno da viaggi all'estero o turisti, e si sono verificati tutti a Perth.
E' stata introdotta la quarantena obbligatoria per chiunque torni (o arrivi) dall'estero, con multa fino a 50.000 dollari e un anno di detenzione per i trasgressori (la severita' della pena e' differente negli altri stati dell'Australia).
Oggi poi e' arrivata la notizia che l'Australia sta per chiudere le frontiere a chiunque non abbia la cittadinanza o un visto di residenza, si parla di almeno sei mesi.

Detto tra noi, non so quanto sara' utile. Il virus si sta propagando in New South Wales, o aboliscono anche gli spostamenti all'interno del continente, oppure questa misura non mi sembra utilissima.

Nel frattempo la vita continua.
Il paese non e' (ancora) in quarantena, le scuole e le universita' sono aperte, i mezzi pubblici funzionano, si puo' cenare fuori e andare a fare shopping.
L'Australiano medio sta iniziando a recepire che questo virus non e' solo "un'influenza". Le autorita' lo sanno da un pezzo, sono stati aperti ospedali e cliniche, ci sono scorte di camici e mascherine, e nel posto dove lavoro abbiamo gia' fatto due training sul coronavirus, e un altro e' in arrivo, sulla "vestizione" obbligatoria per entrare nella stanze delle persone infette e i metodi di disinfezione.

L'intero stato e' in attesa, pronto a combattere.

Nel frattempo gli Australiani sono andati in panico e stanno svuotando i supermercati. Il primo articolo ad andare esaurito e' stata la carta igienica.


Si', lo so, non e' un virus gastrointestinale, ma parliamo di gente che non sa cos'e' il bidet. Compatiteli.
La corsa all'accaparramento degli ultimi rotoli e' arrivata ad estremi assurdi: la gente si e' accapigliata in alcuni supermercati, e un quotidiano si e' sentito in dovere di stampare alcune pagine bianche, gia' tratteggiate, giusto in caso qualcuno ne avesse avuto necessita' mentre era in bagno.



Dopo la carta igienica e' sparita la pasta, la salsa di pomodoro, il sapone, il latte, i surgelati e la carne. Il governo e' stato un po' ambiguo sull'eventualita' di fare scorte, dicendo prima che non era assolutamente il caso, e poi che e' opportuno avere in casa del cibo in caso ci si trovasse in quarantena. Ieri il primo ministro ha ribadito veementemente che il "panic buying" e' assurdo e va interrotto immediatamente, ma ormai il danno e' stato fatto.

La radio e la televisione ripetono incessantemente notizie sul coronavirus, come probabilmente stanno facendo tutti i media del pianeta.

Ieri mattina alla radio:

Primo DJ: avete sentito, la pasta nei supermercati e' finita. Ne e' rimasto solo un tipo.
Seconda DJ: e quale?
Primo DJ: i risoni (risata di sottofondo di una terza persona).
Seconda DJ: i COSA? (risata)
Primo DJ: i risoni.
Seconda DJ: vuoi dire il riso?
Primo DJ: no, la pasta si chiama "risoni" (altra risata).

Forse erano sotto l'effetto di droghe, chissa'. Certo, considerando che l'Australiano medio si intende di pasta quanto io di trattori, tutto e' possibile.

Dieci minuti dopo:

Primo DJ: ... e poi ho sentito questa cosa, che in Italia adesso escono sui balconi e cantano.
Seconda DJ: ma che schifo, a me darebbe fastidio!!! magari sei li' che mangi e i vicini ti disturbano!!

A questo punto ho fermato la macchina e ho preso il cellulare, per cercare su internet il numero telefonico dell'emittente radiofonica e protestare.
Che ne sai tu dell'Italia e della situazione che c'e' adesso per permetterti di dire "ma che schifo".
Ovviamente non c'era campo.

Io non sono terribilmente preoccupata per il virus in se'. Ero in Medio Oriente quando e' scoppiata la MERS, ho fatto il callo all'ansia da Coronavirus (e la MERS ha una mortalita' del 35%).
E' piu' il fatto che ho la famiglia e gli amici a 12.000 km di distanza in un paese prostrato dal virus e sotto chiave.
Al lavoro mi chiedono: "Come stanno i tuoi genitori?" e la risposta e' sempre la stessa: " Bene... per adesso".

Poi stanotte ho sognato che un mio compagno di universita' si era infettato ed era morto. Allegria, direbbe Mike Bongiorno.

Speriamo che passi presto. Teniamo duro. E laviamoci le mani, nel frattempo.

martedì 30 ottobre 2018

Aggiornamenti

Eccomi qui di nuovo, dopo qualche mese di assenza.
In questo periodo di silenzio ho vagliato il significato della parola "interessante". Quello che mi succede e di cui racconto sul blog è interessante? per me sì, perchè è la mia vita, ma magari ad eventuali lettori non interessa affatto. 
Supporre che altre persone dovrebbero essere interessate alla mia vita è egocentrico e/o narcisistico? Dovrei cambiare il soggetto dei miei post? chiudere il blog? consultare uno psichiatra perchè mi pongo il problema?

Il motivo per cui sono di nuovo qui oggi è che ho realizzato che per me scrivere è soprattutto uno sfogo. Lo faccio per me stessa, scrivendo riesco ad analizzare meglio le cose e a vagliare le circostanze. 
Al piccolo gruppetto di persone che nonostante tutto mi segue: sappiate che vi voglio bene e che ogni commento che postate per me è preziosissimo fornendomi un punto di vista diverso.

Detto questo, gli ultimi mesi hanno portato poche novità. A Maggio sono venuti a trovarmi i miei genitori, per la prima volta dopo tre anni mezzo in Australia. Si sono fermati due settimane, una toccata e fuga considerando la distanza, ma sono loro grata per la visita. Ho programmato attentamente cosa fare e dove portarli, sono riuscita a fargli vedere un po' di Western Australia e a dargli un'idea di come si vive qui. Sono stati gentili e cortesi, non intrusivi nell'intimità della nostra casa, attenti a non disturbare i ritmi e le abitudini. 
In due settimane mio padre ed io non ci siamo scannati nemmeno una volta e, se tralasciamo il pomeriggio in cui per un'ora e mezza l'augusto genitore mi ha fatto domande sul criterio di costruzione dei tetti da queste parti ("papà, non ne ho idea, non sono architetto, piantala di chiedermelo"), posso tranquillamente dire che tutte le nostre conversazioni sono state rilassate e pacifiche.

Poi sono ripartiti, lasciando dietro di loro un vuoto che per metà è la nostalgia di poterli vedere solo una volta all'anno (quando va bene), dall'altra l'angoscia leggera che mi cresce nel cuore alla consapevolezza che sono figlia unica, vivo in Australia e ogni volta che li vedo li trovo impercettibilmente invecchiati rispetto al nostro incontro precedente. Mi chiedo quanto sentano la mia mancanza, come potrei eventualmente aiutarli, quando verrà il momento in cui avranno bisogno. E' una cosa di cui dovremo parlare insieme, con calma. 
Occorre trovare una soluzione in anticipo, in maniera che se qualcosa succede c'è già una procedura ideata e scritta, che basta seguire anche quando hai la testa piena di altro, anzi, soprattutto quando hai altro per la testa. Quando l'imprevisto accade non è il momento in cui si è più lucidi, e sicuramente le decisioni importanti non vanno prese di corsa. 

Sullo sfondo c'è anche il rapporto con il mio paese natale. 
Il posto in cui viviamo è come un enorme puzzle, di cui noi rappresentiamo una tessera. Il puzzle però non è statico, ma cambia continuamente e noi ci adattiamo a quello che succede, cambiando i nostri confini e spostando i margini. 
Andando a vivere all'estero ci si accorge che il paese che hai lasciato è cambiato piano piano, ma tu non sei mutata con lui. Ovviamente sei mutata come persona: sei cresciuta, come ogni essere umano fa. Quella che non è mutata è la visione del paese: se io penso all'Italia che conosco, penso all'Italia com'era negli anni '90 o ai primi anni 2000, ma il paese è cambiato tanto da allora e io non mi ci riconosco più, anzi, di alcuni aspetti dell'Italia di oggi ho addirittura paura.
E' da tanto che mi sono accorta che la mia tessera non si incastra più nel puzzle dell'Italia. Questo mi mette malinconia e ansia, ovviamente. 
Se mi chiedete se la tessera si incastra col puzzle australiano, rispondo "ni". Mi sto abituando a questo paese di cui molto prossimamente diventerò cittadina, ma alcune cose non le sento mie, non le capisco o non le condivido. Ho sentito espatriati che sono qui da anni che ormai si identificano completamente come australiani, altri che nonostante la distanza sono riusciti a mantenere quel rapporto col paese natale che per me ormai è già spezzato. 
Il mio incubo è di restare nel limbo, non da una parte ma non completamente nemmeno nell'altra, una tessera sbagliata per entrambi i puzzle e sì, ho conosciuto anche persone in questa situazione.

A volte, soprattutto in questi giorni, ho l'impressione di essere un'ospite sgradita.
Ho scoperto una manciata di giorni fa che al momento non è possibile che io riesca ad ottenere il riconoscimento della laurea. Ho avuto alcuni momenti di panico, in cui mi sono sentita intrappolata in un lavoro che odio, con inutili anni di università alle spalle in cui avrei potuto tranquillamente fare qualcos'altro.
Poi ho scoperto che, anche se la laurea non è riconosciuta, ho comunque la possibilità di iscrivermi ad un post graduate course. Sarebbe a Perth ovviamente, a 300 km da dove vivo, e costerebbe quanto i miei organi interni nel loro complesso (per dire, si paga per sostenere ogni singolo esame: primo esame, 6.000 dollari).
Certo, ci sono i finanziamenti, le borse di studio per chi vive nel bush e tutto il resto, ma ancora non sono sicura che questa sia la mia strada. 

Insomma, è un periodo di incertezza e di dubbi. Penso che capiti a tutti.

domenica 14 gennaio 2018

Luci, piccole storie inquietanti

Credo di non aver mai avuto paura delle ombre che si formano nel buio, nemmeno da bambina, ma è innegabile che la notte è il momento in cui mi sento più vulnerabile e in cui è più facile che le paure seppellite nella mia mente acquistino una forma e una dimensione. Forse è così per tutti.

Da quando siamo qui, durante la notte si sono verificati alcuni strani episodi. Strani per noi, perchè non ci era mai capitato prima.

La luce del capanno, prima parte

Premessa
La proprietà dove abitiamo attualmente si trova al centro di un vasto terreno adibito a pascolo, a circa due chilometri dalla casa più vicina. Proprio a ridosso della parte posteriore della casa si trova uno shed, un capanno di alluminio, costruzione comunissima nei giardini delle case del bush. 
Vi siamo entrati dentro solo una volta, la prima volta che abbiamo visitato la proprietà con l'agente immobiliare.  In seguito la porta dello shed è stata chiusa  e la chiave riconsegnata al proprietario che abita a Perth, affinchè provvedesse a pulirlo e a sgombrarlo. Abbiamo traslocato da un mese e ancora nessuno è venuto, la porta è sempre chiusa e l'agenzia immobiliare è sempre in attesa che il proprietario si faccia vivo. 



Eravamo in questa casa da circa una settimana, ed era notte. Notte buia come la pece, senza altre luci che quelle della nostra casa e fuori c'era un temporale, con vento e pioggia a secchiate. Ci stavamo preparando per andare a letto, quando ci accorgiamo che in giardino c'è una luce accesa. 
E' quella sopra alla porta del capanno, che è collegata ad un sensore di movimento. Sbirciamo attraverso i vetri. 
Siamo soli in questa casa al limitare della foresta, è notte, è davvero facile suggestionarsi. 
Decidiamo di uscire e fare un giro della casa. Ovviamente fuori non c'è nessuno. Rientriamo e poco dopo la luce si spegne, per poi accendersi e spegnersi più volte durante la notte. 
Ci diciamo a vicenda che deve trattarsi di rami mossi dal vento che vengono captati dal sensore, o magari di animali. 
La luce si accende e si spegne più volte ogni notte, anche nelle notti serene e senza vento, ormai ci siamo quasi abituati.

La touch lamp

Sul mio comodino c'è una touch lamp, una di quelle lampade che si accendono solo toccandola, senza bisogno di interruttori. Un tocco, la lampada si accende, un altro tocco e la luce diventa un pochino più forte, un terzo tocco e la lampada raggiunge la luminosità massima, un quarto tocco e si spegne. C'è un'altra lampada identica nella camera per gli ospiti. 



Tre giorni fa il coniuge mi sveglia nel cuore della notte: la lampada sul mio comodino si è accesa. Gli dico che probabilmente mi sono mossa nel sonno e l'ho toccata, oppure è stato uno dei gatti. 
Due ore dopo la lampada è di nuovo accesa e i gatti dormono. Mio marito va in bagno e vede un chiarore nel corridoio: anche la lampada nella stanza degli ospiti è accesa. 
Ci diciamo a vicenda che dev'esserci un problema elettrico e stacchiamo la spina delle lampade. 

La luce del capanno, seconda parte

Ieri siamo stati fuori tutto il giorno e siamo rientrati dopo il tramonto. Appena arrivati a casa sono andata a bagnare alcune delle piante in giardino. Mi avvicino al rubinetto, sul lato della casa, e mi accorgo che la luce del capanno è accesa. Dentro. E' illuminato all'interno e la luce filtra da sotto alla porta. 
Mi sembra improvvisamente di essere diventata Emily St Aubert.
Avverto mio marito, usciamo a controllare. Proviamo la porta dello shed: è chiusa. Facciamo un giro intorno al capanno, anche da altri punti si intravede la luce all'interno. Attendiamo qualche minuto, in silenzio assoluto. Non si ode alcun rumore.  
Ci diciamo a vicenda che magari la luce è accesa da quando abbiamo visto il capanno quel giorno con l'agente immobiliare. Che quella sera che siamo usciti a controllare la luce esterna era accesa e ci impediva di notare il chiarore che filtrava da dentro. 

Siamo persone razionali e sicure che debba esserci una spiegazione ovvia e normale per tutti questi strani fenomeni. Lunedì andremo a parlare con l'agente immobiliare, quanto meno perchè una luce accesa significa energia sprecata e da pagare.
Nel frattempo quando si fa sera abbiamo un certo brividino nella schiena. 

domenica 6 agosto 2017

Io, Jack Dawson e le gioie della vita nel bush australiano

Avete presente quando avete un problema, e improvvisamente accade qualcosa di ancora più grave, che fa sembrare il problema precedente come piccolo e insignificante? 
Ieri pomeriggio ero al lavoro ed era una giornata di quelle pesantissime, in cui sei da solo ad occuparti di tutto e tutti hanno qualcosa da chiederti e ti sembra di impazzire. Nel bel mentre, ricevo un messaggio da mio marito, che diceva pressapoco così:

- Ho scoperto perchè i gatti da due giorni si siedono davanti all'armadio della biancheria per la casa. Ho aperto l'armadio e Fluffy ha catturato un topo! 

Fluffy, con tutto il suo pelo
Da questo momento in poi, poichè la parola "topo" associata a "in casa" mi sconvolge qualcosa nel profondo, chiameremo l'immondo roditore Jack Dawson, come il protagonista di Titanic, di cui a sedici anni ero follemente innamorata. 

Jack mentre scruta i miei asciugamani, incerto su dove fare il nido

Apparentemente Fluffy si è lanciato su Jack Dawson, l'ha tirato in aria, e poi l'ha portato in cucina. E poi in salotto. Poi Finalmente mio marito è riuscito a mettere Jack su una paletta per la spazzatura e l'ha portato fuori. 
Alle 22 di ieri sera sono finalmente tornata a casa e la prima cosa che ho fatto è stato aprire l'armadio della biancheria, sul cui fondo, su un cuscino poggiato sopra alle mie scarpe nuove, mai indossate, giaceva una lunga scia di cosini neri, che ho subito identificato per quello che era: la cacca di Jack Dawson. Nel mio armadio della biancheria per la casa.
Il cuscino, che io avevo posto nell'armadio assolutamente intatto, era stato squarciato in un punto da aguzzi dentini, per creare una morbida a perfetta tana.
Mentre osservavo basita la scena, soprattutto perchè avevo aperto l'armadio ieri mattina per prendere un canovaccio con cui avevo asciugato i piatti e non avevo notato nulla di strano, Fluffy si è lanciato di nuovo verso l'armadio, evidentemente eccitato dall'odore di Jack Dawson, e si è letteralmente rotolato nelle feci di Jack prima che avessi il tempo di reagire. 

Abbiamo quindi allontanato il gatto e deciso di buttare il cuscino. Non ero psicologicamente pronta ad affrontare la possibilità che nell'armadio ci fosse anche Rose e gli eventuali pargoletti, così ho passato l'aspirapolvere, mi sono fatta una doccia, ho scritto una mail a mia madre e sono andata a dormire. 

"Jack, l'interno del cuscino è il posto ideale per allevare la nostra prole"
Naturalmente, il fatto di avere una potenziale famigliola di intrusi in casa non è qualcosa che concili il sonno. Ho cambiato posizione quindici volte, mi sono fatta una borsa dell'acqua calda, ho recitato mentalmente tutte le poesie imparate a memoria fin dalla prima elementare, i paradigmi dei verbi greci, le leggi della termodinamica, i rami dell'aorta toracica, ma di dormire non c'è stato verso. 
Ad accrescere l'ansia c'era anche il fatto che i gatti, che avevamo inizialmente stabilito di non lasciar entrare in camera per la notte, erano riusciti ad intrufolarsi lo stesso, e Fluffy stazionava come sempre sulle mie gambe.
Mentre le ore si snodavano lente in un confuso dormiveglia, la mia mente, che quando ci si mette è sadica come nessun altro, ha richiamato alla memoria l'esame di microbiologia e tutte le deliziose patologie potenzialmente trasmissibili da Jack e la sua eventuale famiglia. 

Spirochete, agenti patogeni della leptospirosi. Non sono adorabili?
Alle 7 del mattino, dopo lunghe ore insonni, mi sono alzata e ho acceso il computer. 
Vi do un consiglio spassionato: se vivete a migliaia di chilometri dai vostri genitori, non dite loro mai qualcosa di potenzialmente preoccupante. La mail che avevo incautamente scritto ieri sera ha ottenuto ben tre mail di risposta, dai tipici toni pacatissimi e per nulla allarmanti dei miei genitori. 
Si andava da "devi lavare i gatti" ( e come? li metto in lavatrice? tra l'altro oggi è domenica e non posso nemmeno vedere se al supermercato c'è qualcosa) a "devi passare la varechina su tutte le superfici" (varechina che non ho in casa, e comunque, quali superfici? quelle toccate dal topo o quelle toccate dai gatti, ovvero qualunque cosa?) fino a "ho chiesto in farmacia, i gatti li devi disinfettare" (seriamente, come faccio a disinfettare un gatto? con cosa, poi?).

"Povera idiota, non sa nemmeno come disinfettare i gatti!"
Poi mi sono fatta forza, mi sono vestita convenientemente, mi sono tirata su i capelli e ho preparato un piano di battaglia. Come già mi era successo quando abitavo in Medio Oriente e avevo a che fare con scarafaggi giganti (QUI, per chi volesse rileggere) ho avuto il fortissimo desiderio di poter trasformare ogni eventuale topo in qualcosa di più grosso e non disgustoso, tipo che so, un cerbiatto. Apro l'armadio, accarezzo il cerbiatto, rimuovo i petali di rosa (nei miei sogni posso trasformare anche le feci murine), faccio uscire la bestiola et voilà, fatto. 

Io stamattina, pronta per affrontare la famiglia Dawson
Comunque sia, durante l'ispezione non ho trovato nessun altro parente di Jack. Ho pulito tutto e ho buttato via molte cose e sono arrivata alla conclusione che Jack Dawson è arrivato qui passando dal pannello malmesso che fa da schiena all'armadio a muro. E' l'unica spiegazione plausibile, anche contando che ho due gatti che in caso contrario l'avrebbero intercettato ben prima che avesse il tempo di infilarsi nell'armadio.

Ora, per far stare i miei genitori tranquilli, ho promesso che domani farò le seguenti cose:
- contattare il veterinario, per chiedere uno spray disinfettante per gatti
- disinfettare interamente una stanza, quindi disinfettare i gatti con lo spray
- mettere i gatti disinfettati nella stanza disinfettata
- disinfettare tutto il resto della casa.
Ovviamente, nel caso il veterinario mi dica che non esistono spray disinfettanti, la mia promessa si ferma al punto uno, come spero.

Buoni propositi per il futuro:
- bloccare in qualche modo l'accesso a Jack Dawson, caso mai ci riprovasse
- smettere di raccontare cose preoccupanti ai genitori
- adottare un modo di vedere le cose più easy, tipo quello di una collega, che ieri dopo il mio sproloquio mi ha detto: "Sei nel bush, sai? qui è così". 

mercoledì 15 marzo 2017

La mia prima seduta di analisi

Eccomi qui, non sono stata inghiottita da un coccodrillo nè divorata da uno squalo, in caso qualcuno (c'è ancora qualcuno che legge questo blog?) si fosse preoccupato per l'assenza.

Il motivo principale della mia scarsa presenza online è la mia connessione ballonzolante. "Ballonzolante" è una parola evocativa, richiama alla mia mente qualcosa di molliccio e probabilmente puzzolente, ovvero - immagino  - lo stato di decomposizione del cervello dei "tecnici" di Telstra, il nostro internet provider (l'unico provider di questa zona).
Sono due mesi che la connessione non resiste per più di due minuti, abbiamo imparato a memoria il numero del call center dell'assistenza clienti situato nelle Filippine e abbiamo una profonda esperienza di tutti i trucchetti usati per farci stare buoni, ogni volta che chiamiamo per protestare.

- Eh, dev'essere il modem.
- Eh, è che c'è un guasto sulla linea.
- Eh, c'è problema proprio nel Paesino nel Bush dove vivete voi. anzi, proprio nella vostra strada, ma sarà risolto prima di sera.

Ci hanno mandato un tecnico per risolvere il problema e siamo stati edotti del fatto che, probabilmente, i nostri fili sono stati mischiati (?) con quelli dei vicini, in una specie di gustosa insalata mista elettrica. Il tecnico si è assentato un quarto d'ora e ha dichiarato poi di aver risolto tutto. 
In questa storia mi lascia perplessa il fatto che due mesi fa tutto funzionasse benissimo e i problemi siano iniziati all'improvviso, senza che ci siano stati lavori di manutenzione nè altro (i fili si sono mischiati da soli?) per non parlare del fatto che il tecnico ci abbia messo solo 15 minuti per risolvere il problema. 

Dopo questo episodio comunque, la connessione è tornata. Per una settimana. Poi abbiamo ricominciato a vedere l'icona del tirannosauro con le braccine corte e tutte le frasette tipo "connessione internet assente" "sito non raggiungibile" che i browser usano per farti sapere che sei stato tagliato fuori dal mondo virtuale, che non puoi più contattare via Skype i tuoi parenti in Italia, scrivere una mail senza salvarla venti volte ogni tre minuti o ascoltare una canzone su Youtube senza metterci mezz'ora per sentirla tutta.

A parte questo, lo scorso mese ho compiuto 35 anni e la cosa mi ha fatto impressione. Ricordo quando ne avevo 25 e mi sembrava terribile che fosse già un quarto di secolo. Ora sono passati dieci anni e mi sento alle soglie della pensione. 
E presto avrò quarant'aaaaaaaanni - come diceva Meg Ryan in Harry, ti presento Sally.




Una cosa che mi fa arrabbiare, anzi, mi fa imbestialire, mi fa fumare le orecchie e scagliare piccoli fulmini con gli occhi, e che tutti si preoccupino della nostra prole.
I bambini. Hai passato i trenta e ancora non hai figli? a che età pensi di averli? vi dovete sbrigare, eh!
Nessuno sembra rendersi conto che avere o non avere figli è una cosa che riguarda solo noi. Privata. Magari non ne vogliamo. Magari ora non è la nostra priorità. Magari non ne possiamo avere. Soprattutto, sono affari nostri.
A volte mi viene l'impulso irresistibile di ribattere ad una domanda così privata come quella sui bambini con un'altra domanda su qualcosa di privato e personale, tipo:

Qualcuno:  Non avete ancora figli?
Io: Hai fatto la cacca, oggi? guarda, la costipazione può portare a conseguenze gravi!

In questa parte di Australia il trend è sposarsi giovanissimi, a vent'anni o ancora prima, fare tre o quattro bambini e divorziare prima dei quaranta. Di tutte le mie colleghe, solo una è ancora sposata con lo stesso uomo. Le altre sono al secondo o al terzo matrimonio, oppure si sono trasformate in mature adolescenti e ti dicono che hanno incontrato un "ragazzo carino"(non pensate male, niente pedofilia, il ragazzo è un sessantenne) con cui usciranno venerdì sera. 
Lungi da me il criticare le scelte altrui, specie se non mi riguardano. Vorrei solo che gli altri facessero lo stesso con me.

Continuo a lavorare nello stesso posto, la situazione non è più così bella come sembrava all'inizio, ogni giorno accumulo un po' di rabbia e frustrazione e spesso mi chiedo quale sarà la goccia che farà traboccare il vaso, se sia possibile trovare un "contenitore di gocce" più grande, magari su ebay (sono ironica, eh!), oppure se valga la pena cambiare lavoro e buttarmi in una carriera completamente nuova, tipo tosatrice di pecore (un business, da queste parti) o ranger nei parchi nazionali, o magari chessò, giardiniera.
Una parte di me mi avvisa che questo malessere è una tappa del percorso di integrazione di un migrante in un nuovo contesto socio-culturale e balle varie di questo tipo, che dovrebbero tra l'altro giustificare perchè dopo due anni non abbia ancora trovato nessuno con cui parlare in questo posto e stia diventando intollerante ad una serie di cose, come il cibo australiano, l'inglese australiano, la mancanza di librerie-teatri-cinema-musei-arte-cultura propria di questa zona, gli Australiani di origine britannica in genere, gli Italiani che pensano che vivere all'estero sia più facile, tutto quello che c'è sulla terra, tutto quello che c'è nell'universo, tutto tutto tutto tutto, tutto quello che esiste, come diceva il dottor Cox.



Forse le cose sarebbero diverse se riuscissi a farmi riconoscere la laurea, ma tra i requisiti per il riconoscimento, oltre a dover reperire un bullone di astronave, una pantegana parlante, un dinosauro vivo e uno scritto originale di Socrate, devo superare (è il primo gradino) un esame di inglese in cui, sfortunatamente, nella parte scritta non riesco a conseguire il punteggio richiesto, nonostante la pratica, i libri, le lezioni private, gli incantesimi propiziatori, i riti per scacciare il malocchio e naturalmente il fatto che viva in Australia e l'inglese sia la lingua in cui parlo quotidianamente senza problemi.
E continuo a sentirmi dire: fregatene dell'esame! fai un bambino e pensa a fare la mamma! osservazione che mi fa pensare che per scatenare uno tsunami non sia sempre necessario un terremoto.

Ringrazio tutti per aver partecipato a questa seduta di analisi nel ruolo di analisti virtuali, mi alzo dal divano virtuale e mi accingo a pubblicare il post, che ha richiesto solo cinque ore per essere scritto, grazie alla connessione e che ne richiederà probabilmente altrettante per essere pubblicato.
Alla prossima.

mercoledì 22 luglio 2015

Era una notte di tuoni e lampi

Erano le otto di sera di qualche settimana fa e stavo andando al lavoro per fare il turno di notte. 
Era una tipica serata di questo mio primo inverno australiano. Un Italiano associa sempre il mese di Giugno col caldo, e invece no, qui è inverno e fa freddissimo.
Quella sera il cielo tutt'intorno al paese era pieno di lampi e la pioggia veniva giù a catinelle.

Sono salita su Torcina, la mia macchina, parcheggiata davanti a casa, giusto prima di inzupparmi fino alle ossa, ho messo in moto  e come di consuetudine ho iniziato a cantare, per farmi compagnia e far passare più velocemente i 55 chilometri che mi separano dal luogo dove lavoro.
Devo dire che mi piace guidare, e soprattutto mi piace farlo su questa strada, che di giorno è circondata da verdissimi campi di grano che si estendono a perdita d'occhio, boschetti di eucalipti e pascoli.
Di notte la strada è nera come la pece. Non c'è un lampione, una casa, nulla. L'unica eccezione, a metà strada, è un caravan park con annesso ristorante. Oltre a quello non c'è nessun'altra presenza umana. La strada è abbastanza trafficata durante il giorno, ma di notte diventa un deserto, si guida per 55 chilometri senza mai abbassare gli abbaglianti.
Di notte ci sono solo le mie canzoni a rompere il silenzio, e le stelle che mi scintillano sulla testa.
Di solito guido e canto persa nei miei pensieri e quando arrivo a destinazione quasi non mi rendo conto della strada percorsa. Quella notte però non è andata così.

- Oh Lady Lady Oscar, le gran dame a corte ti invidiano perchè, oh Lady Lady Osc....
-VRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRR
- Torcina? TORCINA? cosa stai combinando? Cos'è questo rumore?
-VRRRRRRRR.....TOC
- Torcina?
- ......
- Torcina!!!!!

E' una notte buia e tempestosa e la tua macchina, dopo aver emesso uno strano rumore da falciatrice inceppata, si è spenta e non riesci più a metterla in moto. Ovviamente sei in mezzo al nulla. Per prima cosa guardi il cellulare, ma ovviamente non c'è campo.
Ciao. Benvenuta nel bush australiano.

Ok. Sangue freddo. Rilassati. Come no. Sono le 20.30, e tra mezz'ora e trenta chilometri dovrei essere al lavoro. E invece sono qui. Cosa faccio adesso? Non passa nessuna macchina a cui poter chiedere aiuto.
Aspetta, poco fa ho passato il caravan park. Riuscirò a raggiungerlo a piedi? Dicono che se si ha un problema nel bush non bisogna mai lasciare la macchina. Ma cosa faccio qui, tutta la notte? provo a raggiungere il caravan park. Ora non piove. E i fulmini? chissà quanto è lontano il temporale. Non per niente, la strada che dovrei fare a piedi è bordata da alberi altissimi...
Ecco un lampo. Uno, due tre, quattro, cinque, sei, sette.. ecco il tuono. Sette secondi. Sarà abbastanza lontano? Sono pazza a pensare di raggiungere il caravan park a piedi? Forse sì. Ma lo sapevo già. Coraggio. Andiamo.

Spengo i fari e precipito nel buio. Chiudete gli occhi. Ecco, così. Il buio della strada è così.
Cammino più rapida che posso. Il caravan park non può distare più di un chilometro. Cammino senza sapere dove metto i piedi, beccando ovviamente tutte le pozzanghere della strada. L'unico rumore è quello dei miei passi e dei tuoni in lontananza. Cammino in mezzo alla strada (o almeno credo) il più lontano possibile dagli alberi.

Dopo un tempo che mi sembra infinito arrivo finalmente ad una piccola costruzione da cui filtra una luce. Il ristorante del caravan park. Ma la porta è chiusa. Il locale è vuoto, chiude alle 20. Provo a bussare, nella speranza che ci sia ancora qualcuno, magari il titolare che lava i pavimenti. Busso più volte, ma non c'è nessuno.
Allora entro nel caravan park. Delle voci. Qualcuno sta parlando davanti ad una roulotte. Seguo le voci, e infine arrivo ad una tenda dove un gruppo di uomini avviluppati in pesanti giacconi sta fumando e bevendo.

- Ehm, scusate........SCUSATE!!!
Ci metto un po' per farmi notare. Forse la ragione è nelle bottiglie di vodka mezze vuote che sono sul tavolo.
Alla fine mi vedono. Chiedo se nel caravan park c'è un telefono pubblico, ma loro non ne hanno idea. Spiego che ho avuto un guasto alla macchina e che devo fare una telefonata.
Uno di loro mi porge un cellulare. Peccato che non ci sia campo. Intanto iniziano a mettermi a fuoco.
- Un guasto alla macchina hai detto, eh?
- Sei di qui?
- Sei sola?

Infine uno di loro si alza, e solo in quel momento mi accorgo che è una donna, l'unica della compagnia. Con parole malferme mi dice che mi accompagnerà dai gestori.
Fa fatica a reggersi in piedi.
- Scusami, devo essere un po' ubriaca - mi dice. Giusto un filino.
Barcollando mi accompagna su per una scala, e infine bussa ad una porta.

- Salve, la mia macchina si è guastata proprio qui vicino. Avete per caso un telefono fisso? dovrei fare una telefonata.
I gestori ringraziano la signora che mi ha accompagnata, mi fanno entrare ed usare il telefono fisso. Chiamo mio marito e il posto di lavoro, spiegando il problema. La mia collega mi dice di stare tranquilla. Sono cose che succedono.
Intanto fuori è arrivato il temporale. Piove a catinelle e i lampi illuminano la strada a giorno. Sono ormai le 21.15.
Mentre aspetto che arrivi mio marito chiacchiero un po' con i gestori. E' una coppia di mezza età proveniente da Perth, che ha rilevato il caravan park da sole sei settimane. Mi chiedono da dove vengo, gli racconto che sono Italiana e che vivo in Australia da Gennaio.
- Ah, italiana! Conosci Valentino Rossi? - mi chiedono.

Chiacchieriamo. Mi offrono tè e biscotti, e intanto mi chiedono di descrivergli il problema che ho avuto con Torcina.
- Dev'essere una cinghia del motore allentata- diagnostica il gestore, che ha lavorato per qualche tempo come meccanico - dì a tuo marito di tornare qui, dopo che ti ha accompagnata al lavoro, così andiamo a vedere la tua macchina.
Per la cronaca, la diagnosi era azzeccata.

Infine mio marito arriva, mi accompagna al lavoro, e la brutta avventura notturna si conclude.
Non posso fare a meno di pensare di essere stata molto fortunata: in 55 km, la macchina si è guastata proprio vicino all'unico posto dove avrei potuto ricevere aiuto.
Ora nella mia lista di cose da fare si sono aggiunte l'acquisto di una torcia potente da tenere in macchina e magari un piccolo corso di pronto intervento meccanico. Tipo come si fa a cambiare una ruota, aggiungere acqua al radiatore, cose così.
Piccolezze, che però qui possono fare la differenza. Specie se il prossimo guasto dovesse essere tipo a trenta chilometri da ogni possibile soccorso.
E questo è solo il bush. Se un giorno dovessimo trasferirci nell'outback, dove la natura è davvero selvaggia, l'acquisto di un telefono satellitare potrebbe essere indispensabile. 

sabato 6 giugno 2015

Storie dal bush

Era una notte buia e fredda
Era una notte buia e fredda di questo fine autunno australiano che tanto assomiglia all'inverno pieno.
Erano le 5 del mattino e stavo percorrendo, in perfetta solitudine, i 300 km che separano Perth dal paesino nel bush dove viviamo.
La macchina viaggiava nella notte nell'oscurità più assoluta, gli abbaglianti accesi, le piante della boscaglia che sfilavano ai lati della strada, indistintamente illuminate dai fari. Nessuna luce, nessuna altra macchina.
Arrivo ad una specie di stazione di servizio completamente isolata e decido di fermarmi per vedere se i bagni, sul lato dell'edificio, sono aperti. 
Come esco dalla toilette delle donne, diretta alla macchina, sento un rumore, che nel silenzio rimbomba come uno sparo.
Passi. Passi dietro di me, passi che mi seguono. Io sono da sola, e il cuore mi balza in gola.
Passi tranquilli, consci che non ho scampo, che basta un balzo per raggiungermi e che qui in mezzo al nulla posso urlare finché voglio, ma nessuno mi sentirà mai.
Affretto il passo. Cosa mi devo aspettare? riuscirò a raggiungere l'auto? è un tentativo di rapina o peggio?
Passano istanti lunghi come anni. Infine decido che devo sapere, voglio vedere chi mi segue, voglio misurare il pericolo, captare nei suoi occhi le intenzioni. Così mi volto. 
Dietro di me, ci sono tre tacchini.

Punti di vista australiani
(tra parentesi i miei pensieri)
- Senti, ho sentito una cosa sull'Italia che mi sembra davvero strana... 
(oddio, spero che le gesta dei politici italiani non siano giunte fin qui. Cosa mi può chiedere? niente domande su Berlusconi, per favore) 
- Ma certo, dimmi!
(ecco me lo sento, è una domanda sulla politica. Oppure sulla situazione degli immigrati? o sull'economia?gosh)
- Quello che volevo sapere è... ma è vero che in Italia a Giugno comincia l'estate? no, perché l'estate a Giugno è una cosa stranissima.. voglio dire, a Giugno è inverno!!!
Scommetto che il mio sospiro di sollievo è arrivato fino in Italia. 

Le avventure di Torcina e della benzina che non c'era
Ore 22.30: di ritorno dal lavoro, noto che l'indicatore della benzina di Torcina, la mia macchina, si sta avvicinando a "vuoto" e decido di fare rifornimento.
Ore 22.40: gli unici due distributori del paese sono chiusi e qui il self service come c'è in Italia, tramite importo prepagato, non esiste. Qui fai benzina e vai a pagare al casottino. Se quello è chiuso devi rassegnarti. Ci sarebbe la macchina di mio marito, ma dubito che abbia abbastanza carburante.
Ore 23.00: sono a casa, e cerco su internet un distributore aperto 24 ore.
Ore 23.15: ne trovo uno, mi segno la strada per arrivarci e vado a dormire.

Ore 4.00: sveglia, colazione e preparazione per andare al lavoro.        
Ore 4.45: esco di casa e salgo in macchina.
Ore 4.46: il parabrezza è ghiacciato. Rientro, riempio una bottiglia di acqua tiepida, ce la verso sopra e parto, diretta al distributore che ho trovato su internet.
Ore 4.55: sono nella strada indicata, ma qui di distributori nemmeno l'ombra.
Ore 5.00: decido che forse la benzina è abbastanza per andare al lavoro. Dopotutto sono solo 55 chilometri...
Ore 5.05: svolto sulla statale e slitto leggermente. Do un'occhiata: l'asfalto brilla. E' ghiaccio. Ma benone.
Ore 5.17: sono a 15 km dal paesino dove vivo e a 40 da quello dove lavoro, La strada è deserta. E l'indicatore della benzina, con uno scatto, si sposta sulla linea rossa di "vuoto".
Ore 5.18: le mani mi tremano talmente tanto che non riesco a guidare, e non è per il freddo. Accosto. Se finisco la benzina qui, su questa strada deserta e senza copertura per il cellulare, rischio l'assideramento. 
Ore 5.19: faccio dietrofront e torno a casa, incrociando tutto l'incrociabile di arrivarci.
Ore 5.30: sono a casa. E tra mezz'ora dovrei essere al lavoro. Provo a telefonare, ma la collega del turno di notte dev'essere impegnata e non risponde.
Ore 5.35: prendo la macchina di mio marito. Non so se la benzina basta, diciamo che lo spero.
Ore 5.36: sto volando sulla strada, incurante del ghiaccio (la strada comunque è asciuttissima), dei canguri che potrebbero apparire all'improvviso, della nebbia che a tratti riduce la visuale.
Ore 6.05: arrivo al lavoro. La mia collega, alla quale racconto l'avventura, mi fa una meritatissima lavata di capo sul correre con la macchina di notte, sulle strade buie del bush. 
Non si corre di notte. Sei pazza? ci sono i canguri. Non lo fare mai più. 

Ore 14:30: arrivo a casa. Ora devo fare benzina con Torcina. Riuscirò ad arrivare al distributore? se non altro la temperatura è salita e sono in paese, anche se resto a secco non rischio la vita.
Ore 14.35: sono al distributore e faccio il pieno. La fortuna mi ha arriso.

martedì 13 gennaio 2015

Australia, giorno 2

Succede che aspetti qualcosa per anni e ti sembra che il tempo non passi mai. 
L'anno prossimo. Tra sei mesi. Tra due mesi. Sembra che ci sia sempre un sacco di tempo prima che l'agognato evento accada. 
E poi, improvvisamente, quando sei così pieno di cose da fare che quasi hai interrotto il conto alla rovescia, ecco che arriva il momento e tutte le tue emozioni - tutta l'ansia, tutta la gioia - si concretizzano.
Abbiamo lasciato il Medio Oriente l'8 Gennaio e ancora non ci credevo, assomigliava troppo ad un normale viaggio. 
Ci siamo fermati qualche giorno nella caotica Bangkok, la capitale della Thailandia, abbiamo fatto una full immersion nel clima tropicale, nello smog della città, nella pace dei templi buddisti disseminati ovunque. Abbiamo assaporato il cibo (ok è uno stereotipo, però le banane maturate all'albero hanno davvero tutt'altro sapore rispetto a quelle che si comprano in Italia) abbiamo vagato per le strade sporche e strapiene di persone, abbiamo assaporato l'ospitalità del paese, i suoi aspetti positivi e quelli negativi (i bimbi di strada mi fanno salire il cuore in gola e le lacrime agli occhi...per non parlare dei cartelli in aeroporto contro lo sfruttamento sessuale dei minori). 

Poi i giorni in Thailandia sono finiti, e ci siamo ritrovati all'aeroporto, con un biglietto in mano. Siamo saliti sull'aereo e abbiamo volato verso sud, abbiamo sorvolato l'Indonesia e un buon tratto di oceano, e dopo 7 ore finalmente la pista dell'aeroporto di Perth ci si è parata davanti.
Ho sentito per la prima volta che questo viaggio era "il viaggio" quello del trasferimento, quando mi sono trovata davanti la solita card che viene distribuita sull'aereo e che va compilata prima di passare attraverso l'immigrazione. Nella sezione delle domande sulla motivazione del viaggio ho barrato l'opzione A.


Migrating permanently to Australia. Wow, ci siamo.
E così eccomi qui. In questo momento mi trovo a Perth, dove ci fermiamo qualche giorno prima di andare nel Paesino Nel Bush (QUI la definizione di bush) dove ci trasferiremo, a qualche ora di macchina da qui.
In questi due giorni abbiamo comprato una sim card per il cellulare, abbiamo preso i moduli per l'iscrizione al sistema sanitario e siamo vicini all'acquisto di una macchina.
Abbiamo anche girato il centro di Perth in lungo e in largo e ci siamo tuffati nel cibo (l'insalata che sa di insalata, la frutta che sa di frutta... sembrerà scontato, ma per noi è eccezionale: dove abitavamo prima frutta e verdura non avevano sapore).
Finora l'accento australiano non mi ha dato problemi e sono riuscita a capire tutto quello che hanno detto le persone con cui ho parlato, cosa che mi ha resa molto felice. Spero ardentemente che continui così :-)
Questo è tutto, per adesso. Ulteriori aggiornamenti nei prossimi giorni...

mercoledì 25 aprile 2012

Ansia da hamburger

Io amo cucinare. E' una delle attivita' che preferisco, che mi rilassano di piu', uno dei pochi campi in cui ho fiducia nelle mie capacita'. Preparare un piatto nuovo e' sempre una sfida entusiasmante, non importa quanto complicata e lunga sia la ricetta.
La prossima settimana avro' quattro persone a cena, e sto gia' pregustando la gioia di impastare gli gnocchi ripieni, di fare le tagliatelline con la farina di farro, di estrarre dal forno la teglia di lasagne al ragu'.
E poi, qualche giorno fa, la domanda. Che ne dici di invitare i nostri vicini per una hamburger night? Prepariamo gli ingredienti, ognuno si assembla il suo hamburger.. una tipica serata americana.
E l'ansia comincia a salire. Perche' qui non c'e' nulla da impastare, nulla da decorare, nulla che possa darmi l'idea che sto creando qualcosa, che ho il controllo della cucina. 
La riuscita della serata dipende dal pane comprato, dalla freschezza della lattuga, dal formaggio che abbiamo scelto, e dalla cottura dell'hamburger. 
Lo so che sembra una cosa stupida, ma cuocere un hamburger mi mette ansia. Prima di tutto perche' si restringe, nonostante cerchi sempre di farlo piu' largo del panino. E poi, come lo devo cuocere, e soprattutto, per quanto tempo? 
Se in un ristorante mi capita di ordinare un piatto di carne, non mi verrebbe nemmeno in mente di dire che cottura preferisco. Al massimo posso concepire la distinzione tra "ben cotto" e "al sangue".
Ma gli Americani sugli hamburger sono puntigliosi. Rare, medium rare, medium, medium well, well done. Che differenza c'e' tra medium e medium well? medium well e' "un pochino piu' cotto" di medium? ma un pochino quanto? e soprattutto, non potevo preparare una pizza o delle focacce, su cui non avevo dubbi?
Lo so che stiamo parlando di un piccolo e inoffensivo disco di carne, che tremerebbe al confronto con un arrosto. 
A differenza pero' dell'arrosto, su cui non avrei nessun tentennamento, l'hamburger per gli Americani e' un comfort food, un cibo che evoca sapori e sensazioni legati all'infanzia, alla cucina della mamma, quella capace di trasmettere amore e concretezza.
I miei hamburger saranno all'altezza di questo compito? Riusciro' a ricreare "casa" senza delusioni? Cosa succede se il sapore e' completamente diverso da quello che si aspettano?
Ansia. E stiamo solo parlando di un hamburger. Sono gia' pronta ad un attacco di panico per il mio primo tacchino, quello del Thanksgiving. Per fortuna fino a Novembre ho tempo per abituarmi all'idea.