mercoledì 15 marzo 2017

La mia prima seduta di analisi

Eccomi qui, non sono stata inghiottita da un coccodrillo nè divorata da uno squalo, in caso qualcuno (c'è ancora qualcuno che legge questo blog?) si fosse preoccupato per l'assenza.

Il motivo principale della mia scarsa presenza online è la mia connessione ballonzolante. "Ballonzolante" è una parola evocativa, richiama alla mia mente qualcosa di molliccio e probabilmente puzzolente, ovvero - immagino  - lo stato di decomposizione del cervello dei "tecnici" di Telstra, il nostro internet provider (l'unico provider di questa zona).
Sono due mesi che la connessione non resiste per più di due minuti, abbiamo imparato a memoria il numero del call center dell'assistenza clienti situato nelle Filippine e abbiamo una profonda esperienza di tutti i trucchetti usati per farci stare buoni, ogni volta che chiamiamo per protestare.

- Eh, dev'essere il modem.
- Eh, è che c'è un guasto sulla linea.
- Eh, c'è problema proprio nel Paesino nel Bush dove vivete voi. anzi, proprio nella vostra strada, ma sarà risolto prima di sera.

Ci hanno mandato un tecnico per risolvere il problema e siamo stati edotti del fatto che, probabilmente, i nostri fili sono stati mischiati (?) con quelli dei vicini, in una specie di gustosa insalata mista elettrica. Il tecnico si è assentato un quarto d'ora e ha dichiarato poi di aver risolto tutto. 
In questa storia mi lascia perplessa il fatto che due mesi fa tutto funzionasse benissimo e i problemi siano iniziati all'improvviso, senza che ci siano stati lavori di manutenzione nè altro (i fili si sono mischiati da soli?) per non parlare del fatto che il tecnico ci abbia messo solo 15 minuti per risolvere il problema. 

Dopo questo episodio comunque, la connessione è tornata. Per una settimana. Poi abbiamo ricominciato a vedere l'icona del tirannosauro con le braccine corte e tutte le frasette tipo "connessione internet assente" "sito non raggiungibile" che i browser usano per farti sapere che sei stato tagliato fuori dal mondo virtuale, che non puoi più contattare via Skype i tuoi parenti in Italia, scrivere una mail senza salvarla venti volte ogni tre minuti o ascoltare una canzone su Youtube senza metterci mezz'ora per sentirla tutta.

A parte questo, lo scorso mese ho compiuto 35 anni e la cosa mi ha fatto impressione. Ricordo quando ne avevo 25 e mi sembrava terribile che fosse già un quarto di secolo. Ora sono passati dieci anni e mi sento alle soglie della pensione. 
E presto avrò quarant'aaaaaaaanni - come diceva Meg Ryan in Harry, ti presento Sally.




Una cosa che mi fa arrabbiare, anzi, mi fa imbestialire, mi fa fumare le orecchie e scagliare piccoli fulmini con gli occhi, e che tutti si preoccupino della nostra prole.
I bambini. Hai passato i trenta e ancora non hai figli? a che età pensi di averli? vi dovete sbrigare, eh!
Nessuno sembra rendersi conto che avere o non avere figli è una cosa che riguarda solo noi. Privata. Magari non ne vogliamo. Magari ora non è la nostra priorità. Magari non ne possiamo avere. Soprattutto, sono affari nostri.
A volte mi viene l'impulso irresistibile di ribattere ad una domanda così privata come quella sui bambini con un'altra domanda su qualcosa di privato e personale, tipo:

Qualcuno:  Non avete ancora figli?
Io: Hai fatto la cacca, oggi? guarda, la costipazione può portare a conseguenze gravi!

In questa parte di Australia il trend è sposarsi giovanissimi, a vent'anni o ancora prima, fare tre o quattro bambini e divorziare prima dei quaranta. Di tutte le mie colleghe, solo una è ancora sposata con lo stesso uomo. Le altre sono al secondo o al terzo matrimonio, oppure si sono trasformate in mature adolescenti e ti dicono che hanno incontrato un "ragazzo carino"(non pensate male, niente pedofilia, il ragazzo è un sessantenne) con cui usciranno venerdì sera. 
Lungi da me il criticare le scelte altrui, specie se non mi riguardano. Vorrei solo che gli altri facessero lo stesso con me.

Continuo a lavorare nello stesso posto, la situazione non è più così bella come sembrava all'inizio, ogni giorno accumulo un po' di rabbia e frustrazione e spesso mi chiedo quale sarà la goccia che farà traboccare il vaso, se sia possibile trovare un "contenitore di gocce" più grande, magari su ebay (sono ironica, eh!), oppure se valga la pena cambiare lavoro e buttarmi in una carriera completamente nuova, tipo tosatrice di pecore (un business, da queste parti) o ranger nei parchi nazionali, o magari chessò, giardiniera.
Una parte di me mi avvisa che questo malessere è una tappa del percorso di integrazione di un migrante in un nuovo contesto socio-culturale e balle varie di questo tipo, che dovrebbero tra l'altro giustificare perchè dopo due anni non abbia ancora trovato nessuno con cui parlare in questo posto e stia diventando intollerante ad una serie di cose, come il cibo australiano, l'inglese australiano, la mancanza di librerie-teatri-cinema-musei-arte-cultura propria di questa zona, gli Australiani di origine britannica in genere, gli Italiani che pensano che vivere all'estero sia più facile, tutto quello che c'è sulla terra, tutto quello che c'è nell'universo, tutto tutto tutto tutto, tutto quello che esiste, come diceva il dottor Cox.



Forse le cose sarebbero diverse se riuscissi a farmi riconoscere la laurea, ma tra i requisiti per il riconoscimento, oltre a dover reperire un bullone di astronave, una pantegana parlante, un dinosauro vivo e uno scritto originale di Socrate, devo superare (è il primo gradino) un esame di inglese in cui, sfortunatamente, nella parte scritta non riesco a conseguire il punteggio richiesto, nonostante la pratica, i libri, le lezioni private, gli incantesimi propiziatori, i riti per scacciare il malocchio e naturalmente il fatto che viva in Australia e l'inglese sia la lingua in cui parlo quotidianamente senza problemi.
E continuo a sentirmi dire: fregatene dell'esame! fai un bambino e pensa a fare la mamma! osservazione che mi fa pensare che per scatenare uno tsunami non sia sempre necessario un terremoto.

Ringrazio tutti per aver partecipato a questa seduta di analisi nel ruolo di analisti virtuali, mi alzo dal divano virtuale e mi accingo a pubblicare il post, che ha richiesto solo cinque ore per essere scritto, grazie alla connessione e che ne richiederà probabilmente altrettante per essere pubblicato.
Alla prossima.

lunedì 30 gennaio 2017

Appunti di una giornata al mare

Sveglia alle sei, partenza alle sette, destinazione la costa sud-ovest, l'Oceano Indiano, Dunsborough, Yallingup, Margaret River. Una giornata leggera fatta di sole, di mare, di quel velo di sale che ti copre la pelle dopo il bagno.
E' estate, qui in Western Australia. 


Arriviamo a Dunsborough dopo poco più di tre ore di viaggio e ci dirigiamo subito a Meelup Beach, dentro l'omonimo parco naturale. L'acqua è fredda al primo tocco, gelida e trasparente, e piccoli pesci mi nuotano tra i piedi. Sulla spiaggia, castelli di sabbia, tavole da surf e risate di bambini.


Le spiagge mi mettono sempre a disagio, non amo mostrare il mio corpo. Oltretutto, c'è sempre la faccenda del colore. Anche se sono castana con gli occhi scuri, la mia pelle, specialmente quella non esposta al sole, è bianco-latte. Quando dico "latte", intendo proprio così. Nel mio personale album delle "Figure di Emme" c'è un episodio che rende l'idea.
Avevo circa quindici anni e un giorno d'estate stavo camminando per una strada con un vestitino corto e ad un certo momento mi sono fermata a guardare una vetrina.
Dall'altra parte della via (piccola e pedonale) c'era un bar con dei tavolini fuori e due ragazzi seduti ad un tavolino, li potevo vedere riflessi nel vetro. Non ci avevo nemmeno fatto caso, finchè non hanno iniziato a parlare.
Di me.

- Guarda quella - dice uno dei due, indicandomi -  ha i collant bianchi anche se siamo in estate!
Doccia gelata. Doccia gelata nella schiena.
Poi l'altro replica: No, non ha i collant!! è il colore delle sue gambe!
I due mi guardano con espressione sgomenta. 

Ecco. Non ricordo cosa ho fatto, probabilmente sono scappata. Da quel giorno basta vestitini corti, il mio guardaroba si è riempito di gonne e vestiti rigorosamente alla caviglia.

Qui in Australia, terra di gente bionda con gli occhi azzurri, il colore della mia pelle non fa più impressione. Ho girato per Dunsborough, Yallingup e Margaret River con dei pantaloncini corti e nessuno ha fatto facce strane o commenti inappropriati. Non che me ne importi granchè, ormai l'adolescenza è finita, ma fa piacere vedere che riesco a confondermi con la folla.

Dopo il bagno riprendiamo la macchina e andiamo a Yallingup.
Qui, in una minuscola casetta azzurra, alcuni ragazzi tedeschi hanno aperto uno dei miei locali preferiti, la Yallingup Gugelhupf Bakery, che sforna per l'appunto gugelhupf e altre delizie teutoniche. Oggi compriamo la versione salata del famoso dolce, con noci, pancetta e paprika. Il cartellino appeso alla torta recita:
Gugelhupf - the loyal companion throughout European history.
The realms are gone, the King of Cakes remains.


Poi si torna al mare. Yallingup e poi Margaret River.
La spiaggia è coperta di pezzetti di conchiglie scintillanti.


Accanto a noi, tre ragazzi sui vent'anni finiscono il bagno, tornano al loro asciugamano e dopo aver frugato nello zaino si riavvicinano all'acqua. Li guardo: hanno in mano dei sassi piatti, li fanno saltare tra le onde, ad ogni rimbalzo un sorriso.
Me li immagino mentre li raccolgono, come Amélie, con il preciso scopo di portarli al mare oggi, la gioia anticipata di vederli saltare.

Intanto il sole inizia a calare, domani si lavora, occorre far scoppiare questa bolla di relax, riprendere la macchina e riavviarci verso casa.
Come risaliamo la scaletta, diretti al parcheggio, notiamo un cartello preoccupante: comunque fortunatamente si tratta di pesci!



Prima di ripartire decidiamo di concludere la giornata da Southern Crust, la pizzeria più buona della zona, dove un ragazzo italiano sforna pizze secondo la ricetta di sua nonna. Credetemi, merita, e non vengo pagata per promuovere il suo minuscolo locale!
Questa sera mi coccolo con una pizza al prosciutto, porcini e olio al tartufo. Squisita, come sempre.
Infine è ora di andare, ci rimettiamo in macchina e intorno alle nove di sera siamo di nuovo a casa.
La leggerezza della giornata di oggi è rimasta sospesa nell'aria come una bolla di sapone profumata di sale.