giovedì 16 novembre 2017

Escape to the Freaky Village, seconda parte

Prima parte QUI.
I nostri progetti migratori verso l'ovest ( leggi: a circa 250 km ad ovest di dove siamo adesso) procedono, anzi, dalla fase progettuale siamo passati a quella esecutiva.

(Ok, ho scritto "verso l'ovest" e non potevo non mettere questo video).

Abbiamo trovato un signore col camion che ci porterà i mobili nella nuova casa. Ho dei flashback di questa esperienza qui, speriamo bene.

Un paio di giorni fa sono tornata laggiù, per sbrigare un po' di cose pratiche, tipo il cambio di contea dei gatti, scoprire come funziona il servizio postale e tutto il resto. Vi sintetizzo i punti salienti.

1- Trovandosi a 15 km dal Freaky Village, la nostra casa non è allacciata alla rete idrica. Da queste parti non è una cosa strana, come dicevo qui. Si risolve con una cisterna per l'acqua piovana raccolta dalle grondaie. No, non scherzo.

2- Ovviamente non c'è nemmeno l'allaccio del gas. Si usano le bombole, si possono comprare dal benzinaio.

3- Quanto alla spazzatura, in effetti il camion dove abiteremo noi non passa. Quindi possiamo A) arrangiarci a portare la nostra spazzatura alla discarica, oppure B) darci al compostaggio in maniera selvaggia e totalizzante.

4- Quanto alla posta - che ve lo dico a fare? - dove abiteremo noi non c'è la distribuzione porta a porta. Potremmo prendere una cassetta all'ufficio postale, ma sfortunatamente non ce ne sono di libere. La signora che gestisce il Post Office (che è anche giornalaio, centro scommesse e piccolo negozio) ci ha comunque detto che ci terrà lei la posta, telefonandoci ogni volta che arriva qualcosa. 

5- All'ufficio della contea sono stati molto gentili e mi hanno dato il "resident pack", un plico di informazioni utili per chi si trasferisce da quelle parti. Il plico conteneva:
- il benvenuto nella comunità da parte del presidente della contea;
- tre brochure sugli incendi e la necessità di creare un piano di emergenza qualora la casa fosse minacciata dal fuoco;
- una lista dei club presenti in paese, degni di nota il club femminile di freccette, quello di meditazione trascendentale, e quello per scrittori.
- una preoccupante lista dei serpenti più comuni della contea, tutti velenosissimi e in grado di ammazzare più persone con un solo morso. Tra questi ne spicca uno col nome, come dire, evocativo: il DEATH ADDER. La brochure invitava caldamente a preparare il compost (perchè evidentemente tutti lo fanno) dentro contenitori chiusi, onde evitare che residui di cibo all'aperto attirino topi che possano a loro volta attirare serpenti. 

Viva l'Australia! Ora vi lascio, vado a cercare online contenitori per il compostaggio e a controllare quante persone sono morte da queste parti bevendo la pioggia. 
Alla prossima.

domenica 12 novembre 2017

Di occasioni solenni e figuracce paurose

Mi hanno sempre detto che ho la testa tra le nuvole. La verità è che il mio cervello ha dei momenti di stand-by, in cui, suppongo, si riposa dalla gran fatica di dovermi sopportare 24 ore al giorno.
Sul serio, sono un caso disperato. Mi succede di andare a sbattere contro un lampione perchè non faccio attenzione, di non accorgermi di gente che mi saluta per strada, una volta mi sono perfino infilata nella macchina sbagliata all'uscita dal supermercato :D (impagabile la faccia dei due vecchietti seduti nei sedili anteriori!).
Un altro di questi momenti di stand-by è quando sono al supermercato: inserisco il pilota automatico e faccio la spesa, ma non mi accorgo mai di niente. 
Non succede solo a me, vero?

                                                                        *****

A parte il Natale, in Australia ci sono due festività particolarmente sentite. 
Una è l'ANZAC (Australia and New Zealand Army Corps) Day, che ricorda la battaglia di Gallipoli in Turchia durante la prima guerra mondiale, quando l'Australia combatté per la prima volta come nazione. L'ANZAC Day è il 25 Aprile ed è la quintessenza dell'identità australiana. Per l'occasione si organizzano parate, ci sono fuochi artificiali e innumerevoli commemorazioni dei caduti, le città si riempiono di striscioni e la frase "Lest we forget" appare ovunque.
La seconda festività è il Remembrance Day, dove vengono ricordati i caduti di tutte le guerre. Il simbolo di questa giornata è il papavero, per cui settimane prima si trovano ovunque in vendita spillette a forma di papavero da sfoggiare nel Remembrance Day. 

Lo so che non c'entra niente, che la scelta del papavero come simbolo
di questo giorno ha sicuramente un motivo diverso, ma a me viene sempre
in mente De André. Sono genovese, che ci volete fare. 
Il Remembrance Day cade l'11 di Novembre, e il momento clou della giornata sono le 11 del mattino ("at the 11th hour of the 11th day of the 11th month") l'ora e il giorno in cui venne firmato l'armistizio di Compiègne, che sancì la fine dei combattimenti della prima guerra mondiale.

Ieri poco prima delle 11 sono andata al supermercato, ho preso il carrello, ho dato un'occhiata alla lista della spesa e mi sono avviata tra gli scaffali. 
Ero alla cassa automatica, intenta a passare gli articoli sul lettore ottico, quando ho sentito un annuncio interno. 
Seriamente, quante volte ascoltate con attenzione questi annunci? Io mai. Di solito sono cose tipo "Annuncio interno: Anna è pregata di andare alla cassa numero otto" o cose del genere. Niente che possa interessare il cliente medio. 

L'annuncio parlava del Remembrance Day, ma l'ho ascoltato con un orecchio solo, sempre per la storia del cervello in stand-by. Mi sono detta distrattamente che la festa era così importante che ne parlavano anche al microfono interno.

E poi all'improvviso mi sono accorta che qualcosa era cambiato di colpo. Era sceso un silenzio surreale. E mi è venuto in mente che in occasione del Remembrance Day si osservano due minuti di silenzio.

Ho alzato la testa.
Tutti, dico TUTTI, stavano fissando me, l'unica cretina che non si era fermata ad osservare il silenzio e continuava a passare gli articoli sul lettore, provocando rumorosissimi BIIIIIIIIIIIIP e mostrando di non avere alcun rispetto per i caduti australiani in terra straniera, martiri della libertà, eroi nazionali.
Avrei voluto scomparire, volare via, dileguarmi senza essere vista, nascondermi da qualche parte, tuffarmi nei sacchetti della spesa, simulare una malattia mentale abbastanza grave da fungere da scusa per il mio comportamento irrispettoso.
Invece ho abbracciato il flacone di detersivo per la lavatrice come se fosse un orsacchiotto consolatore, ho abbassato gli occhi e sono diventata rossa come un pomodoro maturo. 

Mannaggia alla mia testa. Per fortuna tra un mese ci trasferiamo altrove. 

mercoledì 18 ottobre 2017

#metoo #quellavoltache

Sono impressionata dal numero di bloggers che seguo che ha postato la propria personale storia di orrore preceduta dall'hashtag #metoo o #quellavoltache. 
Sono impressionata per la percentuale: su circa 30 blog che seguo di argomento non culinario, quasi sulla metà è apparso un articolo legato a questa iniziativa! Quante sono le donne che hanno subito molestie, in un qualche momento della loro vita? 

In una delle loro storie, l'autrice si chiede quante siano invece le donne che tacciono, che non ne parlano, per vergogna o paura. 
Oggi ho deciso di raccontare la mia storia, per non fare più parte di questo inquantificabile e invisibile gruppo.

Come a molte altre donne, anche a me è capitato di ricevere apprezzamenti non richiesti per strada o manate sull'autobus, specie quando era molto pieno.
Questi però sono episodi momentanei, durano un secondo, e pur non giustificandoli affatto non sono tali da farmi stare male, mi scivolano addosso come acqua su di un impermeabile.

L'episodio che volevo raccontare oggi è diverso e molto più lontano, troppo lontano negli anni, fino a raggiungere un'età in cui nessuno mai avrebbe dovuto sfiorarmi.
Era il 1988, avevo sei anni.
Mi piacevano i fiori, i colori e fare le cornicette in fondo alle pagine del quaderno.
Frequentavo la seconda elementare in una nota scuola privata e nella mia classe c'era un bambino particolare. Era molto intelligente e sembrava più grande dei suoi sette anni. Era irrequieto e faceva fatica a stare fermo nel banco, era solito mentire e rubava piccoli oggetti, se li trovava in giro. Oggi un bambino così avrebbe un sacco di diagnosi, deficit di attenzione e iperattività e chissà cos'altro, ma era la fine degli anni '80, queste cose non venivano indagate in modo approfondito come si fa oggi, ed era bollato semplicemente come "irrequieto".
Una mattina stava parlando con due miei compagni di classe, e sentii volare la parola "tette", di cui ignoravo il significato.
Un paio di giorni dopo, poco prima dell'ora di pranzo, la maestra ci stava mandando in bagno a due a due, un bambino e una bambina, a lavarci le mani prima di andare a tavola. Il bagno dei maschi era attaccato a quello delle femmine.
Ricordo che stavo facendo pipì, quando lui è entrato e mi ha messo le mani addosso. Le ha infilate sotto la canottiera, dentro alle mutandine, senza che io avessi anche solo una vaga idea di cosa stesse succedendo.
Ricordo i suoi commenti, che non erano per nulla quelli di un bambino.
Ricordo la sua lingua nella mia bocca, l'odore, il luccichio nei suoi occhi. E' durato minuti interminabili, finchè non sono riuscita a strapparmi quelle mani di dosso, a divincolarmi e a scappare in classe, con lui che mi inseguiva cercando di riacchiapparmi.
- Ce ne avete messo, di tempo! - ci ha detto la maestra, quando finalmente ho raggiunto la porta dell'aula.

Ritengo di essere stata fortunata, in quanto un bambino di sette anni non può avere un'erezione, quanto meno non come un adulto. Altrimenti sarebbe andata molto peggio.
L'anno seguente, per motivi diversi, cambiai scuola. La prima (e unica) persona a cui ne ho parlato è stato mio marito.
Anzi, se mi conoscete personalmente, per favore non dite nulla ai miei genitori a riguardo. Servirebbe solo a sconvolgerli.
Oggi che sono adulta mi interrogo anche su cosa fosse successo a quel bambino, per renderlo così. Oggi con i cellulari e internet certi contenuti sono molto più accessibili, ma all'epoca tutto questo non esisteva. Mi chiedo se per caso non abbia subito violenze anche lui, e questa è l'unica ragione per cui ne nascondo il nome.

Uno dei motivi per cui volevo raccontare questa storia è che non ne ho mai letta una simile. Non sono sicuramente l'unica ad aver subito un'esperienza del genere, eppure quando si parla di abusi sessuali sui bambini si è sempre portati a pensare che l'orco sia un adulto.
Non è così. Se avete dei figli, non è mai troppo presto per parlare loro di cos'è l'abuso.
Fatelo, vi prego. Parlate alle vostre figlie, dite loro che nessuno ha il diritto di toccarle contro la loro volontà.
E se siete genitori di un maschio, insegnategli il rispetto. Non è mai troppo presto per cominciare.

martedì 17 ottobre 2017

Di pensieri sparsi e nostalgia

21 Novembre 2006, ore 11

L'aula è gremita, il tailleur è stretto, ho l'impressione che contenga a stento i battiti del mio cuore. Ansia. Ora tocca a me. La commissione ha tra le mani una copia della mia tesi - rilegata e con la copertina rossa - e se la passano l'un l'altro, mentre parlo. 
Poi la professoressa Martelli di Farmacologia si alza e mi dice:
- La sua tesi rasenta l'eccellenza. 
Mi rilasso di colpo. Poi il presidente dice "110/110 e lode" e mi sento leggerissima, quasi mi sembra di volare.
Me la ricordo così la mia laurea, quasi undici anni fa.

13 Ottobre 2017, ore 22

Sto tornando a casa dal lavoro e sono esausta. Chissà perchè mi è venuto in mente il giorno della laurea, con tutto quello a cui dovrei pensare. Il trasloco, sì. E tutto il resto, le utenze, il cambio di contea dei gatti, tutta la burocrazia. E il dover salutare tutte le persone che conosco qui. Certo, 300 km non sono una distanza enorme, ma quanti verranno davvero a trovarci? e poi il dovermi licenziare dall'attuale lavoro, iniziare il lavoro nuovo, in un posto nuovo, con persone sconosciute. E poi la parte più difficile, per me che sono vagamente sociopatica: conoscere nuove persone, creare nuovi legami.

Torcina, la mia macchina ventitreenne, si arrampica sulle colline, nel buio della notte. Leggera e silenziosa come i miei pensieri.
Ho detto silenziosa? no, in effetti c'è un rumore strano. E del fumo che esce dal cofano. Mmm. E la temperatura è schizzata oltre il limite massimo della scala. Meglio accostare.
Accosto, prendo il telefono. Per fortuna c'è campo. Parlo in fretta, nel buio, con dieci miliardi di stelle che scintillano sopra la mia testa.
Due giorni dopo la macchina è dal meccanico. 
- Head gaskets blown - è la diagnosi e no, non so nulla di motori e non so tradurre "head gasket", ma è per dire che  Torcina è spacciata.
Del resto, era venerdì 13, che pretendete? :)

17 Ottobre 2017, ore 8.00

Sono senza macchina, piove e ci sono 12°C perchè qui la primavera va e viene. 
Sto andando dal meccanico per recuperare tutto quello che c'è di mio dentro Torcina. Documenti, ombrelli vecchi, maglioni, tutte quelle cose che abitualmente lascio in macchina. Arranco per la strada avvolta in un impermeabile col cappuccio. 
Il mio problema è che sono schiava dei ricordi. L'unica cosa che vorrei poter prendere da Torcina e portare via con me sono le canzoni cantate a squarciagola andando al lavoro, i momenti di auto-coscienza ad alta voce di cui lei era la sola testimone, l'ebbrezza di avere una macchina mia e di imparare a guidarci sopra. Invece devo limitarmi a raccogliere gli oggetti, il contratto di vendita nel vano porta oggetti, un maglione sul sedile posteriore, due cappelli di paglia. 
Ho finito. Cerco di allungare il più possibile quei momenti, le scatto una foto col cellulare, faccio una carezza al cofano.
- Era la mia prima macchina - spiego al meccanico, che mi guarda perplesso.
Addio Torcina, grazie di tutto.

17 Ottobre 2017, ore 11

Ora immaginate di esservi laureati con lode, che ne so, in Letteratura. Vi trasferite in un altro continente dove la vostra laurea non è riconosciuta. Non potete insegnare al liceo, ma vi danno la possibilità di insegnare l'alfabeto all'asilo. Il lavoro è frustrante e demotivante, ma bisogna pur mangiare.
Poi un giorno traslocate a 300 km da dove abitate e trovate un altro lavoro. Lo stesso che state già facendo, cioè insegnare l'alfabeto, ma c'è una novità. 
Nel vostro attuale posto di lavoro non vi hanno richiesto nessuna qualifica, però in effetti per insegnare l'alfabeto all'asilo c'è un piccolo corso di un anno. La manager del posto dove lavorate attualmente non richiede che voi abbiate questo diplomino, in quanto la vostra laurea, pur non riconosciuta, è considerata una qualifica superiore e quindi più che sufficiente.

Il nuovo manager la pensa diversamente. Cioè, potete lavorare senza diplomino, ma se non lo otterrete il vostro stipendio resterà bloccato al primo livello, non importa l'esperienza. 
Allora urge avere il diplomino. La vostra attuale manager vi dice di non preoccuparvi, di portare i documenti comprovanti la laurea presso l'istituzione che fa il corso sull'alfabeto, per chiedere una "recognition of prior learning". 
In pratica si tratta di far vedere gli esami che avete dato e chiedere se c'è la possibilità non dico di non fare il corso, ma di ottenere il riconoscimento di alcune parti.

Stamattina sono andata al TAFE, l'istituzione che si occupa del corso sull'alfabeto.
Immaginate il seguente dialogo.

- Buongiorno, le cose stanno così e così, questi sono tutti i documenti comprovanti la mia laurea, come funziona, posso farmi riconoscere qualcosa?
- Eh, non saprei. Mi faccia vedere che esami ha dato... storia della letteratura...Epistemologia... Critica comparata... filosofia della scrittura.. eh, non so.
- Come, non sa? 
- Eh, non so. Lei è laureata in Letteratura, ma io come faccio a sapere che lei sa l'alfabeto? è quello che occorre insegnare...
- Sì..ma io ho una laurea in letteratura.. cioè, ovvio che so l'alfabeto, no? 
- Eh, ma qui non c'è scritto. Manzoni, Leopardi... ma la lettera N dov'è? e la P l'ha fatta? Sa cosa viene dopo la Q?
- Senta, ma io faccio questo lavoro, questo per cui voi fate il corso, da due anni e mezzo!!
- Eh, ma magari lo stesso l'alfabeto non lo sa...

Ovviamente io mi occupo di tutt'altro, non sono laureata in Letteratura, era per fare un esempio.
La tizia comunque mi ha detto di aver spedito tutti i miei documenti nel capoluogo regionale, e lì decideranno se posso saltare almeno una parte del corso. Chissà quando e se me lo faranno sapere.
Mi immagino una cosa di questo tipo:

Gentile signora, siamo davvero contenti di aver ricevuto la trascrizione dei suoi esami. Sfortunatamente è primavera e il caminetto è spento, altrimenti ne avremmo già disposto in modo appropriato. Oh, la laurea era con lode? E' ECCEZIONALE!!! allora useremo la copia del papiro di laurea al posto della carta igienica, la prossima volta che ne avremo bisogno.
In ogni caso il corso lo deve fare per intero.
Cordiali saluti

Sono tornata a casa sotto alla pioggia, con la sensazione di avere una balena attaccata all'impermeabile.
Se invece di farmi un mazzo così con l'università (dieci anni in totale, contando che ho frequentato tre diversi corsi di laurea) avessi fatto qualcos'altro, tipo un viaggio intorno al mondo, non sarebbe stato meglio? ne avrei guadagnato in termini di esperienza di vita, probabilmente avrei visto posti interessanti e conosciuto gente nuova. In dieci anni, sai quanto avrei potuto viaggiare?
E ora mi sentirei molto più leggera. 

sabato 14 ottobre 2017

Escape to the Freaky Village

Escape to the Country è un programma britannico che mio marito ed io guardiamo spesso, un po' perchè la scelta è quella che è, un po' perchè è divertente, un po' perchè dopo tre anni di Australian English l'accento britannico suona esotico ed interessante. 

Lo schema è sempre lo stesso: c'è una coppia, di solito di arzilli e facoltosi sessantenni, che vuole traslocare dalla città alla campagna e ha delle idee ben precise riguardo a come e dove deve essere la nuova casa. Il presentatore li porta nella zona prescelta e mostra a loro tre case, di cui generalmente una carina, una oscena e una "mmm.. devo pensarci". 

Pochi giorni fa mio marito ed io abbiamo vissuto la prima puntata della nostra personale ricerca di una nuova casa e abbiamo passato la giornata facendo continui paragoni col programma di cui sopra. 

Stiamo per trasferirci in una zona a circa 300 km da dove abitiamo ora. Saremo sempre nel Bush, ma più vicini alla costa ovest del Western Australia, in un paesino di circa 500 persone che chiamerò the Freaky Village. La ragione del soprannome sta nel fatto che è un posto alternativo, dove vivono pensionati, figli dei fiori, artisti e hipster.
C'è una libreria di libri usati senza personale addetto alla vendita, in cui vai, porti un libro che non vuoi più e ne prendi un altro in cambio gratuitamente.
C'è una scuola con ben 34 alunni.
C'è un pullmino di proprietà della comunità per le "gite sociali", che una volta al mese va anche a Perth, per portare fin lì chi ne avesse bisogno.
C'è un locale vegano-biologico-buddista, dove, seduto davanti ad una statua di Buddha, puoi gustare un curry di zucca e ceci biologici cresciuti nel giardino sul retro.
C'è un mercatino settimanale di prodotti locali, la verdura biologica prodotta dai contadini, il sapone fatto in casa, la bigiotteria artigianale. C'è anche una signora che vende muffins fatti da lei.
E' un piccolo posto adorabile in mezzo alle foreste, del tipo che visiti una volta durante una gita fuori porta e pensi che bello che sarebbe vivere lì.

Poi sono successe una serie di cose, tipo mio marito ha trovato delle opportunità lì per il suo lavoro, io sono andata a fare un giro della zona armata di curriculum e due giorni dopo avevo già fatto un colloquio ed ero stata assunta, il proprietario della casa dove abitiamo attualmente ci ha fatto sapere che vuole vendere la proprietà, insomma, tutta una serie di cose ci hanno portato a pensare ad un trasloco molto prossimo.
L'unico neo del Freaky Village è che si trova in una zona molto bella e questo si traduce in affitti altissimi. Avevo già parlato di quanto sia difficile trovare qualcosa non dico di bello, ma di anche solo vagamente abitabile senza spendere cifre assurde: ovviamente quello che qui nel Paesino del Bush avrebbe avuto un prezzo diciamo modico, nel Freaky Village diventa proibitivo e non avete idea di cosa la gente abbia il coraggio di mettere in affitto: posti in cui io non terrei nemmeno le galline.

Arioso monolocale in stile vintage immerso nella natura, in affitto per soli 1.600 $ al mese.
Sì, sto scherzando, ho preso la foto su internet. Ma non pensiate che gli annunci reali siano molto meglio. 
Abbiamo quindi guardato gli annunci, chiamato le due agenzie immobiliari del Freaky Village e infine preso un appuntamento per lo scorso lunedì per visitare ben cinque case diverse (niente appartamenti nel bush, sono tutte casette unifamiliari), tre con una agenzia e due con un'altra.

Arriviamo puntualissimi alla prima agenzia, succursale di una nota catena australiana di agenzie immobiliari. L'impiegata con cui abbiamo parlato al telefono non è disponibile ad accompagnarci, perchè si è portata i figli in ufficio e deve badare a loro. Così, senza problemi. Si vede che è normale, da queste parti. Con noi viene un ragazzino probabilmente assunto il pomeriggio precedente, che non sa nulla delle case, ad ogni domanda risponde che deve chiedere e ha l'entusiasmo di un bradipo in letargo.

Ci accompagna alla prima casa, la più economica, mille dollari al mese. E' piccolissima, interamente fatta di legno, ma non legno tipo chalet svizzero: legno tipo cuccia del cane, tipo fienile, con le pareti costituite di assi di legno incollate le une alle altre, niente mattoni. Tipo che se viene un po' di vento serio crolla a terra. Il gabinetto è un casottino in giardino. Gli attuali affittuari sono una coppia sulla sessantina e sono palesemente figli dei fiori con la passione per gli incensi e lo yoga.
- Se ci trasferiamo qui, come minimo troviamo della droga nascosta da qualche parte - mi dice mio marito. Concordo, e la casa viene bocciata in partenza.

La seconda casa è accanto alla prima. Molto più grande, troppo più grande, con un sacco di stanze. Le uniche sorgenti di riscaldamento sono una stufa a legna in cucina e un caminetto in salotto, entrambi ben lontani dalle camere da letto. La casa è in fibrocemento, quella schifezza misto-amianto che utilizzavano qui per costruire alloggi economici prima degli anni '90.
- C'è dell'amianto nei muri? - chiediamo al bradipo.
- Ehm, devo chiedere - risponde lui.
Bocciata.

La terza casa non c'è che dire, è bellissima. E' fuori dal paese, è in mattoni, addirittura ha alcuni alberi da frutto. Praticamente un sogno, soprattutto se paragonata alle altre.

Poi andiamo nell'altra agenzia. La titolare, che da questo momento in poi chiamerò la Pazza, ci fa accomodare e ci dice che, purtroppo, le case che volevamo visitare sono state affittate entrambe e lei non ha pensato di avvisarci perchè tanto sapeva che saremmo venuti lo stesso per trovarne una.
Con una sola frase ho perso tutta la mia credibilità e serietà professionale.
Qualcuno le ha per caso viste?
Ci dice che però, fortunatamente, ha altre due case sottomano. Però non ha le chiavi.
- Vi accompagno a vedere i giardini - ci dice - Perchè tanto, più che la casa in sè, è importante la posizione.
E no, non ci sta prendendo in giro, parla seriamente.

Benvenuto nel nostro ristorante!
Sfortunatamente il cuoco non ha pentole, quindi non possiamo darle nulla da mangiare.
Ma venga, la accompagno a vedere la cucina.
- Poi magari guardando attraverso i vetri riuscite lo stesso a vedere dentro! - aggiunge la Pazza.

No comment. Io sto già schiumando di rabbia e sono pronta ad alzarmi e uscire senza nemmeno salutare. Cioè, siamo venuti fin qui su appuntamento e ora ci dice che le case (che erano disponibili due giorni prima) ora sono affittate? Entrambe?? e non ha ritenuto necessario avvisarci? poi l'offerta di visitare altre case senza poterci entrare dentro mi sembra solo un'ulteriore presa in giro.

Mio marito però è un uomo di sangue freddo che non si arrabbia assolutamente mai. Con una cortesia infinita risponde che sì, siamo felici di visitare i giardini delle potenziali case.

Saliamo in macchina e seguiamo la Pazza, che ci precede con la sua macchina.
La prima proprietà si trova a 25 km dal paese, in mezzo alla foresta. Intendo proprio letteralmente, è stata costruita in una minuscola radura. Attorno, per chilometri e chilometri, ci sono solo alberi e una fittissima vegetazione di sottobosco. Il giardino ( un pezzo di foresta cintata adiacente alla casa) è stato lasciato crescere selvaggiamente dall'attuale proprietario, tanto che, entrando dal cancello, non riusciamo a trovare il sentiero per arrivare alla casa e dobbiamo farci largo tra la vegetazione ipertrofica, stile Indiana Jones in mezzo alla jungla.
La Pazza si è portata dietro il cane, un affarino peloso e minuscolo che, quando non rimane incastrato tra i rami, ci si infila tra le gambe mentre arranchiamo tra la vegetazione, rischiando di farci finire a gambe all'aria.
Quando finalmente riusciamo a raggiungere la casa (il "cottage" come lo chiama la Pazza) scopriamo che è fatto di lamiera, stile favelas. Le tende sono state tirate e purtroppo è impossibile vedere l'interno.
Poi ci racconta che il fiume passa lì vicino, e anzi, perchè non andiamo a vederlo?
Ci conduce dunque giù per un ripido pendio, fino ad arrivare al corso d'acqua che, maestoso e tranquillo, serpeggia in mezzo agli alberi.

Riprendiamo quindi la macchina (dopo esserci persi di nuovo tra gli alberi del giardino), torniamo in paese e visitiamo l'ultima casa (di cui vi risparmio la descrizione).

In realtà non c'è molto da scegliere, la terza casa sarà la nostra casa, nonostante il prezzo folle.
Trasloco tra un mese.

venerdì 18 agosto 2017

Storie molto australiane

Ieri, in pausa caffè.

Collega Enne: Ma sei poi riuscita a liberarti dei topi?
Io: Non lo so.. ho pulito tutto, non ne ho più visti e ho due gatti..
Enne: Guarda, qui i topi ce l'hanno tutti. Ci farai l'abitudine.
Io:....
Enne: comunque dai, non è niente di che. Solo topi.
Io: Insomma.. non è che sia proprio il massimo, averli in casa.
Enne: Guarda, fidati, non è nulla. Quando i miei quattro figli erano piccoli, ho vissuto per alcuni anni in South Australia, in una zona semidesertica, perchè mio marito lavorava lì come minatore. 
Non c'era nulla, hai presente? Nulla. Nessun posto dove portare i bambini, al di fuori del cortile di casa. E nel vialetto di accesso alla casa si fermavano le aquile wedge-tailed. Hai presente? hanno l'apertura alare fino a 3 metri di ampiezza, possono uccidere un canguro. 
Si fermavano nel vialetto, a guardare i miei bambini che giocavano. Ogni tanto le cacciavo, loro facevano un piccolo volo intorno e poi tornavano, sempre lì, con l'occhio sui miei figli.

Wedge tailed eagle, da internet

Foto da internet, per dare l'idea delle dimensioni
Io: caspita, che ansia! io non avrei lasciato uscire i bambini!
Enne: figurati, quattro bambini sotto ai sei anni.. era impossibile tenerli sempre chiusi in casa. E poi non credere che la casa fosse sicura: riuscivano ad entrarci serpenti e perfino le racehorse goannas.. sai, i lucertoloni, quelli che arrivano a due metri di lunghezza. Le hai già viste, no?
Io: Sì. Ma le goannas sono velenose? mordono?
Enne: no, non sono velenose. ma hanno degli artigli lunghi e affilati. E se le spaventi, possono salirti addosso.
Io: addosso?
Enne: sì, cercano di salirti sulla testa. A me è successo.

da internet: goanna che bruca un albero


Questa era sul giornale, qualche tempo fa: goanna sul muro di una casa
Enne: Avevo insegnato ai bambini come comportarsi. Se vedete un serpente state immobili. Se vedete una goanna scappate via. C'erano anche tantissimi ragni velenosi, ma quelli basta non toccarli.
Io: Gosh.. ma Enne, non potevate trasferirvi in Europa? non per dire, ma io ho vissuto in campagna, e l'unica raccomandazione di mia madre era: "Stai attenta a non cadere dagli alberi"...
Enne: ma dai! non è niente di terribile. In Australia è così. A proposito, quand'è che diventi australiana pure tu?
Io: il prossimo anno. 
Enne: ecco, hai un anno per abituarti!! :)

lunedì 14 agosto 2017

Ricordi di esperienze surreali

Oggi è una giornata di pioggia e freddo, qui nel Paesino nel Bush. Anzi, siamo anche in allerta meteo per una specie di uragano che potrebbe abbattersi sulla regione.
Siccome ho voglia di estate, di sole e di caldo, oggi mi sembra la giornata adatta per condividere con voi il ricordo di un viaggio fatto qualche anno fa.
Un pomeriggio di Luglio 2013 mio marito ed io eravamo nella splendida Tunisi, di cui avevo parlato QUI. Faceva molto caldo ed era pieno Ramadan, e ci eravamo rifugiati nella nostra stanza per sfuggire all'afa.
Ci attendeva un periodo di ferie e, complice la connessione internet, in quattro e quattr'otto e un paio di click abbiamo organizzato una vacanza low-cost in Francia e Germania.
Abbiamo visitato dapprima l'area della Foresta Nera e varie cittadine tedesche limitrofe, come Baden Baden e Friburgo, poi abbiamo attraversato il Reno e siamo passati in Alsazia, in Francia, percorrendo la strada da Colmar a Strasburgo in piccole tappe e visitando la regione. 

La Foresta Nera
Baden Baden
Vigneti sulla Route des Vines d'Alsace
E' stata una vacanza bellissima, durante la quale abbiamo avuto un'esperienza piuttosto insolita.
Eravamo a Baden Baden ed era primo pomeriggio. Avevamo passato la mattinata alle terme e stavamo cercando un posto dove andare più tardi a cena. 
Ci siamo quindi recati in un ristorante consigliato dalla nostra Lonely Planet, per prenotare un tavolo per la serata. Come entriamo nel locale, ci viene incontro un addetto alla sala. L'uomo ci guarda, spalanca gli occhi e accoglie la nostra prenotazione con visibile emozione.
Lì per lì non ci abbiamo fatto assolutamente caso. 
Siamo poi tornati più tardi e siamo stati immediatamente accompagnati al miglior tavolo della sala da pranzo. I camerieri sono stati estremamente solerti ed efficienti, siamo stati serviti per primi (anche prima di altri clienti arrivati prima di noi) e tutto ci è sembrato, letteralmente, al nostro servizio. 
Non ci era mai successo, ma non ci siamo fatti troppe domande, abbiamo pensato che forse i nostri piatti venivano cucinati prima per qualche strategia di servizio adottata dalle cucine, o cose del genere.
La cena è stata eccellente. Mio marito ha espresso al cameriere il suo apprezzamento per un particolare piatto, e il ragazzo è corso via immediatamente, per tornare poco dopo accompagnato dalla padrona del locale. 

A questo punto abbiamo avuto la certezza che c'era qualcosa di strano, specie quando la signora, anch'essa visibilmente emozionata, ci ha approcciato con un:
- Sorry, I didn't recognize you!

Come, prego?
La padrona ci ha quindi detto che il piatto in questione era un'antica ricetta segreta del locale, e ce ne ha descritto la preparazione.

Non so chi la signora (e il resto del personale) pensava che fossimo. Non siamo nemmeno riusciti a capire se si fosse rivolta solo ad uno di noi due o ad entrambi, a causa del fatto che "you" in inglese è sia la seconda persona singolare che la seconda persona plurale. 
Abbiamo dapprima pensato che fosse qualcuno noto localmente, tipo il campione regionale di canottaggio, ping-pong o qualche sport minore, ma abbiamo scartato subito l'idea perchè tutto il personale, come ci ha visti, si è rivolto immediatamente a noi in inglese e non in tedesco.

Secondo mia madre, siamo stati scambiati per William e Kate, in vacanza in incognito in Germania.


Secondo mio padre, siamo invece nientemeno che i sosia dei reali di Giordania, re Abd Allah II e la regina Rania.
A scanso di equivoci per chi non mi conosce, sfortunatamente la mia somiglianza fisica con Kate e Rania si ferma al fatto che apparteniamo tutte e tre alla razza umana e non va purtroppo oltre, ma del resto queste sono le identificazioni dei miei genitori, e sappiamo tutti la storia dello scarrafone.
No comment sul paragone tra mio marito, William e il re giordano: forse dovrei portare entrambi i miei genitori da un buon oculista.

Ora temo che l'uragano sia arrivato, c'è un vento pazzesco e sta piovendo a secchiate, per cui mi devo affrettare a spegnere. Alla prossima!

domenica 6 agosto 2017

Io, Jack Dawson e le gioie della vita nel bush australiano

Avete presente quando avete un problema, e improvvisamente accade qualcosa di ancora più grave, che fa sembrare il problema precedente come piccolo e insignificante? 
Ieri pomeriggio ero al lavoro ed era una giornata di quelle pesantissime, in cui sei da solo ad occuparti di tutto e tutti hanno qualcosa da chiederti e ti sembra di impazzire. Nel bel mentre, ricevo un messaggio da mio marito, che diceva pressapoco così:

- Ho scoperto perchè i gatti da due giorni si siedono davanti all'armadio della biancheria per la casa. Ho aperto l'armadio e Fluffy ha catturato un topo! 

Fluffy, con tutto il suo pelo
Da questo momento in poi, poichè la parola "topo" associata a "in casa" mi sconvolge qualcosa nel profondo, chiameremo l'immondo roditore Jack Dawson, come il protagonista di Titanic, di cui a sedici anni ero follemente innamorata. 

Jack mentre scruta i miei asciugamani, incerto su dove fare il nido

Apparentemente Fluffy si è lanciato su Jack Dawson, l'ha tirato in aria, e poi l'ha portato in cucina. E poi in salotto. Poi Finalmente mio marito è riuscito a mettere Jack su una paletta per la spazzatura e l'ha portato fuori. 
Alle 22 di ieri sera sono finalmente tornata a casa e la prima cosa che ho fatto è stato aprire l'armadio della biancheria, sul cui fondo, su un cuscino poggiato sopra alle mie scarpe nuove, mai indossate, giaceva una lunga scia di cosini neri, che ho subito identificato per quello che era: la cacca di Jack Dawson. Nel mio armadio della biancheria per la casa.
Il cuscino, che io avevo posto nell'armadio assolutamente intatto, era stato squarciato in un punto da aguzzi dentini, per creare una morbida a perfetta tana.
Mentre osservavo basita la scena, soprattutto perchè avevo aperto l'armadio ieri mattina per prendere un canovaccio con cui avevo asciugato i piatti e non avevo notato nulla di strano, Fluffy si è lanciato di nuovo verso l'armadio, evidentemente eccitato dall'odore di Jack Dawson, e si è letteralmente rotolato nelle feci di Jack prima che avessi il tempo di reagire. 

Abbiamo quindi allontanato il gatto e deciso di buttare il cuscino. Non ero psicologicamente pronta ad affrontare la possibilità che nell'armadio ci fosse anche Rose e gli eventuali pargoletti, così ho passato l'aspirapolvere, mi sono fatta una doccia, ho scritto una mail a mia madre e sono andata a dormire. 

"Jack, l'interno del cuscino è il posto ideale per allevare la nostra prole"
Naturalmente, il fatto di avere una potenziale famigliola di intrusi in casa non è qualcosa che concili il sonno. Ho cambiato posizione quindici volte, mi sono fatta una borsa dell'acqua calda, ho recitato mentalmente tutte le poesie imparate a memoria fin dalla prima elementare, i paradigmi dei verbi greci, le leggi della termodinamica, i rami dell'aorta toracica, ma di dormire non c'è stato verso. 
Ad accrescere l'ansia c'era anche il fatto che i gatti, che avevamo inizialmente stabilito di non lasciar entrare in camera per la notte, erano riusciti ad intrufolarsi lo stesso, e Fluffy stazionava come sempre sulle mie gambe.
Mentre le ore si snodavano lente in un confuso dormiveglia, la mia mente, che quando ci si mette è sadica come nessun altro, ha richiamato alla memoria l'esame di microbiologia e tutte le deliziose patologie potenzialmente trasmissibili da Jack e la sua eventuale famiglia. 

Spirochete, agenti patogeni della leptospirosi. Non sono adorabili?
Alle 7 del mattino, dopo lunghe ore insonni, mi sono alzata e ho acceso il computer. 
Vi do un consiglio spassionato: se vivete a migliaia di chilometri dai vostri genitori, non dite loro mai qualcosa di potenzialmente preoccupante. La mail che avevo incautamente scritto ieri sera ha ottenuto ben tre mail di risposta, dai tipici toni pacatissimi e per nulla allarmanti dei miei genitori. 
Si andava da "devi lavare i gatti" ( e come? li metto in lavatrice? tra l'altro oggi è domenica e non posso nemmeno vedere se al supermercato c'è qualcosa) a "devi passare la varechina su tutte le superfici" (varechina che non ho in casa, e comunque, quali superfici? quelle toccate dal topo o quelle toccate dai gatti, ovvero qualunque cosa?) fino a "ho chiesto in farmacia, i gatti li devi disinfettare" (seriamente, come faccio a disinfettare un gatto? con cosa, poi?).

"Povera idiota, non sa nemmeno come disinfettare i gatti!"
Poi mi sono fatta forza, mi sono vestita convenientemente, mi sono tirata su i capelli e ho preparato un piano di battaglia. Come già mi era successo quando abitavo in Medio Oriente e avevo a che fare con scarafaggi giganti (QUI, per chi volesse rileggere) ho avuto il fortissimo desiderio di poter trasformare ogni eventuale topo in qualcosa di più grosso e non disgustoso, tipo che so, un cerbiatto. Apro l'armadio, accarezzo il cerbiatto, rimuovo i petali di rosa (nei miei sogni posso trasformare anche le feci murine), faccio uscire la bestiola et voilà, fatto. 

Io stamattina, pronta per affrontare la famiglia Dawson
Comunque sia, durante l'ispezione non ho trovato nessun altro parente di Jack. Ho pulito tutto e ho buttato via molte cose e sono arrivata alla conclusione che Jack Dawson è arrivato qui passando dal pannello malmesso che fa da schiena all'armadio a muro. E' l'unica spiegazione plausibile, anche contando che ho due gatti che in caso contrario l'avrebbero intercettato ben prima che avesse il tempo di infilarsi nell'armadio.

Ora, per far stare i miei genitori tranquilli, ho promesso che domani farò le seguenti cose:
- contattare il veterinario, per chiedere uno spray disinfettante per gatti
- disinfettare interamente una stanza, quindi disinfettare i gatti con lo spray
- mettere i gatti disinfettati nella stanza disinfettata
- disinfettare tutto il resto della casa.
Ovviamente, nel caso il veterinario mi dica che non esistono spray disinfettanti, la mia promessa si ferma al punto uno, come spero.

Buoni propositi per il futuro:
- bloccare in qualche modo l'accesso a Jack Dawson, caso mai ci riprovasse
- smettere di raccontare cose preoccupanti ai genitori
- adottare un modo di vedere le cose più easy, tipo quello di una collega, che ieri dopo il mio sproloquio mi ha detto: "Sei nel bush, sai? qui è così". 

domenica 25 giugno 2017

Di corsi improbabili e bizzarri festini

Vi capita mai di fare cose assurde legate al lavoro che svolgete?
Nel luogo dove lavoro vengono organizzati almeno due corsi di aggiornamento al mese. Di solito sono ad un'ora scomoda, tipo alle 13.30, roba che se sono reduce dal turno del mattino vorrei solo mangiare e crollare sul letto, mentre se sono al pomeriggio li devo saltare perchè sono di turno, per poi recuperarli un altro giorno, ad un'ora scomodissima. 
Devo dire che comunque la struttura dove lavoro ha un'abilità particolare per piazzarli quando ho un giorno libero, col risultato che, dopo aver lavorato per magari sei giorni di fila, mi tocca tornare sul luogo di lavoro ( 55 km di distanza da casa) anche il giorno seguente.
I corsi di aggiornamento toccano svariati argomenti, ma sono usualmente noiosi come quelli italiani, con gente che viene a parlare di qualcosa, una stanza dove immancabilmente non ci sono mai abbastanza sedie, un power point che metà dei presenti non riesce a vedere a meno di non alzarsi in piedi e a volte ( ma molto raramente) il pranzo gratis.

Io ed i miei colleghi durante un corso di aggiornamento standard. Immagine da QUI


Recentemente però, ho dovuto partecipare ad un incontro che è stato completamente diverso.
Il titolo, rullo di tamburi, era "Management dell'intestino", non esattamente uno di quegli argomenti per cui resti sveglio alla notte pensando a come puoi sopravvivere senza avere nozioni a riguardo, ma tant'è, è legato al mio (attuale) lavoro e quindi bisogna sorbirselo.
Se me lo avessero chiesto prima, avrei giurato di sapere come si sarebbe svolto il corso: sedie, gente che segue annoiata e stanca, power point con qualche nozione introduttiva di anatomia e fisiologia intestinale, seguita dalla faccenda del management. Però mi sbagliavo.
Le sedie questa volta erano disposte in circolo attorno ad un tavolo, sopra cui erano poggiati una quantità incredibile di oggetti, che andavano da bicchieri di plastica alla pasta modellabile per bambini, che quando ero bambina io si chiamava Didò. Niente power point.
Il corso è iniziato proprio col Didò: abbiamo dovuto modellare i diversi tipi di cacca della Bristol Stool Chart.
Eh già, c'è una tabella per classificare anche questo.
Non chiedetemi a cosa sia servito: era così e basta. Tra l'altro la Bristol Chart la conosciamo bene, anzi, benissimo, non avevamo certo bisogno di questo momento creativo. Vi risparmio il resto del corso, durante il quale, comunque, ho imparato cose che non avrei mai immaginato, ma proprio MAI. Non le riporto qui per mantenere un po' di decoro. 
A metà corso, la docente, imperturbabile, ha tirato fuori un gigantesco pannolone e lo ha indossato sopra ai vestiti, continuando poi a spiegare come se non ci fosse nulla di strano.
Il corso è terminato con una lezione sui vari tipi di lassativi, e anche qui sono stata colpita dall'approccio pratico: la tizia col pannolone ha infatti aperto la confezione di bicchieri di plastica e abbiamo dovuto fare tutti insieme un bel brindisi a base di lassativi, con lei che ci incitava a provarne di diversi tipi e continuava a riempire bicchieri, come un'improvvisata barman. Per sentire il sapore, ci è stato detto. No, il senso di questa cosa sfugge anche a me.

Occasioni sociali
La vita sociale dello staff del posto dove lavoro è una cosa che sta particolarmente a cuore alla nostra manager. L'idea, in effetti probabilmente giusta, è che, visto che dobbiamo lavorare come un team, è opportuno promuovere eventi che ci permettano di stare insieme e socializzare anche fuori dall'orario di lavoro, per creare più affiatamento tra di noi.
Si organizzano quindi feste di compleanno, cene e serate al pub, nonchè partecipazione di gruppo ad eventi della cittadina (feste di paese e balli).
Ogni volta che all'orizzonte si profila una di queste occasioni sociali, nella bacheca nella stanza dello staff appare un foglio per descrivere l'evento e raccogliere le adesioni.

Qualche settimana fa una mia collega, posata signora di sessant'anni, ci ha invitati tutti a casa sua per festeggiare il primo mese nella casa nuova. Puntualmente è apparso l'annuncio in bacheca: il giorno X, tutti a casa di S. per un "Pure Romance party" per festeggiare la nuova abitazione.
Lo strano titolo della festa non mi ha stupito, ho immaginato che alludesse al fatto che occorresse mascherarsi con vestiti improbabili, tipo da principessa Disney.
Da queste parti la gente adora mettersi vestiti assurdi e parrucche. La prima volta che mio marito ed io siamo entrati in un pub locale, era in corso una festa di compleanno (la festeggiata compiva cinquant'anni). La prima cosa che ho notato è stata una matura signora con addosso un bikini leopardato. Poi una tizia vestita come C3PO. Poi il fatto che tutti gli uomini (ma proprio tutti) avessero la parrucca. E così via, finchè i miei normali jeans non hanno iniziato a farmi sentire un pelino fuori posto.

Insomma, niente di strano che la mia collega avesse organizzato una festa in maschera.
Il giorno in questione però io ero di turno, così le ho presentato le mie scuse e le ho detto che "un'altra volta volentieri".
Qualche giorno dopo appaiono nella stanza dello staff dei cataloghi a fiorellini, con le parole "Pure Romance" sulla copertina.
- Oh guarda, devono essere profumi - ho pensato, aprendone uno.
Sarà che non ne avevo mai visto uno, sarà che alcuni anche dopo essermi spremuta le meningi non sono minimamente riuscita a capire come funzionino, ma ci ho messo un po' a realizzare che erano sex toys.

Le mie colleghe ci sono andate quasi tutte, manager inclusa, e si sono divertite un sacco.
Pare che questa ditta, la "Pure Romance" (trovo il nome azzeccatissimo!) offra la possibilità di organizzare  feste a domicilio in cui viene una rappresentante a parlare dei prodotti. Mi hanno detto che hanno parlato più che altro di profumi (non propriamente roba che mettereste per uscire, ma meglio di una conferenza sui vibratori) e sono rimaste tutte entusiaste di uno in particolare (un profumo, specifichiamo) che pare cambi odore a seconda della persona che lo usa.

Insomma, io lavoravo e mi sono persa tutto questo, quindi oggi non posso snocciolarvi preziose perle sulla seduzione e tutto il resto, ma volevo lo stesso condividere con voi alcune delle cose assurde legate al mio lavoro.
Alla prossima!

domenica 18 giugno 2017

Il viaggio a Mucchinabudino

Mio marito ed io amiamo viaggiare e scoprire posti nuovi. Per questa ragione, non appena abbiamo qualche giorno libero insieme (io lavoro su turni, spesso ho il weekend impegnato) prepariamo un itinerario lungo quanto ci è possibile, prenotiamo un hotel o un B&B e partiamo, portandoci via lo stretto indispensabile, qualche indumento, lo spazzolino da denti, la macchina fotografica e la mai sopita voglia di vedere posti nuovi e scoprire cose, persone e panorami ancora sconosciuti. 

Oggi vi racconto il viaggio a Mukinbudin (o Mucchinabudino, se, come mia madre, avete problemi a ricordare i nomi aborigeni).
Mukinbudin, secondo la lingua aborigena del luogo, significa "posto dove nidificano i boodie rats".
Il boodie rat, noto come boodie o bettongia, è uno dei piccoli marsupiali in pericolo di estinzione che potete trovare in questa parte di Australia. Sono tutti leggermente diversi gli uni dagli altri, ma sostanzialmente sono dei toponi col marsupio e le zampe da canguro (se sei uno zoologo, ti occupi da anni dello studio dei boodies e ora ti sei indignato, ti porgo le mie scuse: le generalizzazioni sono sempre sbagliate, lo so, però capiscimi, sembrano davvero tutti uguali).
Un boodie in tutta la sua pucciosità. Immagine da QUI
Mukinbudin è uno di quei paesini del bush di cui parlavo nel mio ultimo post, quelli molto isolati e con pochi abitanti. 
Nello specifico, qui siamo a 295 km a nord-est di Perth. Il comune di Mukinbudin si estende su un'area di 3413 chilometri quadrati, e ha una popolazione di 750 persone (sì, hai letto bene) di cui ben 400 vivono nel centro abitato di Mukinbudin, mentre gli altri risiedono in fattorie fuori dal paese. 

Per tornare al nostro viaggio, noi partiamo un venerdì pomeriggio, e dopo qualche centinaio di chilometri arriviamo a Merredin, ad ottanta chilometri dalla nostra destinazione. Abbiamo prenotato un B&B in questa cittadina perchè sapevamo che vi saremmo giunti al tramonto, e nel bush è sempre meglio non viaggiare di notte in posti che non si conoscono, specie se su strada sterrata. 
I motivi sono due ed entrambi validissimi: dopo il tramonto è facile incontrare canguri sulla strada e in caso si avesse un guasto con la macchina si rischia di rimanere bloccati per ore in un luogo deserto e senza copertura per il cellulare (il rischio del guasto c'è anche di giorno ovviamente, ma di giorno circola qualche auto in più).
Merredin, 2.550 abitanti, è sulla Great Eastern Highway, la strada che collega Perth con Kalgoorlie. Kalgoorlie ospita la miniera d'oro a cielo aperto più grande del mondo ed è l'unico posto che abbia mai visto dove la febbre dell'oro esiste ancora. Ma ve ne parlerò in un altro post.
Il B&B dove ci fermiamo è QUESTO, un adorabile posticino dentro al paese. La padrona, una signora sui sessant'anni di nome Annette, ci ha preparato la cena, che mangiamo mentre chiacchieriamo tutti insieme. Annette ci racconta che il giorno seguente passerà per Merredin una sua amica, diretta a Kalgoorlie. La signora arriverà in treno, e visto che la vettura sosta a Merredin circa mezz'ora, Annette andrà alla stazione per incontrarla e scambiare due parole con lei durante la mezz'ora di sosta.
Non so se dalle mie parole si avverte l'atmosfera tipo Far West di questo treno, in viaggio verso la città dell'oro una volta alla settimana, ma il racconto di Annette vi assicuro che suscita una certa impressione.

La mattina dopo facciamo colazione, salutiamo Annette e ci rimettiamo in viaggio per giungere finalmente a Mukinbudin dopo circa un'ora.

La cosa sconcertante di Mukinbudin è la presenza di una libreria. Se avete letto il mio precedente post su quanto sia raro trovarne una nel bush, potete capire la mia emozione. 
Mi precipito all'interno, tocco tutti i libri, li apro, li sfoglio, li leggo a spizzichi e bocconi come se mi stessi ingozzando di qualcosa di squisito che ho solo pochi minuti per mangiare.
Il padrone del negozio è un vecchietto dal viso cascante che dimostra 200 anni, ma che quasi sicuramente ne ha solo 175. La presenza di un'Italiana nel suo esercizio commerciale è fonte di grande emozione e probabilmente di storie che racconterà poi ai suoi nipotini.
I libri nel negozio sono tutti di seconda mano e il più nuovo risale al 2005, ma ne compro lo stesso due: un manuale sugli stufati, del 1967, e un voluminoso libro dal titolo "Australia heritage cookbook" del 1988, un volume che all'epoca dev'essere costato un occhio della testa perchè è pieno di foto a colori a tutta pagina dell'Australia degli anni '80. Le ricette contenute in entrambi sono interessanti, ma ancora di più lo sono le foto e la testimonianza di com'era l'Australia nei decenni passati.

Ora lo so che ve lo state chiedendo. Cosa accidenti ci siete andati a fare a Mukinbudin?
La risposta non è ovviamente visitare il paesino. Vicino a Mukinbudin (a ottanta chilometri di distanza, ma Mukinbudin è il centro abitato più vicino) ci sono alcune rocks. 
Le rocks sono affioramenti granitici piuttosto comuni da queste parti (ma non solo: mai sentito parlare di Ayers Rock?) caratterizzati da una flora tutta particolare. Ai piedi di queste rocce si trovano spesso orchidee rare, e sopra alle rocce, nelle cavità e negli anfratti, si formano piccoli laghetti o minuscoli giardini che ospitano piante e animali che a volte sono presenti solo lì e in nessun altro luogo al mondo.Alcune delle rocks, inoltre, sono luoghi sacri per gli Aborigeni.
Prima di dirigerci alle rocks facciamo alcune soste intermedie: una di queste è in un posto in mezzo al nulla chiamato Pergande e famoso per i recinti per le pecore fatti con lastre di pietra.
Ci dirigiamo quindi ad Elachbutting Rock, un imponente monolito lungo un paio di chilometri, famoso per un tunnel creatosi in ere lontane a causa di una frana.

Elachbutting Rock. Si vede l'ingresso del tunnel

L'ingresso del tunnel, totalmente percorribile
La roccia da sotto
Esploriamo il monolito e percorriamo il sentiero lungo sei chilometri che lo costeggia interamente, infine riprendiamo la nostra strada. 
Giungiamo a Beringbooding Rock verso le quattro del pomeriggio, e ci dirigiamo subito al farm stay dove passeremo la notte. Il posto, a dire il vero, non ci impressiona particolarmente. La padrona ci fa strada verso un container posto in mezzo alla boscaglia, al cui interno sono state ricavate alcune stanze, una specie di salottino-cucina e un bagno. Per fortuna siamo gli unici clienti e il container è tutto per noi. Torniamo quindi a Mukinbudin (80 km di distanza) per cenare, e poi, con tantissima cautela, ripercorriamo gli ottanta chilometri al buio più completo e torniamo alla fattoria. 

Il mattino dopo andiamo a visitare Beringbooding Rock.
Kangaroo Pool a Beringbooding Rock

Rocce in bilico

Ci dirigiamo quindi verso alcune formazioni rocciose adiacenti alla rocca principale, per cercare dei dipinti rupestri aborigeni che secondo la brochure della zona dovrebbero trovarsi qui, senza riuscire però a localizzarli.
Ci dirigiamo infine verso l'ultima delle rocks di oggi, Sandford Rock, che si trova vicino alle cittadina mineraria di Westonia.
Sandford Rock
Qui mi affanno per trovare il Purple Peacock Beetle, che secondo la brochure del Sandford Rock National Park si può trovare solo qui, ma sfortunatamente non riesco a vederlo (sì, forse l'inverno non è la stagione giusta per cercare insetti).
Al termine della visita e della bellissima passeggiata sulla roccia torniamo alla macchina e lentamente ci dirigiamo verso casa, carichi come al solito di foto, di vestiti sporchi e di nuove esperienze da imprimere nella memoria. 

martedì 6 giugno 2017

15 fatti sulla vita nel bush australiano

Magari qualcuno di voi mi legge perchè vorrebbe trasferirsi in Australia, o magari farci solo un viaggio. O forse siete solo curiosi di sapere come si vive da queste parti. Qualunque siano le ragioni che vi portano sul mio blog, oggi volevo condividere con voi alcune cose che ho imparato sulla vita qui nel Bush.

1- L'Australia è il sesto paese al mondo per estensione, con una superficie di quasi 8 milioni di chilometri quadrati. Nonostante l'estensione, la popolazione è di appena 25 milioni di abitanti ( per fare un confronto: la superficie italiana è di poco più di 300.000 chilometri quadrati e ospita più di 60 milioni di persone). 
Il 90% degli abitanti dell'Australia vive nelle grandi città lungo le coste. Nel bush, che occupa pressapoco il 90% del paese, vive il 10% della popolazione.
Questo significa che a volte tra un paesino e l'altro ci sono centinaia di chilometri. Che è possibile viaggiare un'intera giornata senza mai vedere una casa. E anche, naturalmente, che la vita qui è completamente diversa da quella nelle grandi città sulla costa.

2- Scorrendo le classifiche dei paesi con la qualità di vita più alta, l'Australia occupa sempre i primi posti. Questo non è certo falso, ma attenzione, il dato si riferisce solo ad alcune aree, occorre non generalizzare.
Quella che segue è una mappa che mostra la differenza di qualità della vita in Australia, fotografata da un libro australiano per la scuola superiore. La zona rossa è quella con la qualità della vita più bassa. Vi invito a cliccarci sopra per vedere i dettagli.


3- Nelle cittadine del bush, l'ospedale non è sempre presente. Quando c'è, spesso è una struttura ad un solo piano, con un solo reparto di degenza. Spesso l'unico medico presente è anche il medico di famiglia del paese (l'unico), che si divide come può tra il suo studio e l'ospedale. Quando va in vacanza, o è malato, la cittadina resta senza medici. Nelle cittadine più piccole, come quella dove lavoro io, di notte e nei festivi in ospedale ci sono solo infermieri.
Un valido mezzo per ovviare al problema sono le teleconferenze: si chiama un ospedale a Perth e tramite teleconferenza il medico può dare una terapia da seguire o fare una "visita a distanza".
Quando c'è l'assoluta necessità di un medico, ad esempio in caso fosse necessario un intervento chirurgico d'urgenza, non c'è altro da fare che chiamare i Royal Flying Doctors, perchè vengano a prendere il paziente e lo trasportino a Perth in aereo.
Io vivo a circa 300 km da Perth, distanza tutto sommato accettabile, ma la città più vicina può essere molto, molto più lontana. 
Questo è il video di un'organizzazione di volontari chiamata Angel Flight, che si occupa di trasportare per via aerea pazienti non urgenti. Guardatelo, dà un'idea delle distanze che occorre affrontare.


4- Anche le visite mediche che siamo abituati a fare di routine in Italia, qui diventano complicate. Lo studio ginecologico più vicino è a 200 km. Se dovessi partorire, l'ospedale attrezzato (nel senso che ha il reparto maternità ma senza ginecologi) più vicino è a 100 km, in caso di complicanze, come dicevo prima, occorre chiamare i Royal Flying Doctors.
Il pap- test è invece possibile farlo in paese: c'è un'infermiera specializzata che passa una volta l'anno e fa il test a tutte le donne che lo desiderano.

5- Poichè l'ospedale più vicino può essere molto distante, i volontari dell'ambulanza ricevono un addestramento speciale a spese del governo con esercitazioni settimanali e lezioni. Si diventa in grado di fare tantissime cose, dalla somministrazione di farmaci fino all'assistenza ad un parto distocico.

6- Come dicevo QUI, per i vigili del fuoco vale lo stesso discorso dell'ambulanza: anche qui ci sono solo volontari ( in Western Australia i vigili del fuoco di professione sono solo a Perth) che vengono istruiti a spese del governo come se fossero professionisti. Si va dallo spegnere incendi nel bush a neutralizzare la perdita di sostanze tossiche, dal tirare la gente fuori dalle lamiere di un'auto incidentata fino a occuparsi di qualcosa che potrebbe potenzialmente esplodere.
Ogni più piccolo paesino ha il suo corpo di vigili del fuoco volontari. 
Nella foto, la caserma dei vigili del fuoco volontari di Gabbin, 107 abitanti.


7- Spesso i negozi disponibili sono davvero pochissimi. Ad esempio, nella cittadina dove lavoro, l'unico esercizio commerciale è un piccolissimo supermercato. Niente negozi di vestiti, di scarpe o di altro genere. 
Nel Paesino nel Bush, la cittadina di quasi 4.000 abitanti dove vivo, alle 17 non c'è più nulla da fare. I pochi negozi presenti chiudono e l'unica cosa che rimane aperta è l'hotel con annesso pub, dove si riuniscono a bere un boccale di birra i vecchi contadini. Non esistono posti di aggregazione per i giovani, niente ristoranti, discoteche, locali di qualunque genere. 
Da queste parti ci si alza presto e si va a letto presto.

8- Una delle cose che mi danno più fastidio di questa zona è l'assoluta mancanza di crescita culturale. La prima libreria è a 150 km di distanza, il primo museo a 300 km, non ci sono cinema nè teatri, nè concerti di nessun genere.

9- Solitamente tutti i paesini, anche i più piccoli, hanno la scuola elementare. La scuola superiore "completa" è invece presente solo nei centri più grandi. In tutte le altre cittadine ci sono le "district high school" scuole che arrivano solo al quarto anno ( qui in Western Australia le scuole medie non ci sono, le superiori iniziano subito dopo le elementari e durano sei anni). Per frequentare gli ultimi due anni la maggior parte degli studenti va in collegio a Perth.

10- Un altro grosso problema di questa zona è la copertura del cellulare. C'è una sola compagnia disponibile da queste parti, Telstra, e ci sono tantissime aree dove il cellulare semplicemente non prende nemmeno per fare telefonate di emergenza.

11- Come avrete capito, questo posto è immenso e poco popolato. Se decidete di comprare o di costruire una casa fuori dal paese, la prima cosa da vedere è se è possibile effettuare il collegamento alla rete elettrica e a quelle idrica. 
In alcuni casi occorre pagare di tasca propria l'installazione di pali della luce, per portare l'elettricità fino a casa. Per quanto riguarda l'acqua, la situazione è ancora peggiore, per questo motivo molti hanno la cisterna per l'acqua piovana, che viene potabilizzata e utilizzata per i normali usi quotidiani.

Copertina della brochure governativa sull'installazione
e la manutenzione di pali della luce 

12- Per riscaldare le case, da queste parti non esistono termosifoni, niente riscaldamento centralizzato. La soluzione che va per la maggiore sono i caminetti a legna. Una casa con un caminetto in ogni stanza ha un alto valore sul mercato immobiliare.
Naturalmente c'è il problema costante di procurarsi la legna secca per il fuoco, ma per fortuna la natura da queste parti è generosa. Se si vuole evitare l'impegno, si può sempre provare a partecipare ad una delle lotterie che i Lions organizzano ogni inverno e che ha come premio proprio un carico di legna. 
Infine, se avete un amico in ospedale che si appresta a tornare finalmente a casa, dimenticatevi fiori o scatole di biscotti: il regalo migliore è un bel carico di legna, affinchè il poveretto non sia costretto a girare per i boschi per raccoglierla personalmente. 

13- Una delle cose che amo di più di questo posto sono i piccoli stand fuori dalle fattorie, dove è possibile comprare frutta e verdura. La cosa carina è che spesso non c'è nessuno addetto alla vendita: prendi i prodotti che desideri e inserisci i soldi in una scatola da scarpe con una fessura sul coperchio. Vista la frequenza con cui si incontrano questi banchetti, sono propensa a credere che tutti paghino il dovuto.

14- Solo le strade principali sono asfaltate. Anche nei centri urbani.

15- Tutte le case - ma proprio tutte - hanno il pollaio. Anche noi lo abbiamo e credo che siamo gli unici in paese a tenerlo vuoto.

Per ora è tutto. Alla prossima!

giovedì 25 maggio 2017

Andare in Australia in treno

Caro Comune di Genova,
sono lieta del tuo impegno civile. Ho infatti ricevuto via posta la cartolina che mi invita a votare alle elezioni comunali dell'11 Giugno. 

La prima cosa che mi ha colpita è come hai scritto il mio nome sull'indirizzo:
Signora XY, coniugata Z. E' la prima volta che per specificare la mia persona qualcuno sente il bisogno di scrivere "coniugata" seguito dal nome di mio marito. Forse scrivere solo "XY" non era abbastanza? per essere definita nella mia interezza c'è bisogno di aggiungere anche il nome di mio marito? ma pazienza, non era questo il punto saliente che volevo evidenziare.

Io sono iscritta all'AIRE. Sai cos'è? è l'Anagrafe Italiani Residenti all'Estero. Vuol dire che in Italia io vengo solo in vacanza. Vuol dire che, per votare alle elezioni nazionali e ai referendum italiani, mi arrivano le schede elettorali direttamente qui nel Paesino nel Bush, tramite il consolato italiano a Perth. Io le devo compilare e poi rispedire indietro. Le elezioni comunali non fanno parte di questa categoria.

Infine, caro Comune: quando nell'indirizzo hai letto "Western Australia, Australia", cosa hai pensato? che fosse una zona periferica di Genova? magari dalle parti del Biscione sopra Marassi o vicino al CEP di Pra? 
Devo darti una brutta notizia. E' più lontano.

Per questa ragione, il fatto che tu, sulla cartolina, abbia specificato che vale per ottenere una riduzione andata e ritorno per un biglietto di Trenitalia per partecipare alle elezioni è ininfluente, a meno che, naturalmente, non ci sia una linea ferroviaria italiana che collega il Western Australia a Genova.

Congratulandomi per i soldi pubblici ben spesi, ti mando i miei migliori saluti.