giovedì 13 dicembre 2018

Settanta sfumature di tacchino, i nuovi vertici della follia

Era un freddo giorno di Agosto, qui in Western Australia, quando mio marito ed io abbiamo iniziato a parlare di come organizzare il Thanksgiving di quest'anno. Normalmente pianifico cene e pranzi da sola, ma essendo questa festa la quintessenza della tradizione statunitense nonchè la preferita del coniuge, preferisco sempre chiedere a lui prima di compilare il menù, per essere sicura che tutto sia come lui desidera. 
Sono passati ormai sei anni dal mio primo tacchino e non posso non provare una certa tenerezza al ricordo della mia ansia nel cucinare la cena per quel mio primo Thanksgiving (per chi volesse rileggere, QUI il diario di quel giorno), le strane vicende della vita che mi avevano portato in Medio Oriente a reperire gli ingredienti e a cucinare cibi propri di una tradizione che conoscevo solo attraverso i film per un gruppo di Americani espatriati, tra cui mio marito. Ricordo il tacchino che non cuoceva, i dubbi sulla pumpkin pie, la tavola apparecchiata malamente per la mancanza di tempo e infine il sollievo quando ho letto nei loro occhi che quanto avevo fatto era abbastanza e che, nonostante l'inesperienza, ero riuscita a ricreare l'atmosfera di quel giorno così speciale. 

Da quel giorno abbiamo sempre celebrato il Ringraziamento, a volte in modo piccolo e raccolto ma più spesso organizzando cene per gli amici, Americani e non. Ogni anno ci sono state nuove sfide (come in QUESTA occasione, in cui non avevo il forno) e mi sono infine impratichita nella preparazione delle diverse pietanze tipiche di questa occasione, imparandone i segreti ed elaborando le mie personali modifiche alle varie ricette. Ero dunque pronta per qualunque tipo di festeggiamento il coniuge avesse espresso il desiderio di avere. 

- Stavo pensando a qualcosa di diverso, quest'anno - ha esordito lui, esponendomi poi la sua idea.
Una cena per i suoi colleghi, settanta persone in tutto. Un menù di 14 portate. Una cucina professionale a disposizione e, se l'avessi desiderato, mi avrebbe trovato qualcuno per aiutarmi.
Una persona normale avrebbe detto subito no. Non sono una cuoca, solo una persona che ama cucinare. Non so nemmeno se sono brava o se ho sempre trovato persone gentili che hanno elogiato i miei piatti anche quando al loro palato non risultavano nulla di speciale.
Poi, vuoi mettere lavare tutti i piatti a mano? perchè la cucina, quella che doveva essere professionale, alla fine è risultata essere non proprio all'altezza. Per dirne una, niente lavastoviglie.
Io invece ho scrollato le spalle e ho detto che sì, certo, lo potevo fare.

Il menù prevedeva ovviamente il tacchino ripieno (cinque tacchini in effetti), lo stuffing da mangiare a parte, macaroni and cheese, corn bread, buttermilk biscuits, candied yams, Lumberjack beans, green bean casserole, mashed potatoes, potato gratin, corn on the cob, pumpkin pies, Key lime pies ed apple pies.

La cosa più difficile in assoluto è stata stabilire le quantità. Ogni ricetta riporta per quante persone è sufficiente quel piatto ma, essendo la cena estremamente abbondante, le porzioni per forza di cose devono essere più piccole. Non trovando online tabelle nè testimonianze che mi aiutassero, non avendo amici chef a cui chiedere, ho fatto la cosa peggiore, ovvero sono andata a caso, decidendo arbitrariamente di cucinare per 50. La ricetta dice che il piatto è sufficiente per dieci persone? bene, moltiplico per cinque le dosi.
Vi anticipo che anche così ho cucinato troppo, ed è avanzata un sacco di roba, tra cui un tacchino semi-intero.

Poi c'è stato il problema di dover stabilire in anticipo di quante persone avessi bisogno per aiutarmi, decisione difficile almeno quanto la precedente, non avendo mai cucinato una cena di queste dimensioni per così tanta gente.
Ho pensato che potevo cucinare in anticipo e congelare la maggior parte della roba. Così ho detto che mi serviva qualcuno solo il giorno della cena e per il resto potevo fare da sola. Mannaggia alla mia poca avvedutezza.

Poi c'è stato il problema di cucinare in grosse quantità senza avere l'attrezzatura adatta. Niente ciotole di grandi dimensioni, niente padelle adeguate. Presa dalla disperazione, a 5 giorni dall'evento sono andata da Kmart e ho comprato due pentoloni di acciaio da 15 litri l'uno che si sono rivelati utilissimi.

Poi c'è stata l'inesperienza, che mi ha portata a fare calcoli sbagliati. Quanto ci vuole per fare una apple pie? un'oretta? per farne sette il tempo si dilata a dismisura, nonostante avessi a disposizione nove forni. Cosa mi ha portato via più tempo? pelare e affettare 45 mele.
I dettagli contano e il tempo è un dettaglio da non trascurare. Dopo aver bollito dodici chili di patate per il purè ho iniziato a passarle nel mio schiacciapatate, pensando, (che sprovveduta che sono!) che fosse una buona idea prima schiacciarle tutte e fare poi il purè.
Il realtà le patate schiacciate sono raffreddate in fretta e il purè non solo mi è venuto granuloso (cosa mai successa) ma in frigo si è separato, una massa di patate da una parte e dell'acquetta biancastra dall'altra e la sera della cena mi ci sono voluti 40 minuti di fruste elettriche e tre litri di latte caldo per risolvere il problema.

Insomma, un errore dopo l'altro. Gli ultimi cinque giorni sono stati tremendi, con sveglia alle 4.30 per andare al lavoro, poi corsa al supermercato, poi corsa nella cucina ad un'ora e mezza di distanza, senza avere il tempo di pranzare, cucinare fino alle 10 di sera e poi di corsa a casa, mangiare un toast, dormire una manciata di ore e svegliarmi poi alle 4.30 del giorno dopo.
In quella settimana ho perso due chili, tra stanchezza e pasti saltati.

Il giorno della festa è arrivato anche troppo in fretta.
Mi sono alzata alle 5, alle 6.30 ero in cucina. Ho messo su il brodo per lo stuffing, poi sono arrivate delle persone ad aiutarmi, una ha tagliato le cipolle, un'altra il sedano, un'altra la spropositata quantità di pane necessaria. Alle 11.30 tutti e cinque i tacchini erano in forno, a mezzogiorno abbiamo tirato fuori dal freezer tutto quello che avevo congelato, i sette pani dolci di mais, i 140 biscotti al latticello, i chili di Lumberjack beans.
Vieni a vedere se ho fatto le cose per bene? no, vieni qui e mostrami come fare questa cosa.
Ho corso da una parte all'altra della cucina, controllando, correggendo, approvando. L'ora della cena è arrivata in un baleno.

La sala era gremita, due lunghi tavoli apparecchiati al centro, il buffet addossato alle pareti.
Ed è stato allora, quando ho visto la lunga fila di piatti da portata, che mi sono resa conto dell'incredibile quantità di cibo che avevo cucinato da sola. Ce l'avevo fatta.
E poi è scoppiato l'applauso della sala, un suono quasi irreale.

I piatti salati (sì, la foto è penosa)


Poichè celebravamo il Ringraziamento, mio marito ha suggerito che ciascuna delle persone presenti esprimesse ad alta voce la propria gratitudine, una possibilità per dirsi quelle cose che di solito rimangono non dette, ringraziare per i piccoli gesti di ogni giorno che rendono quello un bellissimo luogo di lavoro.
C'è stata tantissima commozione, chi si è messo a piangere mentre parlava, chi ha detto cose così belle da essere applaudito da tutti, chi ha fatto scoppiare a ridere l'intera sala, ma nel complesso è stato un momento bellissimo, che ha legato ancora di più tutti i presenti e ha fornito una spinta motivazionale fortissima.

Infine ci siamo alzati per iniziare a riempirci i piatti. Ho mangiato - letteralmente - a quattro palmenti, con tutta la fame accumulata nei giorni precedenti.
Ho avuto abbracci da tutti, ringraziamenti e complimenti a profusione e richiesta di ricette. E' stato bellissimo.

Nonostante la fatica e gli errori, è stata un'esperienza fantastica, che mi ha dimostrato, ancora una volta, che fare cose folli può anche portare un'immensa soddisfazione.

Il mio piatto

martedì 30 ottobre 2018

Aggiornamenti

Eccomi qui di nuovo, dopo qualche mese di assenza.
In questo periodo di silenzio ho vagliato il significato della parola "interessante". Quello che mi succede e di cui racconto sul blog è interessante? per me sì, perchè è la mia vita, ma magari ad eventuali lettori non interessa affatto. 
Supporre che altre persone dovrebbero essere interessate alla mia vita è egocentrico e/o narcisistico? Dovrei cambiare il soggetto dei miei post? chiudere il blog? consultare uno psichiatra perchè mi pongo il problema?

Il motivo per cui sono di nuovo qui oggi è che ho realizzato che per me scrivere è soprattutto uno sfogo. Lo faccio per me stessa, scrivendo riesco ad analizzare meglio le cose e a vagliare le circostanze. 
Al piccolo gruppetto di persone che nonostante tutto mi segue: sappiate che vi voglio bene e che ogni commento che postate per me è preziosissimo fornendomi un punto di vista diverso.

Detto questo, gli ultimi mesi hanno portato poche novità. A Maggio sono venuti a trovarmi i miei genitori, per la prima volta dopo tre anni mezzo in Australia. Si sono fermati due settimane, una toccata e fuga considerando la distanza, ma sono loro grata per la visita. Ho programmato attentamente cosa fare e dove portarli, sono riuscita a fargli vedere un po' di Western Australia e a dargli un'idea di come si vive qui. Sono stati gentili e cortesi, non intrusivi nell'intimità della nostra casa, attenti a non disturbare i ritmi e le abitudini. 
In due settimane mio padre ed io non ci siamo scannati nemmeno una volta e, se tralasciamo il pomeriggio in cui per un'ora e mezza l'augusto genitore mi ha fatto domande sul criterio di costruzione dei tetti da queste parti ("papà, non ne ho idea, non sono architetto, piantala di chiedermelo"), posso tranquillamente dire che tutte le nostre conversazioni sono state rilassate e pacifiche.

Poi sono ripartiti, lasciando dietro di loro un vuoto che per metà è la nostalgia di poterli vedere solo una volta all'anno (quando va bene), dall'altra l'angoscia leggera che mi cresce nel cuore alla consapevolezza che sono figlia unica, vivo in Australia e ogni volta che li vedo li trovo impercettibilmente invecchiati rispetto al nostro incontro precedente. Mi chiedo quanto sentano la mia mancanza, come potrei eventualmente aiutarli, quando verrà il momento in cui avranno bisogno. E' una cosa di cui dovremo parlare insieme, con calma. 
Occorre trovare una soluzione in anticipo, in maniera che se qualcosa succede c'è già una procedura ideata e scritta, che basta seguire anche quando hai la testa piena di altro, anzi, soprattutto quando hai altro per la testa. Quando l'imprevisto accade non è il momento in cui si è più lucidi, e sicuramente le decisioni importanti non vanno prese di corsa. 

Sullo sfondo c'è anche il rapporto con il mio paese natale. 
Il posto in cui viviamo è come un enorme puzzle, di cui noi rappresentiamo una tessera. Il puzzle però non è statico, ma cambia continuamente e noi ci adattiamo a quello che succede, cambiando i nostri confini e spostando i margini. 
Andando a vivere all'estero ci si accorge che il paese che hai lasciato è cambiato piano piano, ma tu non sei mutata con lui. Ovviamente sei mutata come persona: sei cresciuta, come ogni essere umano fa. Quella che non è mutata è la visione del paese: se io penso all'Italia che conosco, penso all'Italia com'era negli anni '90 o ai primi anni 2000, ma il paese è cambiato tanto da allora e io non mi ci riconosco più, anzi, di alcuni aspetti dell'Italia di oggi ho addirittura paura.
E' da tanto che mi sono accorta che la mia tessera non si incastra più nel puzzle dell'Italia. Questo mi mette malinconia e ansia, ovviamente. 
Se mi chiedete se la tessera si incastra col puzzle australiano, rispondo "ni". Mi sto abituando a questo paese di cui molto prossimamente diventerò cittadina, ma alcune cose non le sento mie, non le capisco o non le condivido. Ho sentito espatriati che sono qui da anni che ormai si identificano completamente come australiani, altri che nonostante la distanza sono riusciti a mantenere quel rapporto col paese natale che per me ormai è già spezzato. 
Il mio incubo è di restare nel limbo, non da una parte ma non completamente nemmeno nell'altra, una tessera sbagliata per entrambi i puzzle e sì, ho conosciuto anche persone in questa situazione.

A volte, soprattutto in questi giorni, ho l'impressione di essere un'ospite sgradita.
Ho scoperto una manciata di giorni fa che al momento non è possibile che io riesca ad ottenere il riconoscimento della laurea. Ho avuto alcuni momenti di panico, in cui mi sono sentita intrappolata in un lavoro che odio, con inutili anni di università alle spalle in cui avrei potuto tranquillamente fare qualcos'altro.
Poi ho scoperto che, anche se la laurea non è riconosciuta, ho comunque la possibilità di iscrivermi ad un post graduate course. Sarebbe a Perth ovviamente, a 300 km da dove vivo, e costerebbe quanto i miei organi interni nel loro complesso (per dire, si paga per sostenere ogni singolo esame: primo esame, 6.000 dollari).
Certo, ci sono i finanziamenti, le borse di studio per chi vive nel bush e tutto il resto, ma ancora non sono sicura che questa sia la mia strada. 

Insomma, è un periodo di incertezza e di dubbi. Penso che capiti a tutti.

sabato 5 maggio 2018

Incontri ravvicinati (di cui avrei fatto volentieri a meno) con la fauna australiana

Insetti
Hai portato la macchina all'autolavaggio e la vettura ne è uscita splendente, tutto è pulitissimo, il parabrezza è assolutamente perfetto. Quanti minuti passano prima che ci sia il primo insetto spiaccicato sopra? 
Ricordo un giorno di qualche anno fa, quando avevo ancora la mia vecchia macchina, Torcina. Avevo passato un'ora a lavarla nel giardino di casa e alla fine era perfetta. Il giorno dopo sono andata al lavoro e lungo la strada un sacco di insettini volanti sono diventati macchie sul mio parabrezza. Ma questo era niente: il parafango era interamente coperto da cavallette spiaccicate, ce ne saranno state cinquanta, mi spiace solo di non aver fatto una foto.

Uccelli
Da queste parti ci sono una marea di pappagalli verdi, mentre guidi volano da una parte all'altra della strada, restando bassi bassi. La prima volta che ne ho colpito uno mi sono sentita un mostro, non volevo più guidare. 
Bellissimi, ma non troppo furbi.
Foto da QUI

Poi c'è stato il secondo, il terzo, poi impari a convivere col senso di colpa. Capisci che purtroppo per raggiungere il posto di lavoro non puoi fare a meno di usare la macchina. Capisci che, per le leggi della natura, una carcassa al lato della strada è cibo e sostentamento per un altro animale.
Questo fino ad un paio di mesi fa. Stavo guidando, sento un TONK, vedo nello specchietto retrovisore una nuvola di piume verdi volare per aria e, colta da un sinistro presentimento, fermo la macchina e vado a controllare. Il pappagallo aveva colpito la macchina di testa ed era rimasto incastrato in quella specie di griglia di plastica che c'è sopra al paraurti (lo so, la descrizione è penosa, non so nulla di macchine, perdonatemi), con la testa e le ali dentro e le zampe fuori. 
Cosa ancora peggiore, era ancora vivo, nonostante fosse ferito mortalmente. Tutti i miei tentativi di tirarlo fuori hanno solo peggiorato la situazione, fino a farlo cadere nell'esiguo spazio tra la griglia e il radiatore. Terrorizzata che potesse essere aspirato in qualche modo dentro al motore, sono rimasta bloccata accanto alla macchina in preda all'indecisione. Infine mi è stato chiaro che il pappagallo era giunto al termine delle sue sofferenze e con molta fatica e molto senso di colpa sono riuscita a tirarlo fuori. 

Conigli
L'Australia è invasa dai conigli, si sa. Nel mio giardino ne ho una famigliola che esce fuori al tramonto e pasteggia con l'erba del mio prato, i miei pomodori e la mia insalata.
Sfortunatamente anche i conigli hanno la brutta abitudine di tagliare la strada alle macchine, e qualche volta succede di colpirli.
La prima volta che ne ho colpito uno ho fermato la macchina, sono inutilmente tornata indietro per vedere se potevo soccorrerlo, sono scoppiata a piangere e sono arrivata al lavoro con i lacrimoni.
Qui i conigli hanno più o meno la stessa considerazione che in Italia abbiamo delle zanzare: bestiacce da eliminare al più presto possibile.

Collega preoccupata, vedendomi piangere: Che succede?
Io: ho colpito senza volerlo un coniglio!!!
Collega: maledette bestie, sono ovunque! Hai fatto benissimo!

Canguri
Il canguro è il simbolo dell'Australia e nel bush sono ovunque, specie dal tramonto all'alba. Se la prima volta che ne ho visto uno il mio unico desiderio era di scattare una foto, ora che ne vedo giornalmente una cinquantina l'unica cosa che spero è che non mi taglino la strada all'improvviso mentre guido (anche questo evento che si ripete giornalmente). Avevo parlato QUI della prima volta che ho colpito un canguro.
La seconda volta è stata circa due mesi fa: mi ha colpito la parte di carrozzeria intorno alla ruota anteriore sinistra, facendo un piccolo danno che saggiamente abbiamo deciso di non far riparare. Saggiamente perchè, il sabato di Pasqua, ho colpito il canguro numero tre, mentre andavo al lavoro. L'animale, un enorme maschio, mi è come al solito saltato davanti all'improvviso. Ho inchiodato, ma lui veniva verso di me e l'impatto è stato inevitabile. 

La mia macchina dopo l'urto, 6.500 dollari di danno.

Dopo l'urto il canguro si è rialzato, illeso, e per una decina di interminabili secondi è rimasto saltellante accanto alla macchina, come un pugile che si prepara a colpire. Ricordo il terrore che ho provato. Se si scaglia contro la macchina, cosa faccio? esco e scappo? mi appiattisco sul pavimento dell'auto? per fortuna il cangurone ha realizzato che la macchina era ben più grossa di lui e infine è saltellato via, lasciandomi in lacrime, grazie al cielo illesa ma col motore spappolato.
Giusto per dire, mi hanno ridato la macchina ieri, per fortuna ha pagato l'assicurazione.

Un settimana dopo questo episodio, guidando la macchina di mio marito, ho avuto l'impatto col canguro numero quattro: ha colpito il paraurti, rompendolo. Stima del danno sui 2.000 dollari.
Ora, come potete immaginare, sono terrorizzata da queste bestie. Purtroppo per lavoro devo uscire di casa ben prima dell'alba e mi organizzo in modo da poter percorrere gli 83 km che mi separano dal mio luogo di lavoro non guidando mai a più di 60 km orari, sperando così di riuscire a frenare in tempo anche nel caso mi taglino la strada sotto alle ruote. 

Per ovviare al problema, qui in Australia si usano le kangaroo bars (roo bars), delle speciali strutture che vengono montate sulla parte anteriore delle macchine, per evitare i danni al motore. 



Esempi di roo bars, immagini da internet
Purtroppo la mia macchina è troppo piccola per poterne montare una, senza contare che il prezzo della barra in sè probabilmente sarebbe superiore al valore della vettura.

Opossum&C
Nella nostra casa, nello spazio tra il soffitto e il tetto, vivono degli opossum. Li sentiamo correre sopra alla nostra testa di notte, ma, a parte questo, non ci hanno mai dato granchè fastidio.

Opossum australiani, immagine da internet
Ne abbiamo parlato con l'agente immobiliare, che ci ha detto che tutti qui hanno gli opossum nel sottotetto e di non preoccuparci. Tra l'altro questi animali sono protetti, per cui è vietato usare esche avvelenate e l'unico modo di liberarsene è catturarli e rimetterli poi in libertà in un posto diverso.
Quindi tutto bene, fino a due giorni fa, quando ho notato che dalla parte inferiore del nostro condizionatore/ erogatore di aria calda spuntavano delle cosine nere.



Le stesse cosine cadono poi sul pavimento sottostante. Una veloce ispezione mi ha confermato che le cosine sono in effetti feci di opossum, di cui probabilmente il vano sopra al soffitto è strapieno.
Ora siamo quindi nell'impossibilità di accendere il riscaldamento (perchè questo è ovviamente l'unico aggeggio per riscaldare la casa, se escludiamo la stufa a legna che comunque non riscalda granchè) per evitare di soffiare in giro per la casa gli escrementi degli inquilini del piano sovrastante. Tra l'altro questa roba si trova a circa 50 cm dai fornelli e dalla zona cucina, cosa che mi lascia piuttosto preoccupata per quanto riguarda l'igiene. 
Lunedì ovviamente andrò a parlare agli agenti immobiliari, sperando che gli stessi risolvano il problema prima di mercoledì, quando arriveranno a trovarci i miei genitori.

La carrellata di animali con cui abbiamo a che fare quotidianamente da queste parti termina con i mardo, anche detto antechinus, l'ennesimo topo col marsupio che vive da queste parti (ho parlato QUI di animali simili).
Un mardo, immagine da internet
Cosa fanno i mardo? entrano nel motore delle auto per riscaldarsi e occasionalmente rosicchiano i cavi della batteria. Almeno così ci ha detto il meccanico, diagnosticando che evviva, abbiamo anche queste bestie! ovviamente sono protetti, quindi di ammazzarli neanche a parlarne. 
Sto iniziando a pensare che il modo migliore per spostarsi da queste parti è il cavallo. Molte meno possibilità di urtare canguri, conigli e uccelli, e niente cavi da rosicchiare!!
Qui dal bush australiano per ora è tutto. 

mercoledì 25 aprile 2018

Storie di donne straordinarie

Circa un anno fa, transitando vicino a Busselton, ho notato una scuola superiore intitolata a Georgiana Molloy. La cosa mi ha fatto un certo effetto, perchè qui di solito le scuole dei paesini hanno il nome del paesino stesso. Mi sono chiesta distrattamente chi mai potesse essere questa Georgiana Molloy, da avere una scuola che porta il suo nome. 
Ho poi scoperto che in questa parte d'Australia a Georgiana sono intitolate strade, scuole e hotel  e sono ben poche le persone che non l'hanno mai sentita nominare.
E poi un giorno, in libreria, mi sono imbattuta in un libro su di lei. 

Georgiana Molloy, the mind that shines
Bernice Barry, 2016


Georgiana Kennedy nasce da una famiglia benestante nella cittadina di Carlisle, in Inghilterra, nel 1805. All'età di 14 anni perde il padre e per la famiglia inizia un lento ma inesorabile declino, fatto di problemi finanziari e disastri familiari. 
Nel 1828 Georgiana lascia la sua vita familiare troppo stretta (segnata anche dai problemi di alcolismo della sorella) e va in Scozia per trascorrere qualche tempo presso alcuni amici di famiglia. Qui, nel 1829, accetta la proposta di matrimonio del capitano Molloy, insieme al progetto di trasferirsi in Western Australia subito dopo le nozze. 
Il matrimonio avviene e i novelli sposi lasciano un'Inghilterra progredita, alle soglie del periodo vittoriano, per un futuro di incertezza in una terra lontana e sconosciuta.
Il viaggio è terrificante, mesi di navigazione con scorte di cibo insufficienti, senza la possibilità di lavare i vestiti, e la neo Mrs Molloy è già incinta. 
Quando finalmente, cinque mesi dopo, la nave arriva in Australia, tutto quello che Georgiana trova è poco più di un accampamento militare, nel luogo dove oggi sorge Perth. Georgiana e il marito si spostano poi verso sud insieme ad altri coloni, fondando la cittadina di Augusta.
Appena arrivata nel nuovo insediamento, in una tenda montata sulla roccia sotto alla pioggia scrosciante, Georgiana partorisce il primo di una serie di figli, che sopravviverà solo un paio di giorni. 
La sua vita procede dura come quella degli altri coloni, legata all'andamento delle colture e alla salute degli animali, cercando di sopravvivere in un paese nuovo e selvaggio. 
Sullo sfondo delle sue vicende familiari vi sono i rapporti tra i pionieri inglesi e gli Aborigeni e già si intravedono le radici di una convivenza estremamente complessa.
Nel 1836 Georgiana riceve una lettera da un certo capitano Mangles, che le chiede di raccogliere per lui campioni e semi della flora nativa. Georgiana accetta entusiasta questa nuova sfida e con una perizia incredibile inizia a comporre erbari e collezioni di semi da mandare al capitano, che a sua volta li vende a caro prezzo ai più famosi botanici inglesi del tempo. 
Georgiana si spegne nel 1843, a soli 37 anni, a seguito delle complicanze dell'ennesimo parto.

Perchè consiglio questo libro
Perchè è scritto benissimo. Perchè l'autrice ha fatto un lavoro immenso per ricostruire la biografia di Georgiana, partendo dai suoi diari. Perchè racconta gli albori della colonizzazione in Western Australia. Ci sono mille perchè diversi. Personalmente, come donna espatriata a seguito del matrimonio, mi sono ritrovata in moltissime delle cose che Georgiana scrive nei suoi diari, nonostante siano passati quasi 200 anni.
Trovate il libro QUI.

***
Ho scovato il secondo libro nel piccolo tourist office nella cittadina di Derby, nel Kimberley, la regione più a nord del Western Australia. 

Ready for Anything
Janet Wells, 2004


Margaret Coakes nasce nel 1915 in un remoto paesino del New South Wales e già da bambina sogna di volare lontano. A 19 anni si trasferisce a Sydney, dove inizia il corso per diventare infermiera e ostetrica. Nel 1939, con un'amica, si trasferisce nel Kimberley, nel nord del Western Australia, nel villaggio di Fitzroy Crossing, in mezzo al nulla, per aprire un ospedale di cui lei e l'amica costituiscono il solo personale. Il viaggio in treno dura una settimana. Dopo un paio di faticosissimi anni nell'ospedale, Margaret si sposa con George Wells, che lavora in una delle station, le immense fattorie dell'outback. E' la storia della vita di una donna eccezionale, scritta dalla nuora di Margaret, che ne ha attentamente trascritto le memorie.

Perchè consiglio questo libro
Perchè il Kimberley oggi è ancora così. Selvaggio. Perchè racconta con una pungente ironia di grandi spazi poco popolati, di convivenza con gli Aborigeni, di duro lavoro e di una donna straordinaria.
Trovate questo libro QUI

mercoledì 21 marzo 2018

Periodi di transizione

Mi accorgo che sono passati mesi da quando ho aggiornato il blog, giorni densi di tutto il resto, di quando la vita ti prende e quando torni a casa vuoi solo dedicarti ai bisogni essenziali, mangiare e dormire, non sempre in questo ordine. 
Il fatto è che a volte ci si sente davvero fuori posto, come se all'improvviso le tessere del puzzle della nostra vita avessero subito un terremoto e si fossero rimescolate in un ordine confuso e disturbante. 

Il lavoro, ad esempio. Chi non ha problemi sul lavoro? forse tutti ne abbiamo, prima o poi. Io credevo che la mia difficoltà stesse nel luogo, nei colleghi, nelle persone e che bastasse cambiare per superare il problema, ma la verità è che non sopporto più il lavoro che svolgo in se stesso, un lavoro che non è nemmeno il mio, o quanto meno non è quello che per cui ho studiato. 
Quando stringo la mano a qualcuno per la prima volta, dico che sto svolgendo questa occupazione temporaneamente e che sono "into the process to get my degree recognized here in Australia". In realtà ogni volta che la ripeto, questa frase mi sembra sempre più avulsa dalla realtà, mi chiedo se questo riconoscimento della laurea avverrà mai o se continuerò a dire che sono "into the process" per sempre, illudendomi di raggiungere qualcosa che in realtà è solo un miraggio. 

Cambiare, certo. Non è che non ci abbia pensato. Il problema è che ho 36 anni e, se escludiamo la laurea non riconosciuta, non ho altro in mano e non è facile nemmeno qui trovare un lavoro senza essere qualificati. 
Qualche tempo fa ho trovato un'offerta di lavoro per pulire nottetempo i carrelli del supermercato. Se non avessi un affitto e delle bollette da pagare mi sarei candidata. Purtroppo, finora, la mia attuale occupazione sembra sempre la scelta migliore, anche se mi sta facendo andare fuori di testa. Credetemi sulla parola.
Cambiare, naturalmente. Per fare cosa, mi chiedo ad ogni ora del giorno e della notte, analizzando ogni singola offerta di lavoro nel raggio di cento chilometri.
Qualche giorno fa ho fatto un test proposto da un sito governativo che avrebbe dovuto aiutarmi a capire quali lavori mi sono congeniali. Ho avuto tre risultati, "orefice" era il primo e, per quanto improbabile, era l'opportunità più realizzabile. Gli altri due erano "parlamentare" e "astronauta" e calerei un velo di silenzio.

Forse avrei dovuto farci un pensierino. Immagine da QUI

Facebook mi martella proponendomi di entrare nell'esercito australiano e mi mostra quotidianamente video di donne che hanno fatto questa scelta e ora dichiarano di aver trovato se stesse e il senso della loro esistenza. Purtroppo, nonostante la mia curiosità per il mondo e i miei numerosi interessi, una carriera di questo tipo esula completamente dalle mie aspirazioni. 

E' un periodo di transizione, in cui mi sento sospesa in una specie di limbo. Nel frattempo la vita va avanti, nel bene e nel male. Ho riallacciato i rapporti con una compagna di classe delle medie che non sentivo da anni. Insomma, finora ci siamo scambiate due mail, ma mi sembra comunque interessata ad avere un'amica online. 
E' così difficile mantenere i rapporti con chi vive a migliaia di chilometri di distanza. Non è solo lo spazio che ci divide e rende difficile incontrarsi, è che a poco a poco le cose in comune sembrano diminuire sempre di più, si seguono strade diverse, l'interesse per chi vive una vita completamente diversa in un altro continente piano piano cala e si diventa estranei. Succede anche con i parenti. 
Io non insisto mai, quando mi rendo conto che dall'altra parte non c'è più interesse lascio andare, non impongo a nessuno di dover leggere o ascoltare le vicende della mia vita quotidiana. 
Ma le persone che ho perso mi mancano terribilmente, specie quelle con cui il legame era più forte. E' la vita, mi rendo conto. Le persone vanno e vengono. 

Vivere quaggiù non è difficile solo per le amicizie che si dissolvono, è che volte vorresti prepotentemente essere altrove. Da poco meno di tre settimane il mio cuore è a Pavia, in un reparto di rianimazione, mentre la mia testa cerca di coniugare l'immagine mentale dello zio preferito, il testimone al mio matrimonio, il professore, l'esperto alpinista, con la creatura attaccata ai monitor descrittami dai miei genitori. A volte le cose sembrano completamente prive di senso, tanto da restarne storditi.
Prendo un aereo, ho detto a mia madre. Cosa vieni a fare, mi ha risposto lei. Niente, in effetti. Se io fossi lì non potrei fare assolutamente nulla per migliorare la situazione. Il mio senso di inutilità e impotenza è alle stelle.

Ora ho un groppo in gola, per oggi mi fermo qui.

domenica 14 gennaio 2018

Luci, piccole storie inquietanti

Credo di non aver mai avuto paura delle ombre che si formano nel buio, nemmeno da bambina, ma è innegabile che la notte è il momento in cui mi sento più vulnerabile e in cui è più facile che le paure seppellite nella mia mente acquistino una forma e una dimensione. Forse è così per tutti.

Da quando siamo qui, durante la notte si sono verificati alcuni strani episodi. Strani per noi, perchè non ci era mai capitato prima.

La luce del capanno, prima parte

Premessa
La proprietà dove abitiamo attualmente si trova al centro di un vasto terreno adibito a pascolo, a circa due chilometri dalla casa più vicina. Proprio a ridosso della parte posteriore della casa si trova uno shed, un capanno di alluminio, costruzione comunissima nei giardini delle case del bush. 
Vi siamo entrati dentro solo una volta, la prima volta che abbiamo visitato la proprietà con l'agente immobiliare.  In seguito la porta dello shed è stata chiusa  e la chiave riconsegnata al proprietario che abita a Perth, affinchè provvedesse a pulirlo e a sgombrarlo. Abbiamo traslocato da un mese e ancora nessuno è venuto, la porta è sempre chiusa e l'agenzia immobiliare è sempre in attesa che il proprietario si faccia vivo. 



Eravamo in questa casa da circa una settimana, ed era notte. Notte buia come la pece, senza altre luci che quelle della nostra casa e fuori c'era un temporale, con vento e pioggia a secchiate. Ci stavamo preparando per andare a letto, quando ci accorgiamo che in giardino c'è una luce accesa. 
E' quella sopra alla porta del capanno, che è collegata ad un sensore di movimento. Sbirciamo attraverso i vetri. 
Siamo soli in questa casa al limitare della foresta, è notte, è davvero facile suggestionarsi. 
Decidiamo di uscire e fare un giro della casa. Ovviamente fuori non c'è nessuno. Rientriamo e poco dopo la luce si spegne, per poi accendersi e spegnersi più volte durante la notte. 
Ci diciamo a vicenda che deve trattarsi di rami mossi dal vento che vengono captati dal sensore, o magari di animali. 
La luce si accende e si spegne più volte ogni notte, anche nelle notti serene e senza vento, ormai ci siamo quasi abituati.

La touch lamp

Sul mio comodino c'è una touch lamp, una di quelle lampade che si accendono solo toccandola, senza bisogno di interruttori. Un tocco, la lampada si accende, un altro tocco e la luce diventa un pochino più forte, un terzo tocco e la lampada raggiunge la luminosità massima, un quarto tocco e si spegne. C'è un'altra lampada identica nella camera per gli ospiti. 



Tre giorni fa il coniuge mi sveglia nel cuore della notte: la lampada sul mio comodino si è accesa. Gli dico che probabilmente mi sono mossa nel sonno e l'ho toccata, oppure è stato uno dei gatti. 
Due ore dopo la lampada è di nuovo accesa e i gatti dormono. Mio marito va in bagno e vede un chiarore nel corridoio: anche la lampada nella stanza degli ospiti è accesa
Ci diciamo a vicenda che dev'esserci un problema elettrico e stacchiamo la spina delle lampade. 

La luce del capanno, seconda parte

Ieri siamo stati fuori tutto il giorno e siamo rientrati dopo il tramonto. Appena arrivati a casa sono andata a bagnare alcune delle piante in giardino. Mi avvicino al rubinetto, sul lato della casa, e mi accorgo che la luce del capanno è accesa. Dentro. E' illuminato all'interno e la luce filtra da sotto alla porta. 
Mi sembra improvvisamente di essere diventata Emily St Aubert.
Avverto mio marito, usciamo a controllare. Proviamo la porta dello shed: è chiusa. Facciamo un giro intorno al capanno, anche da altri punti si intravede la luce all'interno. Attendiamo qualche minuto, in silenzio assoluto. Non si ode alcun rumore.  
Ci diciamo a vicenda che magari la luce è accesa da quando abbiamo visto il capanno quel giorno con l'agente immobiliare. Che quella sera che siamo usciti a controllare la luce esterna era accesa e ci impediva di notare il chiarore che filtrava da dentro. 

Siamo persone razionali e sicure che debba esserci una spiegazione ovvia e normale per tutti questi strani fenomeni. Lunedì andremo a parlare con l'agente immobiliare, quanto meno perchè una luce accesa significa energia sprecata e da pagare.
Nel frattempo quando si fa sera abbiamo un certo brividino nella schiena. 

venerdì 29 dicembre 2017

Una piccola e pazza festa di Natale

Il Freaky Village è un adorabile posticino pieno di gente fuori di testa.
Circa dieci giorni fa il coniuge è andato all'ufficio turistico del paese per chiedere alcune informazioni. E' stato dentro dieci minuti. Quando è uscito era diventato membro del comitato organizzativo del Festival delle Rose (l'occasione sociale annuale più importante, da queste parti) e, soprattutto, aveva ricevuto un invito (esteso anche alla sottoscritta) per una festa di Natale.

Da queste parti ci sono edifici nati come micro-scuole. Non dovete immaginare un istituto come quelli che conoscete, con un'aula per ogni classe. Parliamo di scuole piccolissime, con tipo 15 alunni in tutto, di tutte le età e riuniti in un'unica classe. Queste scuoline, attive fino a pochi anni fa, sono formate da una sola stanza, alcune hanno ancora le panche e i tavoli e si possono visitare. Vicino a casa, qui a 15 km dal Freaky Village ce n'è una, ed è lì che si teneva la festa.

Ci hanno detto di portare qualcosa da mangiare, per cui ho preparato una grossa teglia di pasticcini misti e all'ora giusta ci siamo presentati nel luogo indicato. 
Abbiamo conosciuto:
- un'adorabile coppia di mezza età di fotografi freelance, che un giorno ha venduto la propria casa a Perth e si è messa a girare l'Australia a bordo di un camper;
- una simpatica signora che ha un figlio che vive da qualche parte negli USA da vent'anni, in un capanno sul fianco di un vulcano, facendo lavori saltuari;
- un pittrice novantenne;
- un numero imprecisato di vicini, la cui abitazione è a meno di 2 km dalla nostra, tra cui un simpatico signore che ci ha chiesto se può mettere le sue arnie di api nel nostro giardino;
- una signora che gestisce una fattoria che produce esclusivamente lavanda;
- un numero imprecisato di persone anziane e curiosissime di ogni più trascurabile dettaglio della nostra vita;
- un signore di mezza età che mi ha raccontato di ogni festival musicale mai tenuto nella zona da quando lui ci si è trasferito molti anni fa.

Dopo aver parlato per circa un'ora e mezza, è arrivato Babbo Natale e ha consegnato i doni ai bambini. Poi c'è stato il BBQ, corredato di molte insalate di patate, una zuppa, del riso, alcuni cibi non facilmente identificabili e quintali di dolci. 
Abbiamo chiacchierato, riso, mangiato tutti insieme come se ci conoscessimo da sempre, sentendoci immediatamente parte di questa piccola comunità in mezzo alle foreste.
Siamo tornati a casa tre ore dopo, carichi di auguri, di sorrisi e abbracci da parte di persone che fino al giorno precedente non avevamo mai visto e che sono entrate improvvisamente nelle nostre vite.

I miei più sinceri auguri a tutti voi per uno splendido 2018.