giovedì 28 febbraio 2013

La cultura del cibo

Vivendo all'estero, prima o poi viene naturale chiedersi cosa ci lega ad un paese, quali fattori entrano in gioco, quali alchimie si sviluppano per farci sentire a "casa". All'Italia mi legano i parenti e gli amici, le abitudini, la lingua e tutto quello che compone le mie radici culturali, perchè è il paese dove sono nata.
Ma è possibile sentirsi a proprio agio anche all'estero, magari in un posto con tradizioni completamente diverse da quelle del suolo natio?
Questa domanda mi si è presentata davanti con prepotenza quando più di un anno fa sono arrivata qui seguendo mio marito. Questo posto suonava terribilmente diverso dal mondo a cui ero abituata. Un altro clima, un'altra lingua, un altro paesaggio, tradizioni diverse e sconosciute. Avevo un disperato bisogno di trovare qualcosa di familiare, di crearmi una routine, di costruirmi delle certezze, dei nuovi punti cardinali entro cui muovermi e ritrovare me stessa. Da dove potevo cominciare?

Uno dei capisaldi della mia cultura è il cibo. Credo che i sapori di una terra siano legati indissolubilmente con l'essenza più intima e profonda del luogo in cui sono nati, per cui ad esempio la Liguria è per me il rumore della risacca sulla spiaggia di ciottoli, sono le stradine del centro storico di Genova, le colline coperte di ulivi che si affacciano a picco sul mare, ma allo stesso tempo è anche l'aroma del pesto, la consistenza delle trofie, il profumo della focaccia genovese appena sfornata.

Cominciare dal cibo mi sembrava quindi una buona idea per trovare la chiave per capire questo paese in cui ero capitata quasi per caso.
Sono andata al supermercato. Non riuscivo ad immaginare nessuna attività più routinaria e rassicurante del fare la spesa, mi aspettavo di ritrovare un mondo familiare, un universo noto da percorrere con il carrello tra lo scaffale dei biscotti e quello delle conserve di pomodoro.
Mi sbagliavo completamente. La prima volta che ho fatto la spesa qui è stato traumatico. Il reparto delle verdura aveva le zucchine, le patate, i pomodori, i peperoni, qualche insalata e almeno venti tipi di vegetali completamente sconosciuti, dalla forma strana ed esotica e dal nome impronunciabile. Gli scaffali erano pieni di prodotti strani ed inusuali, dal ghee alle foglie di vite sott'olio. Non era affatto il mondo che conoscevo, ma un universo alieno e minaccioso, da cui mi sentivo respinta. L'esperimento spesa era fallito. Come potevo ricreare "casa"?

Il primo tentativo l'ho fatto un giorno in cui mi sentivo particolarmente triste, più che altro per iniziare a domare il senso di inadeguatezza che mi pervadeva ogni volta che entravo in cucina, luogo che in quel primo mese mi sembrava ancora sconosciuto ed estraneo.
Però questo non bastava certamente a ricreare "casa", non serviva a farmi conciliare con la cultura in cui mi ero ritrovata immersa.

L'aiuto, lo spiraglio improvviso che mi si è aperto davanti l'ho avuto grazie ad A., la mia amica giordana, che al'epoca non era ancora un'amica ma solo la moglie di un collega di mio marito.
Lei era particolarmente nervosa perchè in Giordania era abituata a lavorare, e stare a casa tutto il giorno da sola con i figli la stava mandando in depressione. Cercava disperatamente di trovare un'occupazione, ma pur essendo laureata qui nel paesino sperduto è davvero difficile trovare qualcosa.
Così ho iniziato ad andare a passare qualche ora con lei. Le prime volte ci sedevamo sul divano, piuttosto rigide, senza sapere bene di cosa parlare, sorseggiando una tazza di tè. Poi piano piano ha iniziato a considerarmi una presenza familiare nella sua casa, e siamo passate in cucina, dove tra una chiacchera e una risata le facevo compagnia mentre preparava il pranzo.
La sua cucina, sempre perfettamente pulita, era piena di profumi e colori a me ignoti, ma dal fascino irresistibile. I barattoli delle olive raccolte da suo padre in Giordania e conservate in una miscela di acqua, olio e limone, i vasi di vetro pieni di piccole forme di labneh sott'olio, i vasetti pieni di spezie colorate e dall'aroma intenso.
La cucina di A. mi ricordava irresistibilmente quella di mia nonna, con le piantine di basilico e i vasi di funghi sott'olio. Certo, i cibi e i profumi erano diversi, ma c'era la stessa cultura del cibo, la stessa generosa condivisione.

Mangiare i piatti di A., e poi imparare a cucinarli è stato il passo necessario per capire questa cultura che mi circondava ed accettarla, rielaborarla e farla parte di me.
Cucinare e mangiare insieme i piatti della sua tradizione ci ha anche portate ad una sincera amicizia, facendomi scoprire che dietro ad un velo e ad una lingua ostica e complicata c'era una donna che mi assomigliava moltissimo per modo di pensare, gusti e abitudini.

I fatayar, i tradizionali fagottini ripieni della cucina giordana sono uno dei primi piatti che abbiamo preparato insieme, e per me sono particolarmente importanti proprio perchè rappresentano il momento in cui questo posto ha smesso di essere un luogo estraneo e difficile, ed è diventato "casa".
Ecco la ricetta, in fondo c'è un glossario per gli ingredienti poco noti.

Fatayar

Per la sfoglia:
500 g di farina 00
2 cucchiaini di lievito istantaneo ( qui quello fresco in cubetti non c'è, ma si può utilizzare senza problemi, avendo l'accortezza di rispettare i tempi di lievitazione)
2 cucchiaini di semi di nigella
un pizzico di sale
olio extravergine di oliva
acqua calda quanto basta

Primo ripieno
250 g di spinaci bolliti o congelati
una piccola cipolla
un limone
un pizzico di sumac
sale

Secondo ripieno
200 g di carne macinata
5-6 pomodorini crudi
una punta di cucchiaio di cannella
olio extravergine di oliva
sale

Terzo ripieno
due manciate di bulgur lessato
un bicchiere di labneh
sale

Versare la farina sul piano di impasto e fare la fontana al centro. Aggiungere un filo d'olio e il lievito e impastare aggiungendo via via acqua calda. Quando l'impasto è ridotto a grosse briciole aggiungere il sale e la nigella e continuare ad impastare (aggiungendo eventualmente altra acqua) finchè il composto non è liscio e omogeneo.
Coprire con un panno e lasciar riposare. Nel frattempo preparare uno o più ripieni.
Primo ripieno: far rosolare in una padella la cipolla tagliata a fettine sottili con un filo d'olio. Aggiungere gli spinaci, salare e lasciar insaporire per qualche minuto ( se si usano spinaci congelati attendere finchè non sono cotti). Ridurre la fiamma al minimo, e aggiungere il succo e la polpa del limone. Quando non c'è più liquido nella padella togliere dal fuoco e aggiungere il sumac.
Secondo ripieno: cuocere la carne macinata con un filo d'olio, facendo attenzione a "sgranarla" bene ( se dovesse essere molto compatta si può aggiungere un pugno di farina). Salare e aggiungere la cannella. Lasciar raffreddare qualche minuto, quindi unire i pomodorini lavati e tagliati a cubetti.
Terzo ripieno: unire il bulgur lessato al labneh, e salare leggermente.

Riprendere l'impasto lasciato a riposare, e ricavarne delle palline grosse come un'albicocca. Stendere le palline col mattarello fino a ricavare delle sfoglie sottili ( pochi mm) e porre al centro di ognuna un po' di ripieno. Ripiegare come in figura.
Chiudere i tre lembi sigillando il ripieno all'interno.
Mettere i fatayar sulla placca del forno e ungerli d'olio da ambo i lati.
Cuocere a temperatura moderata finchè non sono dorati.

Glossario
Bulgur: frumento integrale, grano duro germogliato che subisce un particolare processo di lavorazione. i chicchi vengono cotti al vapore e fatti seccare, poi macinati e ridotti a pezzettini.
Labneh o labaneh: vedi qui. Sostituibile con uno yogurt non dolce e non eccessivamente acido ( lo yogurt greco è probabilmente il migliore).
Sumac: spezia in polvere dal colore rosso scuro e dal delizioso aroma di limone.
Nigella: vedi qui.

sabato 16 febbraio 2013

Un pomeriggio con Anna

Quando ero bambina, l'unica cosa che la mia famiglia poteva permettersi di comprare era il riso. I soldi non li aveva nessuno, e ancora oggi poche persone nelle Filippine possono permettersi di comprare la carne. Avevo due soli vestiti, le divise della scuola, e ogni giorno bisognava lavare e stirare quella che non avevo addosso, in modo che fosse pronta per l'indomani. 
I soldi non c'erano mai, ma avevamo tanti sogni. Alla sera, prima di dormire io e le mie sorelle ci descrivevamo a vicenda i vestiti meravigliosi che ci saremmo comprate quando ne avremmo avuto la possibilità.
Quando ho finito la scuola dell'obbligo sono dovuta andare a lavorare. Non avevo scelta, ero la più grande, ci si aspettava che aiutassi a mantenere la famiglia.
Mi sono sposata alla prima occasione, a diciassette anni, solo per scappare da una situazione familiare davvero difficile da gestire. Abbiamo avuto quattro figli e poi lui mi ha lasciata. Non era adatto per diventare padre, ma l'ho scoperto troppo tardi.
Io lavoravo dodici ore al giorno, ma non riuscivo a guadagnare abbastanza per sostentare i miei bambini, così li ho lasciati a dei parenti e sono partita per l'estero, dove avrei potuto guadagnare di più. Stare lontana da loro è stato lancinante. 
Ho trovato lavoro a Singapore. Guadagnavo abbastanza, ma sempre meno degli altri perchè ero filippina, perchè ero povera, e su di me gravavano mille pregiudizi.
Mia madre si è ammalata di cancro e quando è morta non ho avuto nemmeno il permesso di andare al funerale. Se n'è andata da sola, senza che la potessi salutare.
Poi sono venuta qui, e ho trovato lavoro come tata presso una famiglia. Le condizioni sono migliori, quando mio padre è morto, qualche anno fa, sono potuta andare ad assisterlo e passare con lui le ultime ore.
Qui ho incontrato un uomo buono, l'ho sposato e ora sono felice. Qui si vive bene. Posso andare al supermercato e comprare quello che voglio, anche la carne.
Ho fatto mille sacrifici per i miei bambini, perchè volevo che potessero avere tutto quello che io non avevo avuto. E' stata dura, ma loro hanno potuto studiare e si sono laureati. Uno di loro si è sposato, e ora ho due nipotini.
Qui ho solo amiche filippine. Ho imparato l'inglese ma sono timida, ho paura di essere giudicata per l'accento, per gli errori. Ho paura di non capire quando gli altri parlano, ho paura che non mi capiscano. 
Ho paura di essere considerata sempre e solo come una domestica. Tu sei diversa, con te mi trovo bene.

Anna è la moglie di un collega di mio marito. Ha quarantasette anni, i capelli neri e lisci e gli occhi allungati, ed è così piccola che sembra una bambina.
Ieri pomeriggio, sedute davanti ad una tazza di caffè in un centro commerciale mi ha raccontato la sua vita, tra un sorso e l'altro. Era la prima volta che usciva con una donna occidentale, ed è stata così felice di parlare con qualcuno che non la giudicava nè la discriminava che si è messa a piangere, così, mentre beveva il caffè.

lunedì 11 febbraio 2013

Gentile Connazionale

Qualche giorno fa ho ricevuto una mail dal consolato italiano. Diceva così:

Gentile Connazionale,
a breve verrà contattato telefonicamente da una ditta di corrieri per concordare le modalità di consegna del plico elettorale per le elezioni politiche 2013. Una volta ricevuto il plico potrà decidere se esercitare immediatamente il suo diritto di voto e riconsegnare il plico al corriere o concordare con la ditta una data di restituzione nell'arco di qualche giorno.

Seguivano nomi e numeri di telefono dei vari corrieri della ditta, da contattare in caso di esigenze particolari.
I corrieri erano tutti pakistani, e questo sapevo già che sarebbe stato un problema, perchè, purtroppo, nella mia imperfetta conoscenza della lingua inglese l'accento pakistano mi suona del tutto incomprensibile, nonostante cerchi disperatamente di capire cosa dicono i miei interlocutori.

Mercoledì mattina il mio cellulare ha cominciato a squillare.
- Pronto?
- Jsdhsjhdue ajshcdjsh...
- Cosa?
- Kasdjka sajkdfhjs askdj.
- Mi scusi, non capisco.. forse ha sbagliato numero..
- Jkdfhjsbfcjhsdjkfch... Italia..
- Italia? Ah! lei è il corriere, vero? quello che mi deve portare le schede elettorali? mi perdoni se non l'ho riconosciuta...
- Hsjdhkhdjshkjd... abitare?
- Ehm. Io abito nel paesino sperduto. Lei conosce il paesino sperduto, a 180 km dalla città? ora le spiego..
- Kdjaskjl kjdkj.
- Come? allora, esce dall'autostrada quando vede la moschea con i 4 minareti, poi supera un'altra moschea, alla terza prende la rotonda..
- Lksdjklj... dove abita?
- Io abito nel paesino sperduto, come le dicevo..
- Nel paesino sperduto??? akjfhsdfjsdhkfds... non vengo lì. Knejdhjkdfhjk.. lontano.
- Capisco.. io domattina sono in città, se vuole possiamo vederci lì..

La mattina seguente dovevo andare a reclamare il nuovo tesserino della mia assicurazione sanitaria, latitante  da quasi un mese e mezzo.

- Va bene, allora, io sarò nel centro commerciale intorno alle 9..
- Hnasnjcdsahj alksjdkjs.
- Cosa? intorno alle 9 per lei va bene?
- KJhdsjhdhjsnds askdjksj.
- Non ho capito.. domattina semmai la chiamo. Arrivederci.

Il mattino dopo alle 9 ero nel centro commerciale in città, seduta al tavolino di un caffè in compagnia di mio marito. Nessuna traccia del corriere.

- Cosa dici, lo chiamo? - ho chiesto esitante al coniuge.
- Ma sì, dai, chiamalo - ha risposto lui, addentando il bacon.
- Però io non capisco una parola di quello che dice.. non è che ci potresti parlare tu che sei madrelingua inglese e magari lo capisci più di me?

Gli ho passato il cellulare, e lui ha composto il numero.

Pronto? buongiorno, sono il marito della signora italiana che deve votare, può venire al primo piano, al caffè xyz? Come? Al centro commerciale.. può venire al primo piano? Non la capisco.. Sì, al centro commerciale, può salire al primo piano? Cosa? al centro commerciale, al primo pi... va bene, mia moglie l'aspetta all'ingresso.

Ho preso la scala mobile e sono scesa al piano sottostante. Pochi istanti dopo un ragazzo poco più che ventenne mi ha dato una busta sigillata, scusandosi di non essere venuto di persona nel paesino sperduto.
Ho votato nell'ingresso del centro commerciale, in mezzo ad una quarantina di persone che entravano ed uscivano e sotto lo sguardo vigile del corriere, che ignaro del concetto di privacy mi ha offerto una penna ( perchè se voti all'estero il segno dev'essere tracciato rigorosamente a penna, blu o nera) ed è rimasto ad osservare mentre scoprivo le amenità della Circoscrizione Estera ed espletavo il mio diritto di cittadina italiana. Ha ripiegato le mie schede, le ha infilate dentro le buste giuste ed è sparito.

Non sono particolarmente turbata del fatto che un ragazzo pakistano abbia scoperto le mie preferenze elettorali, soprattutto perchè dubito che le sigle e i nomi dei politici italiani  per lui abbiano un qualche significato.
Quello che mi ha lasciato perplessa è stato scoprire che non ho più il potere di voto che avevo prima. Quando vivevo in Italia ero iscritta nelle liste elettorali della mia regione e votavo per i candidati che un domani avrei voluto che si sedessero in parlamento a Roma.
Ora appartengo alla Circoscrizione Estero, la circoscrizione fantasma, e a parte scoprire che appartengo alla folcloristica ripartizione "Asia, Africa, Oceania e Antartide" che nonostante comprenda tre popolosi continenti ospita pochi Italiani, e ha quindi diritto ad eleggere solo un deputato e un senatore ( a confronto ad esempio con la ripartizione America Meridionale, dove si vota per quattro deputati e un senatore) il mio dubbio, ancora insolubile dopo lunghe ricerche su internet, è: i candidati che ho votato vivono all'estero. In caso di vittoria si trasferiranno a Roma per contribuire alle decisioni del loro partito? O resteranno nel paese dove attualmente hanno la residenza, riservando alle vicende italiane solo qualche e-mail, una manciata di pensieri e poco altro?

In preda a domande senza risposta mi sono poi diretta nella sede dell'ente per cui lavora il coniuge, per avere notizie del tesserino della mia assicurazione sanitaria. Sono entrata dalla porta sbagliata, ho attraversato un auditorium pieno di seggiole e bottiglie di acqua minerale, ho parlato con un signore addetto ai pagamenti, con una gentile signora velata, con uno che probabilmente passava di lì per caso e con un addetto alle pulizie e mi sono infine seduta davanti ad un'impiegata, stringendo nella mano il foglietto col numero.

- Ehm, buongiorno. Io vorrei sapere che fine ha fatto il tesserino della mia assicurazione sanitaria, quello vecchio è scaduto a Dicembre, quello nuovo sarebbe dovuto arrivare ai primi di Gennaio ma non l'ho visto..
- Ah. Aspetti, vediamo. Dove abita?
- Nel paesino sperduto.
- Oddio, laggiù? ehm... aspetti che vediamo.. mmm.. ecco, è andato perso.
- Meraviglioso. Come faccio per averne uno nuovo?
- Dovrebbe andare negli uffici del paesino a metà strada..
- Mio marito è già stato negli uffici del paesino a metà strada e gli hanno detto di chiedere qui da voi.
- Ehm.. va bene, torni tra cinque giorni.

Ieri miracolosamente, alle 11 qualcuno ha suonato il campanello del mio appartamento. Fuori dalla porta c'era una ragazza americana sconosciuta, che mi ha sorriso e mi ha allungato il tesserino sanitario.
- Ciao, questo penso che sia tuo, sai, l'hanno ritrovato.
- Ehm, grazie... grazie mille - ho detto io, senza parole.

Poi si è volatilizzata, lasciandomi piena di domande sulla sua identità e su come facesse a sapere l'indirizzo.
Ma le domande spesso hanno poco senso, da queste parti. Ho votato e ho di nuovo l'assicurazione sanitaria, ed è abbastanza.

venerdì 1 febbraio 2013

George, insetti&C.

Avere la casa invasa da scarafaggi enormi è stata un'esperienza abbastanza tremenda, e quando ho finalmente risolto il problema ho tirato un sospiro di sollievo e ho preso tutte le misure precauzionali per evitare che accadesse di nuovo: ho costellato l'appartamento di gocce di gel blatticida e ho chiuso tutte le fessure da cui i mostri potevano entrare.
Ogni giorno inoltre controllavo che fosse tutto pulito e non ci fossero briciole o frammenti di verdura sul pavimento. Man mano che passavano i mesi mi sono tranquillizzata. Sporadicamente ne ho trovato ancora qualcuno, che è stato prontamente freddato, ma nel complesso il problema poteva dirsi risolto.
All'approssimarsi delle vacanze di Natale una sottile inquietudine ha cominciato a serpeggiare di nuovo tra i miei pensieri. Cosa sarebbe successo in quelle due settimane di assenza? Cosa avrei trovato al ritorno? L'ansia era alimentata dal fatto che purtroppo mi ero resa conto che per le blatte c'erano altri punti di accesso alla mia casa, e non sapevo proprio come chiuderli.
In quasi tutte le stanze del mio appartamento, sul soffitto ci sono delle prese d'aria formate da quadrati concentrici, con uno spazio di circa un cm tra un elemento e l'altro. Queste aperture mettono in comunicazione l'appartamento con un'intercapedine sovrastante, dove corrono i tubi dell'acqua e del condizionamento, insomma, il posto ideale per gli scarafaggi. Una in particolare mi preoccupava, quella presente sul soffitto del bagno piccolo, stanza in cui ho rinvenuto una incredibile quantità di blatte.
Su internet mi era stato suggerito di schermare le prese d'aria con dei pezzi di zanzariera, ma la cosa si era dimostrata presto infattibile.

Un giorno, poco prima della partenza per le vacanze, sono entrata nel bagnetto per prendere un detersivo. E' una stanza che da quando ho la lavatrice non uso praticamente mai, soprattutto perchè mi ricorda un bruttissimo incontro avvenuto quasi un anno fa.
Accendo la luce, entro in bagno. Con la coda dell'occhio vedo qualcosa, in alto, proprio sotto la presa d'aria. Alzo la testa e controllo. Non è uno scarafaggio, per fortuna, ma un grosso ragno.
Mi rilasso istantaneamente, i ragni non mi fanno la benchè minima impressione. Lo osservo, pensierosa. Cosa faccio, lo devo catturare? E se mi pungesse? se lo lascio in pace dubito che possa creare qualche problema.
Dopo qualche minuto di riflessione mi sono girata verso di lui.

- Ok, senti, ecco cosa facciamo. Io ti lascio vivere qui, nel bagnetto. Anzi, ti do anche un nome, da oggi ti chiami George. Puoi fare quello che vuoi, ma non devi pungerci per nessun motivo. In cambio ti chiedo di sorvegliare la presa d'aria. Fai in modo che nessuno scarafaggio ci si infili attraverso. Siamo d'accordo?

George è rimasto immobile, forse sconcertato dall'umana pazza e incosciente che aveva davanti. Nei giorni seguenti però si è dato da fare, costruendo una ragnatela fittissima su tutte le fessure della presa d'aria.
A metà Dicembre ho guardato con soddisfazione la ragnatela, ho salutato George e siamo partiti per l'Italia.
Al mio rientro la ragnatela era sempre lì, ma il suo creatore era sparito, e non si è più fatto vedere.

Questo posto comunque pullula di insetti. Oltre agli scarafaggi ci sono le formiche, le vespine che ogni tanto trovo morte sui pavimenti e vorrei tanto sapere da dove arrivano, gli opilioni e così via.
Oltre agli insetti "autoctoni" della casa ci sono anche quelli che introduco io, ovviamente senza volerlo. Ad esempio mi capita abbastanza spesso di mettermi ad impastare il pane e scoprire con un certo disgusto che la farina appena comprata è popolata da piccoli vermetti, probabilmente larve della plodia interpunctella, la tarma del cibo.

Al piccolo zoo casalingo sono comunque abituata, ed ero sicura che niente avrebbe potuto scalfire la mia sensazione di sicurezza. Questo fino a ieri, quando mio marito è rientrato a casa dal lavoro.

- Tesoro, cosa sai sugli scorpioni?  - mi ha chiesto il coniuge, con tono casuale.
- Mmm.. in che senso? quali scorpioni? - ho chiesto preoccupata.
- Oh, quelli che ci sono qui, nel deserto.
- Amore.. non mi stai dicendo che ne hai visto uno in casa, vero? perchè gli scorpioni da queste parti hanno un veleno mortale.
- Ehm.. no, no. E' che a B. ci sono, insomma, si incontrano piuttosto frequentemente.
- COSA?? ma dove? negli appartamenti?
- No, no, negli appartamenti non ci sono - ha dichiarato sicuro.
- E dove sono, allora?
- Beh, a piano terra.
- A piano terra?? cioè, passeggiano nell'ingresso del condominio? - ho chiesto, sconvolta.
- No. Cioè, non lo so. Comunque non si arrampicano, tranquilla. Ho parlato con un tizio che viveva a B. in una casa ad un solo piano, e ogni tanto li trovava dentro.
- Scusa, ma se la casa era ad un solo piano che ne sa lui se si arrampicano più in alto o no?

A frenare gli allarmismi va detto che gli scorpioni pungono molto difficilmente, e d'altro canto in Australia troveremo ben di peggio.
In ogni caso urge scoprire qualcosa di più.

mercoledì 30 gennaio 2013

Le chiavi e la capra

Ieri mio marito è stato a B., il villaggio con più cammelli che uomini dove potremmo prossimamente trasferirci.
E' andato dal custode delle chiavi degli appartamenti, e gli ha chiesto se fosse possibile visitarne qualcuno. L'uomo gli ha dato due chiavi, ognuna con la sua targhetta sopra, e lo ha avvisato che a volte la serratura è un po' dura e occorre dare qualche colpetto alle porte. 
La prima chiave era rossa, e recava la scritta "edificio A, appartamento 12B". Da queste parti le strade non hanno nome, quindi per identificare una certa costruzione si usano le lettere dell'alfabeto, o i numeri, o una combinazione di entrambi.

Si è recato all'edificio A, e ha trovato la porta del 12B. Ha inserito la chiave, ma non riusciva a farla girare. Seguendo i consigli ricevuti ha cominciato a dare qualche colpetto alla porta... finchè da dentro l'appartamento non è arrivato l'urlo della donna araba che ci abita, convinta che un malintenzionato stesse cercando di entrare.
La targhetta sulla chiave era sbagliata.
Il coniuge si è profusamente scusato, ed è scappato via in preda all'imbarazzo.
Ha pensato che forse avevano sbagliato a scrivere, e non doveva andare nell'edificio A, ma nel B.
Ha raggiunto l'edificio B, ha trovato l'appartamento 12B e ha provato ad infilare la chiave nella serratura. Era la chiave giusta, e la porta si è aperta.
All'interno spazzatura ovunque, e una quantità incredibile di scarafaggi, uova ed escrementi dei medesimi. Si è affrettato a chiudere la porta e ad andarsene.

La seconda chiave era azzurra, e la targhetta indicava un appartamento dell'edificio B. Memore dell'esperienza precedente si è recato direttamente all'edificio A, ma la chiave non girava nella serratura. E' tornato all'edificio B, e ha cercato l'appartamento indicato. Fuori dalla porta c'era uno zerbino con evidenti tracce di sabbia, segno che qualcuno abita già quell'appartamento.
Ha provato a chiedere informazioni.
- Ah sì, quell'appartamento è abitato. Ci vive una famiglia che prima abitava al 15C, e poi si è spostata.
- Ma come ha fatto a spostarsi se la chiave ce l'ho io? - ha chiesto il coniuge, perplesso.
- Ah, è facile. Basta distruggere la serratura e procurarsene una nuova, con chiave annessa, e poi avvertire il custode. Fanno tutti così.
Il coniuge è allora andato a cercare il capofamiglia dell'appartamento "occupato", per chiedergli dove fossero le chiavi del 15C, e come mai avesse deciso di cambiare appartamento. 
L'uomo gli ha detto che le chiavi erano presso un ufficio. Il coniuge si è recato nel posto indicato, e gli sono state consegnate le chiavi, e il consiglio di andare a visitare anche il palazzo D, dove sembra ci siano diversi appartamenti liberi.

Il 15C non era male, tutt'altro. I muri erano stati pasticciati dai bambini e i pensili della cucina avevano la muffa, ma non c'erano scarafaggi nè perdite d'acqua, quindi insomma, considerando gli standard era un buon appartamento.
Gli era però venuta la curiosità di vedere gli appartamenti dell'edificio D, di cui uno sembra che non sia mai stato abitato. La chiave però - chi l'avrebbe mai detto? -  non apriva la porta.
Ora sono stati presi accordi con qualcuno che verrà a distruggere la serratura, così si potrà vedere l'appartamento.

- Capisco.. - ho detto sconvolta, al termine del resoconto - toglimi una curiosità: quanti Occidentali vivono a B.?
- Beh, c'è K, una ragazza statunitense che è qui per lavoro. Mi hanno detto che però ha dei problemi, sai, stare lì da soli dopo un po' ti fa andare fuori di testa..
- Eh, sì, immagino. E nessun altro?
- C'era una coppia di Inglesi, ma hanno abitato lì solo poche settimane, poi sono scappati.
- Scappati? come mai?
- Era la prima volta che venivano a lavorare in Medio Oriente. Sono arrivati alla fine del Ramadan, quando c'è la festa dell'Eid, e per tre giorni non si fa che mangiare. Il palazzo era saturo dell'odore degli animali arrosti...
- Beh, non mi sembra così terribile.
- No, non è stato per quello. E' che qualcuno in occasione dell'Eid aveva arrostito una capra intera. Poi ne hanno mangiato un po' e hanno buttato i resti nella caditoia dell'immondizia.

Da queste parti i cassonetti della spazzatura non esistono. Si buttano i sacchetti nelle caditoie, due condotti di circa 60x60 cm incassati nel muro di due stanze alle due estremità del palazzo. Si apre lo sportello nel muro, si buttano dentro i sacchi e questi cadendo si accumulano in una stanza dove gli addetti alla nettezza urbana li vengono a prelevare.

- E allora?
- Beh, questi due Inglesi dovevano buttare la spazzatura.. sono andati nella stanza della caditoia, hanno aperto lo sportello e si sono trovati faccia a faccia col muso mezzo decomposto della capra, che si era incastrata nel condotto..

Che dire? meraviglioso. La vita a B. sembra più eccitante di quanto credessi.

martedì 29 gennaio 2013

Nebbia, corsa sulle dune e i Bambini Terribili

Paesino sperduto, ore 6 del mattino.
Il coniuge sta finendo di vestirsi, io saltello riordinando la casa e sbrigando tutti i lavori della mattina presto.
- Sei sicura che non vuoi un passaggio fino alla stazione degli autobus?
Oggi devo andare in città per spedire alcuni documenti tramite corriere. L'autobus è alle 8.
- No, grazie. Se mi accompagni adesso poi devo stare due ore in sala d'aspetto... tranquillo, vado a piedi.
La stazione degli autobus è a circa tre chilometri da casa, e la strada per arrivarci passa, letteralmente, in mezzo al deserto. Camminare su una striscia di asfalto in mezzo alla sabbia ha un suo fascino e quando la temperatura lo permette non mi dispiace fare questa passeggiata.
Finisco di sbrigare le ultime faccende, indosso il mio abaya ed esco di casa. E' freddino, ma io ho il maglione e camminando svelta mi scaldo. Il sole è ancora basso sull'orizzonte e dona alla sabbia una sfumatura dorata. 
E' tardi. Sto quasi correndo, ma non so se arriverò in tempo, e il prossimo autobus è tra due ore.
Come una tacita risposta alle mie ansie una macchina si ferma per darmi un passaggio. Qui è normale: se una donna sta guidando e vede un'altra donna che cammina per strada le offre un passaggio, anche se non l'ha mai vista. C'è una solidarietà fortissima.
Mi arrampico sul SUV, e due minuti dopo sono alla stazione degli autobus. Faccio il biglietto, mi accomodo e il viaggio comincia.

Dopo una ventina di chilometri cominciamo ad incontrare banchi di nebbia. Perchè sì, nel deserto d'inverno c'è la nebbia, specialmente nell'entroterra, e si estende per centinaia di chilometri. A volte è così fitta che è assolutamente impossibile muoversi. Qualche giorno fa un collega di mio marito è arrivato al lavoro in ritardo, perchè la nebbia era così densa che non riusciva a trovare la propria macchina nel parcheggio.
Man mano che il pullman procede, la nebbia aumenta sempre di più. La visibilità è di venti metri, poi di dieci, poi di cinque. Infine fuori dal vetro non si vede assolutamente nulla. E' come quando, in aereo, si entra dentro una nuvola, e guardando fuori dal finestrino sembra di essere dentro ad un bicchiere di latte.
Il pullman si ferma. E' molto rischioso stare qui: una macchina potrebbe tamponarci senza vederci, ma del resto anche l'autobus potrebbe fare la stessa cosa muovendosi senza vedere nulla.
All'improvviso, a pochi metri di distanza da noi vediamo i lampeggianti della macchina della polizia. Seguendone la luce e procedendo a passo d'uomo il pullman raggiunge il bordo della strada, e si ferma, al sicuro.
Un poliziotto sta saggiamente facendo fermare tutti i camion ancora in circolazione.
Piano piano la situazione migliora, e dopo un quarto d'ora la visibilità è abbastanza buona da poter ripartire.
La nebbia ci accompagna comunque per tutti i 180 km che dividono il paesino dalla città, in alcuni punti più fitta e in altri più rada.
Quando arriviamo in città ci si vede abbastanza bene, ma la cima dei grattacieli è ancora nascosta.
Sbrigo le mie commissioni, riprendo l'autobus e torno nel paesino.

Mentre siamo in macchina mio marito mi aggiorna su un possibile trasferimento a G.
G. è la cittadina dove lui lavora, a 100 km di distanza da dove abitiamo ora. Effettivamente trasferirci lì per lui sarebbe meglio, si risparmierebbe i 200 km quotidiani di viaggio, e forse riusciremmo anche ad alzarci un po' più tardi al mattino. E' un'opportunità che abbiamo varie volte vagliato ma sempre scartato, soprattutto in vista del prossimo trasferimento in Australia, e del fatto che l'idea di "trasloco" che c'è qui è leggermente diversa da quella che c'è in Italia.
Mio marito mi informa comunque che a G. gli appartamenti liberi sono già stati presi.
- Che ne dici di andare a B.?
B. è un villaggio di forse 200 persone in pieno deserto.
- Ehm... beh.. in effetti a B. tu saresti più vicino al tuo luogo di lavoro...
- Ti sento perplessa. Dimmi.
- No, è che, come dire, è un po' sperduto, non c'è niente, ci sono più cammelli che persone..
- Vuoi mettere la pace e la tranquillità? e poi il deserto lì è bellissimo, ci sono le dune... e c'è una strada dove non c'è mai nessuno dove possiamo andare a correre e sui pattini..
Effettivamente un po' di movimento farebbe bene a tutti e due. Nel prossimo futuro c'è quindi una visita agli appartamenti liberi di B.
In ogni caso ho già messo in chiaro che voglio una casa asciutta. Niente muffa, perdite o gocciolamenti. E niente scarafaggi.

Infine arriviamo a casa. I bambini che vivono sul nostro piano sono fuori che giocano. Li abbiamo ribattezzati i Bambini Terribili, perchè hanno la mania di giocare nel corridoio dove si affacciano le porte degli appartamenti. Urlano, si buttano di peso contro le porte, cospargono il corridoio di biscotti sbriciolati e semi di girasole e così via.
S., una ragazza irlandese che abitava a due porte di distanza da noi, era stata presa di mira dal gruppo dei piccoli selvaggi. Le andavano a suonare il campanello mentre dormiva, sbattevano oggetti contro la sua porta a così via. Un giorno lei era andata a parlare con la madre dei piccoli vandali.
La signora l'aveva ascoltata e poi le aveva chiesto, perplessa, quale fosse esattamente il problema.
Non è maleducazione. Qui c'è l'idea che se hai un problema sei tu a doverlo risolvere, senza coinvolgere altre persone.
Ora S. è tornata in Irlanda, dove senza dubbio dorme sonni più tranquilli.
Entriamo nell'ascensore.
- Ma.. il pavimento è bagnato!!
Il pavimento dell'ascensore è pieno di un liquido giallo. L'odore è familiare, è quello che sentiamo tutti quando andiamo in bagno.
- Che schifo! Non ci posso credere, hanno fatto pipì in ascensore!!!

Forse, in attesa dell'Australia, un trasferimento altrove non è poi una cattiva idea.

lunedì 21 gennaio 2013

L'insostenibile morbidezza della domenica mattina

Domenica mattina, ore 5. La sveglia suona con precisione insonne, strappandomi dagli ultimi brandelli di sogno. 
E' domenica, bisogna alzarsi. Dire domenica qui è come dire lunedì: è il primo giorno della settimana lavorativa dopo il weekend di venerdì e sabato. E se abituarsi al venerdì festivo è un attimo, non posso nascondere di sentirmi derubata, vagamente presa in giro, quando ogni domenica la sveglia suona di prima mattina.
Mi alzo, mentre il coniuge resta ancora qualche minuto tra le coperte, cercando di afferrare gli ultimi evanescenti scampoli di sonno.
Il cielo è buio, scuro, in questo giorno d'inverno l'alba è ancora lontana e il deserto dorme ancora. Solo il vento è sveglio e sferza folate di sabbia contro le finestre.
Con passi lenti raggiungo la cucina, apro il frigo e tiro fuori l'occorrente per la colazione.
Quest'ora del mattino ha la consistenza del cotone idrofilo, tutti i rumori sembrano attutiti, ovattati, e la mia mente è piena di pensieri vaghi, soffici, con una morbidezza che ricorda vagamente quella del mio cuscino.
Preparo le uova strapazzate, scaldo la focaccia e lavo la frutta con gesti automatici. La tavola viene apparecchiata rapidamente, mentre le tazze di the e caffè girano sul piatto di vetro del microonde.
Porto in tavola le ultime ciotole. All'improvviso, dall'alto dei minareti immersi nell'oscurità brumosa del deserto si diffonde il canto del muezzin che invita i fedeli a praticare la salat al fajr, la prima preghiera della giornata. La melodia ha qualcosa di irreale, è come se la voce pastosa e imponente che canta parole sconosciute arrivasse da un mondo magico e lontano.
Il coniuge riemerge dal buio della camera da letto, e ci sediamo a fare colazione. Lentamente, i primi tenui barbagli di luce appaiono in cielo e da qualche cortile lontano arriva il verso di un gallo che canta.
Ingoiamo le ultime briciole e ci alziamo. Il caffè bollente non è riuscito a strapparmi di dosso la sensazione di freddo, per cui mi avviluppo in una coperta e mi siedo sul divano per qualche minuto. Poi lui va a prepararsi e io pigramente mi alzo.
Mentre la luce fuori comincia a farsi più consistente e a delineare il profilo delle palme, la mattinata diventa frenetica, e perde tutta la sua indolenza.
Ora bisogna sbrigarsi: la tavola viene sparecchiata e i piatti accumulati nel lavandino. Poi c'è la camicia da ri-stirare velocemente, appena un colpo di ferro per togliere le piegoline date dall'armadio, l'insalata da lavare, asciugare e riporre nel tupperware da dare al coniuge, le scarpe da lucidare in fretta, mentre lui dice che no, che non è necessario, ma che io faccio lo stesso perchè non mi va che lui vada al lavoro con le scarpe piene di sabbia.
Poco dopo lui esce di casa e io resto qui, prigioniera del sonno. Non è ancora pieno giorno, la luce forte del sole è ancora solo una promessa, eppure non riesco a tornare a letto.
Sistemo la casa, lavo i piatti, rifaccio il letto, passo l'aspirapolvere per togliere la sabbia entrata durante la notte. La lunga litania delle faccende domestiche si snocciola lenta e prevedibile finchè tutte le voci non si sono esaurite o io non mi sono stufata.
Quando il sole è ormai alto e la sua luce ha invaso ogni più piccolo interstizio tra le fronde delle palme davanti a casa, è il momento di sedersi davanti al computer per rispondere alle mail, per vedere cos'è successo stanotte nel mondo e per avere un contatto col resto del pianeta.
La calda morbidezza del primo mattino è svanita piano piano insieme al buio. Ha lasciato dietro di sè vento, sabbia, e i quotidiani problemi dell'appartamento.
Un'altra settimana è cominciata.