venerdì 1 giugno 2012

Cajun style stuffed peppers



Come ho già scritto, mi capita spesso di cucinare piatti di cui mio marito non ha voglia, e che vengono evitati, per fare spazio ad altri cibi. La scena è sempre la stessa: io entro con la pentola fumante, e già percepisco dallo sguardo che quello che ho cucinato non è quello che avrebbe voluto mangiare quel giorno.
Mi siedo, e osservo. Un paio di bocconi, e poi una fuga in cucina a prendere le barrette di cereali, o i biscotti, o una fetta di pane.
La scena si è ripetuta con le fette di polpettone arrotolato al tonno, la crema di mandorle e zucchine, la quiche di cipolle, il cavolfiore gratinato con bechamelle all'olio e così via. 
Per limitare i danni, ho quindi preso l'abitudine di chiedere ogni settimana quali sono i desideri culinari del momento. 
Di solito la risposta è a scelta tra "Quello che vuoi" o "Non lo so" o anche "Va bene tutto", ma ogni tanto ottengo dei suggerimenti preziosi, che mi permettono di cucinare qualcosa che viene mangiato e apprezzato, con conseguente soddisfazione personale.
Un giorno, alla solita domanda mi ha risposto: "I peperoni! i peperoni ripieni di carne e riso.. sono una ricetta americana". Ho passato un'intera mattina su internet cercando la ricetta del piatto che mi era stato chiesto, trovandone tantissime versioni. 
Quelle che mi ispiravano di più venivano dalla Louisiana, nel sud degli States, dove le influenze francesi si mescolano con quelle dei Nativi Americani, con echi di sapori europei e profumi africani e caraibici, creando quella che è la cucina Cajun. Sfortunatamente non avevo la jambalaya, nè i gamberi del golfo del Messico, quindi mi sono arrangiata come potevo. 
Il piatto è piaciuto tantissimo, tanto che mi viene richiesto almeno due volte alla settimana.

Peperoni ripieni Cajun
Ingredienti:
3-4 peperoni grossi
500 g di carne di manzo macinata 
1 bicchiere e 1/2 di riso
1 cipolla di medie dimensioni
1 grossa costa di sedano
500 g di salsa di pomodoro
Mezzo bicchiere di vino rosso
Olio extravergine di oliva
3-4 cucchiaini con un misto di: peperoncino di Cayenna in polvere, pepe in polvere, aglio essiccato, origano e timo
Sale

Preparazione:
Tritare grossolanamente la cipolla e la costa di sedano. 
Mettere un filo d'olio in una capace padella, e mettervi la carne, "sgranandola" in piccoli pezzi. Sfumare con il vino rosso, e ridurre la fiamma al minimo. Salare, e aggiungere il trito di cipolla e sedano e la salsa di pomodoro. Mescolare, e unire le spezie. Coperchiare e cuocere per circa mezz'ora, finchè il sugo non si restringe.
Tagliare i peperoni a metà nel senso della larghezza, privarli dei semi e del residuo di gambo, lavarli e passarli in acqua bollente e salata  finchè toccandoli con la forchetta non saranno teneri ma non molli molli (5-6 minuti, a volte di più, dipende dallo spessore e dalla consistenza del peperone).
Scolarli e lasciarli asciugare su un canovaccio. Bollire il riso, scolarlo al dente e unirlo delicatamente al sugo.
Mettere i mezzi peperoni in una teglia da forno, oliarli e salarli leggermente, e riempirli con il ripieno di riso e carne, pressando bene.
Passare in forno già caldo per una ventina di minuti. 

mercoledì 30 maggio 2012

Amicizie mediorientali

A. viene dalla Giordania, e qui non si trova tanto bene. Sta cercando un'occupazione, ma benchè sia laureata non è facile trovare lavoro in questo paesino, così sta tutto il giorno in casa, a pulire, a cucinare e a badare ai suoi tre bambini.
A. ha 28 anni, parla un Inglese un po' zoppicante ma si aiuta con i gesti, e si capisce perfettamente. E' una musulmana osservante, come suo marito, come chiunque, qui.
La prima volta che sono andata a trovarla avevo paura che non avrei avuto nulla da dirle. Avevo paura delle barriere culturali, delle mille differenze che ci sono tra noi due. Lei era tesa e sospettosa, e, come me, con qualche pregiudizio.
Abbiamo cominciato a parlare. All'inizio lentamente, con difficoltà. Poi abbiamo constatato che in fin dei conti non eravamo poi così diverse, e anzi, avevamo un sacco di cose in comune. Ho scoperto una ragazza molto intelligente, allegra e solare.
Oggi A. è una delle mie più care amiche. E con "amica" intendo proprio un'amica vera, quella a cui chiedi conforto nei momenti di solitudine e crisi, quella con cui dividi segreti ed esperienze, quella che se hai un problema a lei lo puoi raccontare. Come ama dire A., "siamo come sorelle".
Certo, le differenze culturali ci sono. Ma invece di essere un ostacolo sono qualcosa da scoprire, un oceano inesplorato e interessante. E ogni giorno mi accorgo sempre di più di quanto invece siamo simili, come mentalità, abitudini, preferenze. Anche i piatti che cuciniamo, pur diversi, hanno in comune la maggior parte degli ingredienti, quelli della tradizione mediterranea.

A. ha tre bambini, tre piccoli tesori. Il Bambino Grande, è, per l'appunto, il maggiore. Ha cinque anni, ed è incredibilmente intelligente ed educato. E' molto vivace, e predilige tutti i giochi movimentati e troppo esuberanti per un piccolo appartamento, come correre sullo skateboard, giocare a calcio o andare in bicicletta. Quando non è impegnato in attività scatenate, si diverte a scrivere. Conosce non solo tutte le lettere arabe, ma anche tutte quelle del nostro alfabeto.
"Però ogni tanto ne dimentica qualcuna"  mi raccontava crucciata A. mentre io cercavo di ricordare se ho mai conosciuto un solo bambino di 5 anni che ancora prima di iniziare la scuola conosca già due alfabeti.
La Peste è il figlio "di mezzo". Quattro anni, vivacissimo. La sua peculiare caratteristica è di fare sempre quello che non dovrebbe, in particolare dare fastidio alla Principessa, la terzogenita.
Se lei sta guardando la televisione lui cambia canale, se lei sta utlizzando un giocattolo lui glielo porta via.
La Principessa è l'ultimogenita. Ha un anno, ed è nell'età "sto cercando di suicidarmi". Se ti distrai mezzo secondo lei tenta di salire in piedi sulla palla, di mettere le dita nella presa della corrente, di fare tuffi di testa dal divano al pavimento, di inghiottire qualunque oggetto piccolo e potenzialmente occlusivo, come le monete.

A. e i suoi tre bambini sono entrati a pieno titolo nella mia vita, colorandola di sfumature inaspettate e bellissime.


lunedì 21 maggio 2012

Cercasi lavatrice disperatamente

Da quando mi sono definitivamente trasferita nella mia casa nel deserto, ho dovuto fare i conti con tutte le difficoltà di questo posto, dalla lingua alla cultura, dal clima alla religione.
Mi sono abituata a non trovare i prodotti che vorrei sugli scaffali del supermercato e ad uscire di casa vestita come il Signore Oscuro dei Sith. Mi sono abituata a combattere ogni giorno con i problemi dell'appartamento, dai tubi che perdono ai soffitti gocciolanti.
Una cosa a cui però non riesco a rassegnarmi è il fatto di non avere una lavatrice. Passi se devo lavare nel lavandino una maglietta o un paio di calzini, o anche una camicia o un paio di pantaloni, ma la prima volta che mi sono trovata davanti un ammasso di lenzuola matrimoniali sporche e stropicciate ho avuto la tentazione di andare a cercare un fiume (purtroppo non molto frequenti, da queste parti) dove espletare l'obbligo igienico di lavare la biancheria.
Perchè, diciamocelo: lavare le lenzuola nel lavandino non è proprio il massimo. La vasca da bagno va un pochino meglio, ma purtroppo la mia schiena la detesta.
Dopo aver risolto i dubbi del coniuge a proposito dell'utilità delle lavatrici, abbiamo iniziato a cercarne una.
Andiamo in città, in un grosso e famoso centro commerciale, e ci dirigiamo verso il reparto degli elettrodomestici. Passando vediamo frigoriferi giganteschi, condizionatori, lavastoviglie dell'ultima generazione.
Finalmente approdiamo al settore lavatrici, e ci mettiamo a confrontare prezzi e caratteristiche.
Il prezzo è incredibilmente basso. Addirittura ce n'è una che costa poco più di 40 euro. E' piccolina, è vero, ma noi siamo in due.. ci colpisce però che sia divisa in due settori, con due diversi coperchi, e ne chiediamo il motivo al commesso.
E' per la centrifuga, ci spiega lui. Nel primo vano avviene il lavaggio vero e proprio, poi si passano i panni nel secondo vano e infine si stende. Sembra perfetto.
Chiediamo di poter vedere l'interno dei due vani, per capire se l'elettrodomestico sia adeguato alle nostre esigenze. L'uomo ci apre subito il coperchio del vano lavaggio, ma sull'altro ha una strana resistenza.
Gli chiediamo specificamente di vedere quello, e infine, a malavoglia, il coperchio viene sollevato.
Lo spazio per la centrifuga è grosso come una bottiglia. Qui al massimo si può centrifugare un tovagliolo.

Ci mettiamo ad esaminare le altre lavatrici. Improvvisamente mi accorgo che su nessuna di esse è presente la manopola della temperatura.
- Mi scusi, ma a che temperatura lavano queste lavatrici?
L'uomo mi guarda come se avessi fatto una domanda molto stupida, e mi risponde che tutte le lavatrici che sono lì funzionano con l'acqua fredda.
Fredda. Magnifico.
Chiediamo se non abbiano anche lavatrici con l'acqua calda e veniamo accompagnati poco lontano, dove, in mezzo ad altri elettrodomestici, ci sono ben due lavatrici con la manopola per la temperatura. I prezzi sono, ovviamente, considerevolmente più alti.
- Noi prenderemmo questa.. fate consegne a domicilio, vero?
L'uomo ci dice che sì, certo, il negozio fa consegne a domicilio. Ma solo all'interno della città. Quelli che abitano a 180 km di distanza, tipo noi, devono arrangiarsi e portarla a casa e provvedere all'allaccio con i propri mezzi. Comodissimo.
Siamo usciti dal centro commerciale senza comprare nulla. Oggi, mentre lavavo un quantitativo abnorme di vestiti nel mio fidato lavandino, ho avuto visioni di gruppi di cammelli che mi portavano a casa una lavatrice. La speranza, dicono, è l'ultima a morire.

martedì 1 maggio 2012

24 ore

Ore 21.30
Apro l'anta dell'armadio dei sacchetti della cucina, e uno scarafaggio cade per terra, arrampicandosi quindi nuovamente alla velocita' della luce fino a sparire in mezzo alla moltitudine di borsine di plastica.

Ore 22.10
A letto, al buio. Sono convintissima che quella vaga sensazione al piede destro sia una blatta che si sta arrampicando su di me. Un attimo prima di urlare mi rendo conto che e' solo il piede del consorte, e che, forse, dovrei smetterla di pensare alle creature con sei zampe.

Ore 4.30
Un saggio eremita e delle bizzarre creature azzurre con lunghe orecchie pelose mi svelano il segreto per liberarmi per sempre dalle blatte: basta cospargere i pavimenti di fagioli. Gli scarafaggi ne sono terrorizzati, e basta che ne vedano uno per fuggire a zampe levate e non tornare mai piu'.

Ore 5.00
Sveglia, e riflessione sul fatto che i miei sogni sono sempre piu' folli man mano che il tempo passa.

Ore 8.30
Il coniuge mi lascia davanti ad un centro commerciale in citta', e corre al lavoro.

Ore 8.32
Arrivo davanti alla porta a vetri dell'imponente ingresso,  chiedendomi come mai non ci sia la solita ressa. La risposta e' che l'apertura e' alle 10 del mattino. Il  posto piu' vicino dove posso andare e' a 2 Km di distanza, ci sono 38 gradi, un sole che spacca le pietre e nessun taxi in giro.

Ore 8.34
Un addetto alla sicurezza mi vede, e, probabilmente impietosito dalla mia aria smarrita, apre una porta del centro commerciale per farmi entrare.
All'interno c'e' un  silenzio irreale e un'aria condizionata degna di un freezer. I negozi sono tutti chiusi, e le uniche persone che incrocio, oltre agli addetti alle pulizie, sono gli uomini della sicurezza, che mi guardano perplessi e mi seguono lungo tratti della mia passeggiata solitaria, per essere sicuri che non stia collocando delle bombe.

Ore 8.40
Decido che la panchina tra Ted Lapidus e Baskin Robbins sta aspettando me, e mi siedo, rabbrividendo. Per fortuna mi sono portata da leggere.
Gli addetti alla sicurezza, che hanno continuato a seguirmi discretamente o a spiarmi da lontano, cercando di non dare nell'occhio, si tranquillizzano.

Ore 9.15
Sto congelando. Decido di fare due passi, anche a rischio di essere nuovamente seguita. 
Al terzo piano, nella Food Court, Dunkin' Donuts sta aprendo. Magnifico, tra poco potro' avere una tazza di caffe' bollente.

Ore 10
Al bancone di Dunkin' Donuts.
- Una ciambella e un caffe' nero, grazie.
- Solo una? perche' una?
- ... perche' non ne mangio piu' di una...
- Ma se ne prendi  due costa solo un centesimo in piu'!
- Non mi interessa, grazie. Ne voglio solo una.
- Ma sei sicura?
- Si'. Un caffe' e UNA ciambella.
- Ma costa solo un centesimo..
A questo punto avrei voglia di andarmene, ma ho urgente bisogno di bere qualcosa di caldo. Porgo i soldi al commesso deluso per la mia scarsa golosita', prendo il mio vassoio e mi siedo ad un tavolino, ragionando sul  fatto che una ciambella enorme costava solo un centesimo ( quando si dice prodotti di qualita'...).
Chissa' perche' insisteva tanto. Forse perche' voleva indurmi a fare un buon affare? o perche' nessuno resiste all'offerta del raddoppio?
Mi guardo intorno. Il centro commerciale ha iniziato a popolarsi, e la taglia media delle donne e' la taglia-balena. Decisamente tutti prendono la seconda ciambella.
Mentre sbocconcello il mio ipercalorico donut fritto e ricoperto di cioccolato, un gruppetto di passeri, entrati chissa' come qui dentro, si avvicinano al bancone, svolazzano vicino al viso del commesso per un paio di secondi e si posano quindi sul pavimento. L'uomo lancia loro una ciambella sbriciolata.
Gli animali non sembrano minimamente intimoriti, come se fosse una cosa normale, per loro, andare a fare colazione li'.
Li guardo meglio: anche loro sono oversize. Chissa' come fanno a volare.

Ore 10.45
Mi avventuro nell'enorme ipermercato del piano terra, occhieggio le lavatrici, scruto brevemente il reparto abbigliamento e poi mi dirigo dritta dritta al settore casalinghi.
Stampi per torte di tutte le dimensioni e forme, stampi per cioccolatini, per ciambelle, per madaleine. E poi impastatrici, tritacarne, frullatori di tutti i tipi, e tutto a prezzi concorrenziali, perche' qui non c'e' IVA.
Ma io sono una donna forte, e non cedo alle lusinghe dei prezzi bassi. Continuo a ripetermi questa frase come un mantra, e finalmente, dopo solo mezz'ora riesco a lasciare il reparto, incredibilmente senza comprare nulla.

Ore 18
Dopo essere ritornati nel paesino sperduto, prima di tornare a casa il coniuge mi propone di andare a fare un giro sulla spiaggia, in un punto dove un braccio di mare si allunga per un centinaio di metri all'interno.
E' la prima volta che veniamo qui, e resto spiazzata da quanto sia ricco di vita questo ambiente: decine di grossi granchi si aggirano tra le pietre, insieme a enormi lumache marine. La sabbia, bianchissima, e' frammista a migliaia di conchiglie di tutte le forme, dimensioni e colori, tra cui spiccano le vongole ed enormi ostriche. Qui e la' ossi di seppia ( o di qualche animale piu' grosso) lunghi almeno 40 cm. L'acqua e' trasparente vicino alla riva, verde poco piu' in la', e ricca di grossi pesci.
Che meraviglia il mare dei tropici.

Ore 20.00
Apro un cassetto della cucina, e all'interno vedo uno scarafaggio che si nasconde rapido sotto un mestolo.
Sospiro. Domani lavo tutto, giuro.

Ore 21.30
Una veloce ricerca su internet mi regala la consapevolezza che la bestia che vive nella mia cucina e' di una specie diversa dalle altre blatte che mi girano in casa.
Eh si', la meravigliosa varieta' faunistica dei tropici. Al prossimo insetto che trovo appendo alla porta il cartello "zoo" e metto un biglietto per entrare in casa.

mercoledì 25 aprile 2012

Ansia da hamburger

Io amo cucinare. E' una delle attivita' che preferisco, che mi rilassano di piu', uno dei pochi campi in cui ho fiducia nelle mie capacita'. Preparare un piatto nuovo e' sempre una sfida entusiasmante, non importa quanto complicata e lunga sia la ricetta.
La prossima settimana avro' quattro persone a cena, e sto gia' pregustando la gioia di impastare gli gnocchi ripieni, di fare le tagliatelline con la farina di farro, di estrarre dal forno la teglia di lasagne al ragu'.
E poi, qualche giorno fa, la domanda. Che ne dici di invitare i nostri vicini per una hamburger night? Prepariamo gli ingredienti, ognuno si assembla il suo hamburger.. una tipica serata americana.
E l'ansia comincia a salire. Perche' qui non c'e' nulla da impastare, nulla da decorare, nulla che possa darmi l'idea che sto creando qualcosa, che ho il controllo della cucina. 
La riuscita della serata dipende dal pane comprato, dalla freschezza della lattuga, dal formaggio che abbiamo scelto, e dalla cottura dell'hamburger. 
Lo so che sembra una cosa stupida, ma cuocere un hamburger mi mette ansia. Prima di tutto perche' si restringe, nonostante cerchi sempre di farlo piu' largo del panino. E poi, come lo devo cuocere, e soprattutto, per quanto tempo? 
Se in un ristorante mi capita di ordinare un piatto di carne, non mi verrebbe nemmeno in mente di dire che cottura preferisco. Al massimo posso concepire la distinzione tra "ben cotto" e "al sangue".
Ma gli Americani sugli hamburger sono puntigliosi. Rare, medium rare, medium, medium well, well done. Che differenza c'e' tra medium e medium well? medium well e' "un pochino piu' cotto" di medium? ma un pochino quanto? e soprattutto, non potevo preparare una pizza o delle focacce, su cui non avevo dubbi?
Lo so che stiamo parlando di un piccolo e inoffensivo disco di carne, che tremerebbe al confronto con un arrosto. 
A differenza pero' dell'arrosto, su cui non avrei nessun tentennamento, l'hamburger per gli Americani e' un comfort food, un cibo che evoca sapori e sensazioni legati all'infanzia, alla cucina della mamma, quella capace di trasmettere amore e concretezza.
I miei hamburger saranno all'altezza di questo compito? Riusciro' a ricreare "casa" senza delusioni? Cosa succede se il sapore e' completamente diverso da quello che si aspettano?
Ansia. E stiamo solo parlando di un hamburger. Sono gia' pronta ad un attacco di panico per il mio primo tacchino, quello del Thanksgiving. Per fortuna fino a Novembre ho tempo per abituarmi all'idea.

giovedì 12 aprile 2012

De gustibus non est disputandum


Un’idea diffusa tra gli Italiani e’ che la nostra cucina sia la migliore in assoluto. Magari riconosciamo i pregevoli contributi apportati dalle ricette tradizionali delle altre nazioni, ma sotto sotto l’idea di fondo e’ che non solo la cucina italiana sia la migliore per noi, ma che tutto il mondo la riconosca come tale.

Come moglie di un Americano mi trovo tutti i giorni a dover fare i conti con questa illusione: mio marito apprezza si’ i piatti italiani, ma i cibi che predilige, i suoi comfort foods, sono altri, completamente diversi dai miei piatti fumanti di pasta.

Ieri era quasi l’ora di iniziare a cucinare il pranzo, e, come spesso accade, il menu’ non era ancora stato definito chiaramente. Aprendo lo sportello dell’armadio dove conservo la pasta e i cibi non velocemente deperibili mi cade l’occhio sul sacchetto con il risotto di funghi, portato in dono dall’Italia da mia madre. Perfetto. Risotto con i porcini secchi, gli piacera’ sicuramente. Metto su il brodo, preparo il risotto. Il coniuge suona alla porta proprio nel momento in cui decido che la cottura e’ ultimata. Sono soddisfatta, il riso non deve aspettare, lo mangeremo in tutta la sua fragranza.

Mio marito entra in cucina. Guarda la pentola del riso con indifferenza, ed esclama: “Ah, oggi ho proprio voglia di un sandwich!!”.

Lo fisso. Se mio padre esternasse lo stesso pensiero a mia madre, nel momento in cui lei ha appena finito di preparare il pranzo, ci sarebbe quantomeno un momento di incomprensione, dovuto al fatto che:
1. Non e' stata avvertita preventivamente, quindi ha cucinato per lui. Ora questo c'e' e questo si mangia.
2. Per quale motivo una persona a cui piacciono i funghi dovrebbe preferire un panino ad un delizioso risotto pieno di profumatissimi porcini?

Ma questo discorso qui non vale, perche’ un Americano ha gusti diversi e una concezione del cibo differente. Per noi, o quanto meno per me e per la mia famiglia, il cibo e’ qualcosa di assolutamente importante, quasi sacro, che viene ottenuto seguendo precisi rituali che vanno dalla scelta della pentola al tipo di cottura, all’aggiunta degli aromi giusti. Il momento del pasto rappresenta il momento culmine, e il cibo cucinato e’ non solo il collante per stare tutti insieme, ma anche tradizione, sapore di casa, concretezza, amore.
Per lui e’ poco piu’ di un carburante che puo’ o meno avere un sapore gradevole, indipendentemente da come viene preparato.

Do un’occhiata al risotto. Stasera sara’ immangiabile. “Ok. Che tipo di sandwich vuoi?”
Dietro sua richiesta ho preparato un panino cosi’ composto:
- Fetta di pancarre' integrale, tostata.
- Strato di camembert.
- Strato di gelatina di ribes.
- Fette di bacon arrostite in padella.
- Due fette di simil-prosciutto ( in realta' fatto di tacchino).
- Insalata scondita.
- Fetta di pancarre' tostata e spalmata di mostarda al pistacchio.
Mentre io mangiavo il riso, lui ha assaporato il suo sandwich, con un’espressione di beatitudine infinita.

Amore e’ anche questo. E poi chissa’, magari un giorno le mie focacce e le mie pizze gli saranno cosi’ familiari da diventare anch’esse un comfort food, ricco di ricordi di casa e capace di dare sicurezza.

In definitiva comunque ha ragione il vecchio detto latino: non si puo’ discutere sui gusti. 


lunedì 9 aprile 2012

Ricette per complicarsi la vita


Ingredienti:
-         Una voglia improvvisa e ingiustificata di Krumiri con le gocce di cioccolato, e il ritrovamento di un’ottima ricetta per realizzarli (visto che qui sono irreperibili)
-          La folle decisione di fare i biscotti in concomitanza di un pranzo a base di lasagne per ospiti sudafricani.
-          Una casa in disordine e un soffitto gocciolante.
-          Un’imperfetta conoscenza dell’Inglese culinario.

Preparazione:
1. Iniziare a cucinare alle 9, in previsione di pranzare alle 14.30.
2. Ricevere una chiamata sul cellulare: il pranzo e’ anticipato all’una.
3. Dopo aver lasciato il ragu’ a sobbollire, iniziare velocemente ad impastare i biscotti, e rendersi conto, solo nel momento in cui si apre la scatola, che mentre “wheat flour” e’ la farina di grano, “corn flour” e’ l’amido di mais, e non la farina gialla.
4. Decidere di realizzare i biscotti comunque, e usare la maizena al posto della farina di mais (chiedersi perchè l'ho fatto è una domanda lecita)
5. Impastare facendo attenzione al soffitto gocciolante, che al momento e’ quello della cucina ( e le gocce cadono, ovviamente, esattamente sul piano d’impasto).
6. Ricevere una nuova chiamata sul cellulare: dei due ospiti sudafricani solo uno sara’ presente. In compenso vengono i vicini di casa statunitensi.
7. Finire di impastare e cominciare a fare i biscotti con la tasca da pasticcere.
8. Cercare inutilmente di aggiustare la tasca da pasticcere quando questa si smonta irreversibilmente, e alla fine ridursi a pigiare con le dita piccoli quantitativi di pasta dentro alla bocchetta spizzata.
9. Realizzare di aver dimenticato le gocce di cioccolato, e decidere di sciogliere comunque la tavoletta per ricoprire i biscotti.
10. Guardare l’orologio e rendersi conto tutto in una volta che sono quasi le 11, il pranzo e’ stato anticipato all’una e le tre teglie di lasagne sono ancora da impastare.
11. Mettere il cioccolato in un pentolino a bagnomaria, e tirare fuori uova e farina.
12. Rendersi conto che il cioccolato non si sta affatto sciogliendo, ma sta diventando una massa dalla densita’ abnorme, che mi guarda sogghignando dal fondo della pentola.
13. Spegnere il fuoco, in preda a profondo turbamento per l’aspetto del cioccolato, ed impastare le lasagne.
14. Riesumare il pentolino del cioccolato e, mentre l’acqua della pasta non bolle ancora, cercare di riportarlo in vita.
15. Dopo varie aggiunte di burro e latte e frenetici mescolamenti, realizzare che il massimo che si puo’ ottenere e’ una specie di crema.
16. Cuocere le lasagne, e iniziare a comporre le teglie.
17. Aprire la porta al marito, allontanarlo dai biscotti e dargli l’ordine secco e perentorio di passare l’aspirapolvere in salotto.
18. Rendersi conto che il salotto, briciole a parte, e’ un vero macello.
19. Raccogliere la biancheria da stirare, le scarpe rimaste in giro, libri e fasci di carte e scaraventare il tutto in camera da letto.
20. Infilare in forno le teglie di lasagne, e rendersi conto di non aver assaggiato il ragu’.
21. Trattenere il marito scalpitante dal divorare tutti i biscotti e dall’andare a chiamare gli ospiti che attendono nell’appartamento dei vicini.
22. Precipitarsi ad indossare qualcosa che non abbia ampie macchie di sugo e farina, e magari pettinarsi i capelli.
23. Realizzare che il maledetto cioccolato oltre ad essere pieno di bricioline per gli assalti del coniuge, si sta solidificando di nuovo, ed effettuare un nuovo intervento.
24. Lanciare piatti e bicchieri sulla tovaglia, e dare il via libera per l’arrivo degli ospiti.
25. Indossare un’espressione felice e tranquilla, e mentre gli ospiti entrano spingere sotto al divano, con nonchalance, un calzino sfuggito dal mucchio della biancheria asciutta.
26. Osservare gli ospiti mentre si gettano sulle lasagne come se non vedessero cibo da mesi.

Commenti:
-          Deliziosi questi biscotti!! E la crema, e’ fantastica!! E’ una tipica ricetta italiana?
-          Ehm.. certo.. (soprattutto la “crema”...)
-          Sono favolosi. Mi posso portare a casa quelli che sono avanzati? Con la crema, ovvio.

Che dire? Meno male che non erano Italiani.