martedì 27 maggio 2014

Babà obesi ai profumi d'oriente

Questo mese, complici una serie di cose, mi sono ritrovata a dover preparare la ricetta per l'MT Challenge di Maggio negli ultimi giorni utili prima del termine della competizione.
Quando ho visto che l'argomento della sfida era il babà, ho avuto una duplice reazione: da una parte un'ansia leggera, dall'altra una forte curiosità.
L'ansia è dovuta al fatto che la mia esperienza del sud Italia è limitata a tre giorni sulla Costiera Amalfitana. Questa è una cosa che mi crea sempre un certo imbarazzo, specie quando gli amici americani o britannici buttano lì un'osservazione tipo questa:
- Ma che bella la valle dei templi di Agrigento! la Sicilia ci ha incantati! ma dicci, tu che sei Italiana, qual è la parte più bella dell'isola?
Al che posso solo arrossire e confessare con un po' di vergogna che conosco più l'Australia del meridione del mio paese. E' increscioso, lo so.

Dal punto di vista culinario devo ammettere che le cose sono anche peggiori, in quanto una buona parte delle specialità meridionali mi sono totalmente ignote, a livello "non ne ho mai sentito parlare".
I babà li conoscevo di nome, e credo di averli intravisti in qualche pasticceria, ma li ho sempre associati al rum, e vista la mia idiosincrasia per l'alcool me ne sono sempre tenuta lontana.

Però, come dicevo prima, oltre all'ansia c'era anche la curiosità. Questo mese, grazie alla ricetta di Antonietta, mi sarei potuta cimentare in una preparazione che non ho mai provato e che è uno dei cavalli di battaglia di una tradizione gastronomica che voglio assolutamente scoprire e assaporare.

Ho passato quindi giorni a pensare a come sarebbero stati i miei babà. Mi sono persa tra le creme, tuffata in una profusione di sciroppi e ho passato lunghe ore pensando agli abbinamenti. Alla fine stringevo in mano un foglietto con due diverse opzioni. Avrei desiderato proporle entrambe, purtroppo alla fine non ci sono riuscita. Spero di aver scelto la ricetta migliore... :)

Ovviamente, come sempre quando tento di cucinare un piatto italiano qui, l'intoppo era dietro l'angolo, e proprio dove non me lo aspettavo. Avevo studiato con attenzione gli ingredienti, cercando di armonizzare il babà con i profumi e i sapori della pasticceria locale. Avevo scartato subito l'alcool, in parte perchè, una volta aggiunto, i dolci avrebbero perso per me ogni attrattiva, in parte perchè qui comprare gli alcoolici è una faccenda complessa, che inizia con una (costosa) licenza annuale rilasciata dal governo (che io non possiedo) e che termina in negozi un po' discosti dalle vie principali, con i vetri oscurati e gli scaffali carichi di costosissime bottiglie.
Una volta stabilita la ricetta e comprati gli ingredienti ero sicura di essere a cavallo. Mi mancavano solo gli stampini monoporzione.
Ho setacciato i negozi, ho frugato sugli scaffali dei supermercati. Niente. O meglio, niente che avesse una forma vagamente somigliante e un prezzo abbordabile. Alla fine ho dovuto ripiegare sugli stampini rotondi monoporzione di alluminio della Cuki, portati dall'Italia.
I miei babà hanno compiuto l'ultima lievitazione lì dentro, gonfiandosi a dismisura e saturando ogni più piccolo spazio, per poi fuoriuscire baldanzosi e arroganti dal contenitore, come per mostrare entusiasticamente la propria mole.
Ho creato i babà obesi.

Un'ultima considerazione prima di inserire la ricetta.
Mi è piaciuto fare questi dolci. A volte mi succede di sentirmi in assoluta sintonia con un impasto, lo sento leggero sulle mie dita, carico di profumi, setoso, e non posso fare a meno di pensare che verrà bene. Questo è stato il caso dei babà, ma non è tutto qui.
Da quando sono in questo paese, l'autenticità del cibo che preparo ha assunto per me un'importanza enorme. Con autenticità non intendo "la ricetta originale", ma un piatto che ha radici nel passato, che si è evoluto passando attraverso innumerevoli mani, nel corso dei secoli. Una ricetta che solo a leggerla capisci che ha una storia.
I babà li ho sentiti autentici, veri. Durante la lievitazione e la cottura hanno saturato il mio appartamento di un profumo "di casa", di cose fatte col cuore e tramandate nelle generazioni, e l'aver scoperto questo impasto mi ha dato una gioia immensa.

Babà obesi allo sciroppo di fiori d'arancio, mahalabyia e halva

Per i babà
300 g di farina bio tipo 0 Manitoba
3 uova categoria a grandi
100 g di burro
100 g di latte
25 g di zucchero
10 g di lievito di birra
1/2 cucchiaino di sale fino
50 g di scorza d'arancio candita (aggiunta personale)

Per la bagna
300 ml di acqua
500g di zucchero semolato finissimo (caster sugar)
4 cucchiai di succo d'arancio
4 cucchiai di acqua di fiori d'arancio

Per il mahalabyia
350 ml di latte
1 cucchiaio di maizena
2 cucchiai di caster sugar
20 gr di farina di mandorle
qualche goccia di acqua di fiori d'arancio

Per l'halva
200 g di miele
100 g di tahine

Per la lucidatura
4 cucchiai di gelatina di arance

Come da regolamento per l'impasto del babà ho seguito la ricetta di Antonietta. Non sono riuscita a reperire la Manitoba, quindi ho ripiegato su un'altra farina di forza. Ho inoltre aggiunto 50 g di scorza d'arancia candita a cubetti.
Mentre i babà eseguivano le loro lievitazioni, ho preparato l'halva.
Col nome "halva" si intendono due diverse preparazioni, entrambe piuttosto comuni nel Medio Oriente: una è una specie di polentina, solitamente a base di semolino, mentre l'altra è un dolce estremamente friabile a base di miele, con qualcosa in comune col torrone. L'halva presente nei miei babà è il secondo.
Per la realizzazione ho fatto cuocere il miele (ho usato quello di acacia) a fiamma bassa, mescolando saltuariamente, fino a circa 115°C, ovvero, per me che ho lasciato il termometro da zucchero in Italia, fino allo stadio in cui, facendo cadere una goccia in acqua fredda, questa al tatto si rivela una pallina morbidissima.
A questo punto ho tolto il miele dal fuoco e l'ho lasciato raffreddare per un paio di minuti. Nel frattempo ho scaldato il tahine a occhio (per chi ha il termometro fino a 50°C). Ho quindi unito i due composti e mescolato bene, rovesciando poi il tutto su un foglio di carta da forno.



Quando l'impasto è diventato sufficientemente freddo da poter essere preso in mano, l'ho trasferito in frigo per qualche ora, ben avvolto per evitare che diventasse umido.
Una volta ben rassodato e cristallizzato l'ho tagliato a pezzettini.

Nel frattempo i miei babà obesi avevano terminato le loro lievitazioni, quindi li ho cotti seguendo le indicazioni di Antonietta, li ho sfornati e li ho fatti raffreddare.



Ho quindi preparato lo sciroppo per la bagna.
Ho portato l'acqua a bollore, quindi ho unito lo zucchero e il succo d'arancio. Quando lo sciroppo ha iniziato ad avere una certa consistenza ho spento il fornello, ho aggiunto l'acqua di fiori d'arancio e ho bagnato i babà fino a saturazione.



Poichè mi era avanzato dello sciroppo, ho proseguito per qualche minuto la cottura, fino ad ottenere un fondente da cui ho ritagliato stelline decorative.


Infine ho preparato il mahalabyia, una crema di origine egiziana ma diffusa anche in altre zone del Medio Oriente.
Ho miscelato la maizena e lo zucchero, aggiungendo il latte caldo a filo e quindi l'acqua di fiori d'arancio e mescolando con una frusta per evitare i grumi. Ho quindi spostato la preparazione sul fornello più piccolo, tenendo la fiamma al minimo, e ho continuato a mescolare con un cucchiaio di legno. Al primo accenno di bollore ho aggiunto la farina di mandorle, sempre continuando a mescolare. Dopo circa 15 minuti il composto ha iniziato a velare il cucchiaio e in pochi minuti è diventato cremoso.

Ho lucidato i babà con la gelatina, quindi ho completato con il mahalabyia e i pezzetti di halva.


Con questa ricetta partecipo all'MT Challenge di Maggio.


giovedì 24 aprile 2014

Di scrostamenti e maledetti virus

Lo so, il titolo fa un po' schifo, e prima che me lo chiediate: no, non mi sono presa la varicella (già fatto a 14 anni), e grazie al cielo il vaiolo è stato eradicato.
E' successo che circa dieci giorni fa stavo infornando il pane, come faccio ogni giorno. Passato il giusto tempo ho tolto le baguette dalla teglia: dorate e profumate come al solito, ma avevano sopra dei puntini neri luccicanti. Lì per lì non ci ho fatto caso, ho pensato a qualche strana reazione della farina, le ho spolverate con un panno e ce le siamo mangiate.
La sera dopo si replica, apro il forno e noto di nuovo sul pane delle particelle nere luccicanti. Questa volta sono più grosse, circa mezzo centimetro, e più numerose. Ne prendo una in mano e la osservo: è vernice. Il forno si sta scrostando. 
Una veloce indagine con una torcia rivela una zona piena di bollicine nella parte alta, subito sopra la resistenza.

Sospiro. L'elettrodomestico è nuovo, di una marca nota anche in Italia, e l'abbiamo comprato solo quattro mesi fa. Provo a cercare online, ma non trovo notizia di forni elettrici scrostati. La vernice interna, mi dice anzi un sito, è termoresistente fino a 350°C. 
Già. Ricordo di aver letto una volta da qualche parte un paragrafo che veniva definito come una delle "leggi fondamentali dell'economia", e che da quando sono qui mi torna spesso in mente.
Il succo era che un qualunque aggeggio venduto in Occidente è diverso dallo stesso aggeggio della stessa marca venduto altrove. Per l'Occidente si usano tecnologie e materiali migliori ( e questo risulta in un costo maggiore) e per gli altri posti si utilizzano materiali, tecnologie e manodopera di livello più basso. Conseguentemente l'aggeggio venduto altrove è di qualità peggiore ma ha anche un costo più basso e questo permette alla gente di comprarlo.

Io non capisco niente di economia, ma sospetto che la vernice del mio forno non sia di quelle che arrivano a 350°C senza deteriorarsi. Dal momento che siamo in garanzia decidiamo di andare nel negozio dove l'abbiamo comprato per chiedere cosa fare. Nel frattempo, poichè la vernice non è proprio un toccasana,  le baguette per sicurezza finiscono nella spazzatura.
Il giorno dopo andiamo al negozio. I commessi sono perplessi, fanno fatica a capire quale sia il problema, comunque ci dicono che contatteranno la ditta e che un tecnico verrà a vedere. 
Passano i giorni e non si fa vivo nessuno. Nel frattempo il forno non lo uso e le baguette sono state sostituite dal pane arabo in padella e da quella che ho chiamato panpizza, ovvero pizza in padella. 

Finalmente l'uomo arriva, guarda il forno, passa la mano sulla resistenza e fa notare che non si stacca nulla. Gli facciamo notare che il problema non è nella resistenza ma sopra, sul "soffitto" del forno. Lui guarda ma non riesce a capire. Infine mio marito passa una mano sulle bollicine e gli fa vedere i frammenti di vernice. 
Lui è perplesso. Mi ricorda quest'altro tecnico qui. Infine ci dice che contatterà la ditta e ci farà sapere il giorno seguente.
Il giorno dopo non chiama nessuno, e nemmeno il giorno dopo ancora. Il terzo giorno mio marito prende il telefono e lo chiama.
- No, non mi ero dimenticato - dice lui - ma la ditta non ha ancora stabilito cosa fare. Vi richiamo io.

Due giorni dopo telefona. Due uomini verranno a prendere il forno, e poi ci faranno sapere. Mi sembra di essere ad un colloquio per un lavoro per il quale abbiamo poche speranze.
Gli uomini sono venuti, si sono portati via il forno e con esso i fornelli sovrastanti.

Ora la cucina ha un aspetto desolato, vicino al frigo c'è un buco, e l'unica cosa che mi è rimasta per cucinare è il nostro scalcagnato microonde, quello che utilizziamo esclusivamente per farci il tè e per scaldare cibi già cotti. Ho un libro con 600 ricette per il microonde, ma quasi tutte prevedono la funzione combi o quella crisp, e il mio povero elettrodomestico non ha nessuna delle due, è vecchio, semplice e incrocio le dita che ora non inizi a scrostarsi pure lui. Oltre a tutto questo gli unici recipienti che possiedo idonei al microonde sono le tazze e un piatto di vetro con i bordi.
- ... e quindi capisci, dobbiamo comprare un fornellino elettrico, o quanto meno altri recipienti per il microonde. Non possiamo andare avanti così. Io con cosa cucino?  - ho detto oggi a mio marito.
Lui mi ha guardata a lungo. Non ci sono problemi, mi ha detto. In qualche modo facciamo.
Forse l'ansia per la preparazione del cibo è una cosa scritta solo nel mio DNA italiano e i suoi geni statunitensi ne sono immuni.
Comunque sia, comprerò qualche scodella e dei recipienti adatti. Nel frattempo, se qualcuno avesse delle ricette per microonde senza funzioni sofisticate, e me le segnalasse, si conquisterebbe la mia eterna gratitudine.

Domani andremo al centro commerciale per comprare i recipienti, e speriamo di non portarci a casa altro.
Il fatto è che, purtroppo, da un paio d'anni qui in Medio Oriente c'è un brutto coronavirus responsabile della Middle East Respiratory Syndrome (MERS) più nota come la SARS del Medio Oriente. Per chi non l'avesse mai sentita nominare c'è una pagina di Wikipedia a riguardo.
Ultimamente da queste parti ci sono stati alcuni casi mortali. Non sono i primi, ce ne sono stati altri, ma ora sono morte tre persone a pochi giorni di distanza l'una dall'altra. I giornali ovviamente riportano dettagliatamente il fatto: "Due morti per MERS, 24 persone in quarantena" "un altro morto, altri otto in quarantena" e così via. 
Un po' di ansia c'è. La situazione è sotto controllo, niente a che vedere con l'Arabia Saudita, dove sembra che il virus abbia colpito più a fondo, ma una leggera inquietudine quando andiamo in posti affollati come i centri commerciali ce l'abbiamo. Ovviamente giriamo col gel disinfettante per le mani in borsa, stiamo ben attenti a non toccarci il viso...però un filino di ansia c'è sempre. Quella signora che sta starnutendo vicino a me avrà davvero solo il raffreddore? il bambino che ha tossito e poi ha schiacciato il pulsante dell'ascensore starà mica male?
Purtroppo è così. Comunque sia la situazione è sotto controllo e il governo sta adottando misure efficaci per contenere il fenomeno.
Tra l'altro la temperatura esterna inizia ad essere alta, siamo sui 38-40°C, e lo sbalzo con l'interno degli edifici (dove c'è l'aria condizionata a palla) causa facilmente un'infreddatura. 
Accidenti ai virus. E in misura minore anche ai forni scrostati...

PS: il post sull'Australia è in elaborazione..

domenica 13 aprile 2014

Quella lettera che non avevo terminato


Cara Marta,
se devo essere sincera, la prima volta che ti ho incontrata ho pensato che tu fossi matta. 
Era il Settembre del 1998, all'inizio della seconda liceo - il quarto anno - ed io ero una sedicenne con lo smalto viola sulle unghie, introversa e probabilmente insopportabile.
Era il cambio dell'ora, e stavamo aspettando la nuova professoressa di Italiano. Poi abbiamo sentito i passi nel corridoio, e sei entrata in classe. Ci hai guardato per un lungo minuto, poi hai iniziato a snocciolare tutte le cose che non andavano bene. Non si viene a scuola col trucco (ricordo che ho nascosto le mani sotto al banco e una volta a casa ho tolto lo smalto viola per non metterlo mai più), non si sta in classe con la sciarpa nè tanto meno col cappotto ( anche se la nostra aula era freddissima e piena di spifferi) e così via, tutte quelle regole che volevi che seguissimo per trasformarci in persone "civili".

Poteva dare fastidio, ma l'insofferenza smetteva di colpo - almeno per me - nel momento in cui iniziavi a spiegare. Le tue lezioni erano qualcosa di meraviglioso. Non erano solo di letteratura, nè di arte, nè di storia, ma di tutte queste cose combinate insieme, e - soprattutto - avevano la capacità di tenere la mia attenzione incollata alle tue parole, senza che riuscissi a distrarmi nemmeno per un secondo, tanto che alla fine dell'ora non riuscivo a capacitarmi che il tempo fosse passato così rapido. Avevano la capacità di toccare tutte le corde del mio cuore, e di emozionarmi profondamente. Non prendevo appunti, e devo confessarti di aver aperto il libro pochissime volte, durante i due anni in cui sei stata la mia insegnante. Non ne avevo bisogno. Mi bastava ascoltare, e grazie alle tue parole potevo quasi entrare nel periodo storico che stavi spiegando.

Mi ricordo quella mattina in cui ero appena arrivata in classe. Avremmo avuto un'ora con te e poi due compiti in classe, di due materie diverse.
Tu sei entrata e mi hai chiamata per interrogarmi. Io mi sono alzata un po' titubante, perchè il giorno prima non avevo nemmeno aperto il libro. Ma non serviva. Ricordo che tornai a posto con un nove. 
Le tue lezioni, Marta, te lo dico subito, sono ancora tutte lì, nella mia memoria, da "riconoscerai ch'i son Piccarda" a "Signori e cavallier che ve adunate, per odir cose dilettose e nove", da "donna al telaio, gallina di pollaio e triglia di Gennaio" al "girasole impazzito di luce", e le considero una parte fondamentale del mio bagaglio culturale personale.

Ricordo quel giorno terribile in cui tuo fratello morì in un incidente d'auto.
Con due mie compagne di classe andammo al funerale. Ricordo che loro ti strinsero la mano e ti porsero le loro condoglianze, mentre io ti abbracciai stretta in mezzo alla chiesa, perchè in quel momento le formalità non avevano importanza, in quel momento non eri la mia professoressa ma solo una creatura disperata e in lacrime, e volevo farti sentire il mio affetto.

Alla maturità, una volta finiti gli orali, con mia grande gioia mi hai dato un pezzetto di carta con il tuo indirizzo.
- Scrivimi - mi hai detto.
La possibilità di restare in contatto con te negli anni a venire era una cosa per me eccezionale. Immaginavo pomeriggi passati a parlare di libri e di arte davanti ad una tazza di tè, magari consigliandoci a vicenda nuove letture.
Ricordo che sono tornata a casa e ho subito trascritto l'indirizzo su di una busta, per non perderlo. Poi ho preso un foglio e ho iniziato a scrivere.
La grande novità, in quei giorni, era che in autunno la mia vita sarebbe cambiata, in autunno avrei iniziato l'università in un'altra città, sarei diventata finalmente grande, non più una ragazzina ma un'adulta. Quello che mi premeva di dirti, in quella lettera, era spiegarti perchè avessi scelto un corso di laurea che non solo non era Lettere, ma era una cosa complicata e per te astrusa.
Ho iniziato a scrivere con foga, poi mi sono fermata. Non sapevo come spiegarmi al meglio. Avrei voluto scriverti una lettera bellissima, che ti colpisse al cuore come le tue lezioni facevano con me, ma in quel momento non mi venivano le parole.
Ho piegato il foglio e l'ho messo dentro alla busta. Ho pensato di aspettare che iniziasse l'università, così da poterti raccontare qualcosa sulla mia nuova vita.

Non sapevo, in quel momento, che quella lettera non l'avrei mai terminata. Pensavo che avrei potuto aspettare, pensavo che avremmo avuto tempo, ma mi sbagliavo.
Poco tempo dopo l'inizio dell'università tu te ne sei andata, portata via da una malattia rapidissima.
Ricordo che mia madre aspettò che io tornassi a casa per il weekend, e poi mi disse che tu non c'eri più. Ho pianto tutte le lacrime che avevo, per il dolore, per il rimorso di non averti più scritto, e mi sono fiondata in un piccolo cimitero dell'entroterra, per cercare la tua tomba.
Come sono arrivata davanti alla lapide ho capito subito che quello era il posto sbagliato. Non c'era nulla, lì, che mi parlasse di te. Tu non eri lì.
Ho imparato a cercarti tra le pagine dei libri che tu amavi, apro Dante ed ecco che ti vedo apparire tra le righe, ecco che sento la tua voce, come se tu fossi con me nella stanza.
Quando leggo La casa dei doganieri di Montale mi salgono le lacrime agli occhi. Quella ragazza di cui parla il poeta, quel ricordo evanescente il cui "riso non è più lieto", nella mia mente ha assunto le tue sembianze, e ogni volta che leggo la poesia è come se il poeta stesse parlando di te.

Così eccomi qui, Marta, a terminare quella lettera. Ti scrivo qui perchè non riesco ad immaginare nulla di più irreale di un blog, qualcosa che in effetti non esiste, qualcosa che non si può toccare, un posto dove si scrive per tutti e per nessuno ma soprattutto per se stessi, e dove ho l'illusione che anche tu possa leggere.
Ti scrivo adesso perchè mentre ero sull'aereo che andava in Australia ho visto sorgere l'alba, e le parole "dolce colore d'oriental zaffiro" mi sono affiorate nella mente, e ho pensato a te.
Ho pensato a tutte le cose che vorrei dirti, che vorrei raccontarti, a tutti i libri che ho letto in questi anni e di cui avrei tanto voluto poter parlare con te.
Tu hai conosciuto una ragazzina e oggi sono una donna, ma tante delle cose che oggi amo me le hai fatte scoprire tu, e sarebbe stato meraviglioso poterne parlare insieme.
Quindi ho deciso che il primo post al rientro sarebbe stato per te, per dirti che mi manchi, che mi mancano le conversazioni che avremmo potuto avere, mi manca il confronto che avrebbe potuto esserci.
Soprattutto, volevo dirti grazie, per tutto quello che mi hai dato. Pensando a te mi sono resa conto di come lo stipendio degli insegnanti sia simbolico: come si può ripagare la cultura, quella vera? le tue lezioni non avevano prezzo.

Ed eccomi in fondo ad una lettera cominciata quattordici anni fa. All'epoca avrei concluso con "un abbraccio", e lo faccio anche ora: ti mando un abbraccio virtuale, sperando che tu sia in qualche luogo e che il mio affetto ti possa raggiungere.

lunedì 7 aprile 2014

Tornata

Eccomi qui, ecco un post-che-non-è-un-post solo per dire che stanotte (o forse stamattina o stasera o ieri, non nominatemi "fuso orario" in questo momento) sono tornata dal viaggio in Australia.
Ho un sacco di cose da raccontare, sull'Australia e anche no, ma in questo momento il mio cervello è in modalità stand-by e qualcosa mi dice che è meglio aspettare che il jet lag sia passato.
Ora vado a farmi un caffè doppio, prima di crollare sul tappeto.

domenica 9 marzo 2014

L'italiana a bordo

Non posso negare che le sciagure aeree mi facciano sempre una certa impressione. 
Certo, lo so che ci sono eventi molto più micidiali, come le guerre, le epidemie, le carestie e via dicendo, ma l'impatto psicologico non è altrettanto forte. 
Voglio dire, tutte queste calamità mi danno l'impressione di poter essere in qualche modo evitate: ad esempio, non andrei mai in un paese in guerra, se dovessi andare in un posto dove c'è una malattia endemica mi farei vaccinare, e così via. Anche gli incidenti di macchina, che spesso vengono portati come termine di paragone sulla sicurezza dei viaggi in aereo, non mi colpiscono così tanto come un aereo che precipita.
Penso che sia una questione di possibilità. Ad un incidente stradale, anche brutto, si può sopravvivere, parola di una che l'ha sperimentato. Ma quando un aereo cade le possibilità di sopravvivenza si riducono drammaticamente. 
Ecco, quello che mi impressiona tanto è la parola intrappolata. Sono quei minuti, quei secondi in cui l'aereo sta cadendo e non è possibile uscire, non si può scendere, non si può scappare. 
Quei momenti mi terrorizzano. Quando leggo di una sciagura aerea quegli istanti sono la prima cosa a cui penso. Chissà quelle persone sull'aereo, chissà se si sono accorte. Duecentotrentanove persone, duecentotrentanove sconosciuti, duecentotrentanove uomini, donne e bambini che si sono trovati casualmente a dividere lo stesso piccolo spazio, e ora verranno sempre ricordati insieme, come gruppo, accomunati dal tragico destino.
Duecentotrentanove esseri umani, ognuno con la propria vita, i propri problemi, le proprie storie, le proprie piccole gioie e i propri dispiaceri. 
Ognuno con una famiglia, degli amici, dei legami, persone che ora si trovano a dover fare i conti col fatto che quella persona che amavano all'improvviso non c'è più. E non importa tanto la motivazione, che sia stato attentato, avaria tecnica o errore umano. E' devastante in ogni caso.

L'angoscia è raddoppiata dal fatto che tra poco tempo anche io e mio marito saremo su un aereo, anzi, saremo su più aerei, con destinazione Australia. No, non è ancora il trasloco, purtroppo. E' solo un viaggio, ma un viaggio importante.
Come dicevo QUI, volare ultimamente mi mette un po' in agitazione. Lo so, lo so: non me lo posso proprio permettere. Abitando in Asia e con la prospettiva di un trasferimento in Australia i voli aerei me li devo far piacere per forza. 
Certo, sarebbe bellissimo se uno potesse scegliere di cosa avere paura. Sarebbe bellissimo ad esempio poter dire:
-  Ho il terrore dei draghi volanti e degli orchetti, per non parlare di quei due liocorni della canzoncina... per fortuna non esistono
Quando avevo quattro anni i miei genitori mi facevano spesso ascoltare la marcia trionfale dell'Aida di Verdi. La musica mi piaceva molto, ma nella mia immaginazione questa Aida era una specie di mostro e si nascondeva dietro alla poltrona. Avevo sempre il terrore di vederla sbucare fuori. 
Certo, ero una bambina. Poi crescendo ho imparato che non c'era nessun mostro dietro alla poltrona, e la paura si è dissolta. 

La paura del volo però non riesco a dissolverla così facilmente, e così molte altre persone. Anzi, si potrebbe dire che è possibile dividere il mondo tra le persone che hanno paura di volare (con varie gradazioni di ansia) e quelle che invece prendono l'aereo senza problemi.
Mio marito ad esempio appartiene alla seconda categoria. Prende l'aereo con la stessa placida tranquillità con cui io salgo sull'autobus. 
Scenetta di ieri sera:
- Tesoro, lo sai che il modello dell'aereo precipitato è simile a quello di uno dei voli che ci porteranno in Australia?
- Cioè.. ma ti sembra il caso di dirmi una cosa del genere?
- Pensavo lo volessi sapere..
- No, non lo volevo affatto sapere. Non dirmi un'altra parola sull'argomento se non hai intenzione di portarmi sull'aereo in braccio, di peso.
- Ma dai, stai tranquilla!! Se leggessi che una Renault ha fatto un incidente, cosa fai? non sali più sul quel tipo di macchina? allora, visto che tutti i modelli di automobili prima o poi vengono coinvolti in qualche incidente, non dovresti più salire in macchina...

Tranquilla. Devo stare tranquilla. Niente ansia. Migliaia di aerei volano ogni giorno. Sono sicurissimi. Sicurissimi. Sicurissimi. 
Volare è bellissimo. Un'esperienza meravigliosa. L'Australia è splendida. Le leggi della fluidodinamica dicono..
No, non funziona. Continuo ad immaginarmi la pagina di giornale, magari scritta da qualche giornalista annoiato e impreciso.

"...l'aereo precipitato sembra sia di un modello simile a quello caduto qualche tempo fa al largo del Vietnam. A bordo c'era anche un'italiana di 33 anni, che stava andando col marito in Australia...".

Mi raccomando, se leggete una cosa del genere scrivete immediatamente all'autore dell'articolo. Io ho solo 32 anni, appena compiuti. Non cominciamo ad aggiungerne. Se invece me ne attribuissero meno lasciate pure correre.

Comunque sia, devo stare calma. Rilassarmi. Ora cerco su internet un corso di training autogeno o di meditazione trascendentale. 
E magari anche un buon paracadute, può essere sempre utile, non si sa mai...

giovedì 13 febbraio 2014

Scoperte inaspettate, sogni assurdi e il mio strudel

Ho spesso avuto modo di notare come le scoperte più interessanti nascano da circostanze assolutamente casuali. Una trasmissione televisiva guardata per caso, un pomeriggio di noia su internet, la pagina pubblicitaria di una rivista sfogliata frettolosamente.. ed ecco che si trova l'idea, il suggerimento utile, lo spunto intrigante.
La mia ricetta per l'MT Challenge di Febbraio nasce così, dall'unione di due diverse scoperte inaspettate fatte negli ultimi mesi.
La prima, lo spunto per il ripieno, è avvenuta un mercoledì mattina di qualche tempo fa. Stavo facendo il purè di patate, quando mi sono accorta che nel frigo non c'era più latte. Per fortuna mio marito stava uscendo in quel momento, così gli ho chiesto di comprarmi il latte, anzi, "un pochino di latte".
Lui, non avendo ben chiaro quanto fosse "un pochino", è tornato a casa con una bottiglia da due litri, che tra l'altro sarebbe scaduta il giorno seguente. Ho fatto il purè e ho messo il resto del latte in frigo.
Nel pomeriggio ho cercato disperatamente su internet un modo per utilizzare il bottiglione in scadenza, ma inutilmente. Tutte le ricette che trovavo prevedevano l'uso di una quantità di latte molto più modesta di quella che avrei voluto smaltire io. 
E poi si è accesa la lampadina. Il formaggio. Ci faccio il formaggio. Ovviamente senza caglio, perchè nel paesino sperduto non avevo possibilità di reperirlo, ma ricordavo vagamente che il limone lo poteva sostituire.
Detto fatto, ho messo il latte sul fuoco, ho aggiunto il limone, ho coperto la pentola e ho aspettato mezz'ora, trepidante. Al termine dei trenta minuti ho sollevato il coperchio e ho visto, con grande emozione, che il latte si era separato: in superficie la cagliata e sotto il siero.
Ho raccolto il formaggio in un panno, l'ho strizzato bene, ho aggiunto timo e sale e l'ho messo in frigo.
All'ora di cena l'abbiamo assaggiato. Non era male, ma il retrogusto di limone era, ovviamente, il sapore predominante. 
Al che mi è venuta l'idea. E se invece di fare un formaggio salato facessi una cosa dolce? Con la bacca di vaniglia, lo zucchero, l'arancio candito, la frutta secca? Ho rifatto l'esperimento qualche giorno dopo, proponendolo come dolce al cucchiaio. Molto aromatico, ma non ero ancora soddisfatta. Ci voleva una base di pasta. Ho pensato e ripensato a quale sarebbe stata la più adatta, senza riuscire a decidermi. Volevo un impasto morbido, avvolgente, ma nello stesso tempo delicato e leggero, qualcosa di fragrante.
E poi è uscita la sfida di Febbraio, ed era lo strudel. Come fare a resistere?

La crema ha un'origine completamente diversa. 
Qualche mese fa, cercando non mi ricordo più cosa su internet, ho scoperto Google Libri. Lo so che Google Libri esiste da un pezzo, ma che ci volete fare, io sono un po' lenta con le novità.
Mi si è spalancato davanti un mondo: centinaia di ricche anteprime, la possibilità di leggere alcune pagine dei libri che mi incuriosivano, come se fossi in biblioteca. Alcune opere inoltre non sono più coperte da copyright, ed è quindi possibile leggerle integralmente e perfino scaricarle sul proprio computer. Una meraviglia, insomma.
E così, un pomeriggio in cui ero a caccia di ricette mi sono imbattuta in Hannah Glasse e nel suo meraviglioso The art of cookery made plain and easy, pubblicato la prima volta nel 1747.
Mi sono immersa nella lettura e ho scoperto un libro stupendo, preciso fino nei dettagli, ricco di ricette varie e bellissime. Quello che però mi ha totalmente affascinata è che questo ricettario è uno specchio di quello che era l'Inghilterra dell'epoca, una potenza coloniale, progredita, agli albori dell'industrializzazione.
Le ricette di Hannah Glasse sono ricche di spezie provenienti dalle Indie, ci sono le indicazioni per la preparazione di piatti esotici come il curry, e c'è addirittura la ricetta per un "catchup", una salsa a base di pesce e birra, che per la sua lunga durata è dedicata ai capitani delle navi, con tanto di suggerimento: you may carry it to the Indies.
La ricchezza dell'Inghilterra dell'epoca si riflette nelle ricette di Hannah, che sono tutte estremamente grasse, piene di burro, lardo e uova, decisamente lontane dai gusti odierni ma allo stesso tempo affascinanti, ricche di profumi e sapori di un altro mondo, in cui nelle cucine non c'era il forno elettrico nè l'acqua corrente.

Pensando ad una salsa di accompagnamento per il mio strudel, mi è subito venuto in mente questo ricettario e i tesori che contiene, e ho scelto di accompagnare il mio dolce con l'almond custard di Hannah, accostando l'idea del formaggio al profumo di agrumi con una ricetta antica che risveglia in me echi di un tempo lontano.
L'abbinamento mi ha così suggestionata che la scorsa notte ho sognato Jane Austen che mangiava il mio strudel...

Strudel bianco al profumo di agrumi, con mandorle ed almond custard di Hannah Glasse

Almond custard
La ricetta originale di Hannah Glasse è la seguente:
Adattando le dosi alle mie necessità, ho ottenuto questo:
200 ml di panna
2 tuorli
2 cucchiai di zucchero
50 g di mandorle private della pellicina e ridotte in farina
1 cucchiaino di acqua di fiori d'arancio (per la mia ricetta la trovo più adatta dell'acqua di rose)

Ho battuto i tuorli con lo zucchero e l'acqua di fiori d'arancio, fino a rendere il composto spumoso. Ho quindi aggiunto la panna e la farina di mandorle, trasferendo il tutto su un bagnomaria dolcissimo e mescolando finchè non si è addensato.



Lo strudel
Per la sfoglia:
150 g farina 00
100 ml di acqua
1 cucchiaio di olio extravergine di oliva
1 pizzico di sale
20 g di burro fuso per spennellare la sfoglia

Per il ripieno:
4 litri di latte intero
5 limoni grossi
1 bacca di vaniglia
4 cucchiai di zucchero
6 cucchiai di marmellata di arance
1 albume
4 scorze di arancio candite
80 g di mandorle private della pellicina

Come da regolamento, per la sfoglia di pasta ho seguito la ricetta di Mari Lasagnapazza, vincitrice della sfida di Gennaio.
Per il ripieno, ho messo il latte in una pentola di acciaio dal fondo spesso, ho aggiunto un po' di semini della bacca di vaniglia e lo zucchero, e ho acceso il fornello, tenendo la fiamma medio-bassa. Mentre il latte si scaldava ho spremuto i limoni, filtrando poi il succo tramite un colino.
Indicativamente, per ottenere una separazione completa del formaggio dal siero occorrono un limone e mezzo grossi per litro di latte, ma se gli agrumi non sono particolarmente voluminosi è meglio aumentare la dose a due o tre.
Come il latte ha iniziato a sobbollire ho spento il fornello, ho aggiunto il succo di limone e ho mescolato, mettendo poi il coperchio.
Dopo mezz'ora, il risultato era questo:


Ho raccolto il formaggio in un panno e l'ho strizzato senza eccedere, per mantenere una certa cremosità ed evitare che diventasse troppo duro. La consistenza di una ricotta un po' soda, diciamo. In ogni caso non deve assolutamente sgocciolare.
Nota: io lo chiamo genericamente "formaggio" perchè non so quale sia il suo nome. Non è una ricotta (che si ottiene dal siero, non dal latte intero). Se fosse salato, tecnicamente sarebbe un primo sale. Essendo però una preparazione dolce, che il sale non lo vede nemmeno da lontano, non so se chiamarlo così sia corretto.



Il formaggio che ho ottenuto è circa mezzo chilo, molto più del necessario. Poichè il successo della preparazione non è sempre garantito (dipende da vari fattori, ad esempio i limoni) ho preferito abbondare. Per il ripieno dello strudel ne ho utilizzato circa 300 g, che ho amalgamato con l'albume.
A questo punto ho steso la sfoglia sopra un telo secondo le indicazioni di Mari, e vi ho spalmato sopra la marmellata di arance. Non deve essere uno strato spesso, solo un velo, per esaltare il sapore del formaggio.
Idealmente ci sarebbe stata bene una marmellata mista di arance dolci e amare, oppure mista arance e limoni, magari con le scorze dentro e fatta in casa, ma qui era impossibile reperire la materia prima, quindi ne ho usata una comprata, di arance dolci con dentro le scorze.
Sopra la marmellata ho steso il formaggio, ricoprendo quindi il tutto con le mandorle e le scorzette di arancia candita a pezzetti.


Ho quindi arrotolato lo strudel, aiutandomi col canovaccio, e l'ho poi unto col burro fuso.


L'ho infornato in forno già caldo, dove ha cotto per circa 40 minuti.


Con questa ricetta partecipo all'MT Challenge del mese del Febbraio. Per la sfida di Marzo prometto di impegnarmi a fare foto più decenti...



domenica 2 febbraio 2014

Di bruscetta ed eresie culinarie

Oggi stavo pensando che da quando sono qui il mio rapporto col cibo italiano si è fatto più stretto. Non nel senso che lo cucino/mangio più spesso, ma nel senso che la lontananza l'ha reso ai miei occhi uno degli emblemi sacri della mia terra, uno dei fattori culturali a cui mi sento più fortemente legata, e questo mi ha portato ad una specie di integralismo culinario. In parole povere, se il cibo italiano che mangio qui non soddisfa le mia aspettative, la delusione e il nervosismo aumentano in modo direttamente proporzionale.

Siete mai stati in un ristorante italiano all'estero? lo so, lo so: è una di quelle cose da non fare mai. 
Per chi però all'estero ci vive, la tentazione è forte. Passi davanti al ristorante, leggi il menù, ritrovi piatti che ami e che ti fanno immediatamente salire l'acquolina in bocca.
- Nooo, favoloso, fanno anche questo piatto! e guarda, c'è anche quell'altro!
Come ho detto più volte, è difficile ricreare i sapori di casa quando si vive in un altro paese, e, almeno io, ogni tanto cedo alla tentazione del ristorante italiano, restandone invariabilmente delusa. La maggior parte delle volte la colpa è mia: entro già piena di aspettative, immagino che un certo cibo debba avere a tutti i costi esattamente il sapore che conosco, e questo forse è un po' troppo, in effetti basta un ingrediente diverso per cambiarne il gusto.
A volte però la situazione è veramente disastrosa, non è questione di un ingrediente o di un sapore diverso, il piatto che viene ordinato non ha nulla, ma proprio nulla in comune con l'analogo che si potrebbe trovare in Italia.

La prima volta che ho sperimentato questa situazione è stato qualche tempo fa, in un ristorante non molto lontano da qui.
La mia ordinazione era composta da "bruschetta al pomodoro" e da "insalata di pomodoro e mozzarella col pesto". Mi sembrava una cosa molto banale da preparare, ed ero sicura di non avere particolari sorprese. Ho chiuso il menù e ho sorriso alla cameriera filippina che veniva a prendere le ordinazioni.
- Io prendo la bruschetta col pomodoro...
- La bruscetta?
- Sì... la bruscHetta col pomodoro..
Lei sorride.
- Si legge bruscetta. E' un tipico piatto italiano.
- Ehm.. certo.
Sì, la tentazione di dirle che col cavolo che si legge bruscetta ce l'ho avuta. Anzi, avevo già le parole in bocca. Ma la cameriera in Italia non c'era sicuramente mai stata, e stava probabilmente facendo del suo meglio per svolgere il suo lavoro.
Poco dopo è arrivata la bruscetta: una fetta di pane con sopra il pomodoro? No. Un pezzo di pasta della pizza mal cotto, con sopra una dadolata di verdure incerte. Quanto all'insalata di pomodoro e mozzarella, consisteva in quattro fettine di pomodoro alternate ad altrettante di mozzarella. Dopo lunghe riflessioni sono arrivata alla conclusione che la macchia scura di 1 cm di diametro in un angolo del piatto fosse il pesto, ma non ne ho la certezza assoluta.

In un'altra occasione ero in un altro ristorante, dove in precedenza avevo mangiato una pizza discreta, e mi ero lanciata su una pastasciutta. Niente di complesso, questa volta si trattava di penne pomodoro e basilico.
Inizio a mangiare, e mi capita in bocca un pezzetto di foglia di basilico. Che strano... sa di insalata.
La mia mente si perde in riflessioni sul basilico, che fuori dalla Liguria assume un sapore diverso da quello che conosco, chissà perchè, forse la composizione del suolo differente, o magari l'acqua, o il clima..
In quel momento mi cade l'occhio su un'altra fogliolina verde nel mio piatto. E' frastagliata, ha la forma inconfondibile. E' rucola.
Anche qui reprimo l'impulso di chiamare la cameriera. Il cuoco sicuramente non è italiano. Probabilmente è Indiano o Pakistano. Un piccolo errore (anche se per me che sono ligure è una piccola atrocità) come confondere il basilico con la rucola ci sta.

L'apice di questa escalation l'ho raggiunta qualche mese fa, andando a cena in un altro ristorante italiano ancora, con mio marito e una coppia di amici. Il cameriere ci porta i menù, dicendo "prego" mentre li porge, al che io rispondo automaticamente "grazie", e inizia la conversazione.
- Ma sei italiana?
- Sì.
- Ma dai! di dove? io sono romano...
- Sono ligure.
- Ah, ma pensa! anche il cuoco è ligure! sei fortunata, puoi ordinare i piatti che ti piacciono di più!

Sarà idiota, ma sapere che il cuoco è ligure mi emoziona parecchio. Forse posso sbilanciarmi, smettere di ordinare la pasta col pomodoro e provare qualcos'altro.
Apro il menù, e subito rimango folgorata: "Minestrone genovese con le picagge". Ecco, questo lo poteva scrivere solo un ligure. Picagge, le nostre tagliatelle. Ho l'acquolina in bocca.
Mentre attendiamo che il cameriere prenda le ordinazioni elargisco consigli. Gli altri si buttano sui pansoti con la salsa di noce.
Ordiniamo, dopo una decina di minuti arrivano i pansoti. Assaggio la salsa di noci... è panna con qualche pezzetto di noce dentro. Sgomento. Questa non è la salsa di noce. Questo sarebbe un cuoco ligure?

Mentre mi assale il dubbio di aver fatto la scelta sbagliata, arriva la mia ordinazione. La fisso.
E' un piatto di brodo, trasparente, con qualche pezzo di verdura qui e là. Sul fondo ci sono dei pezzi di pasta che immagino siano le picagge, almeno nell'interpretazione del loro creatore.
Avrei voglia di chiamare il cameriere e chiedergli in che senso il cuoco è ligure, che nascere a Genova e poi trasferirsi immediatamente dopo a Pechino o ad Oslo non vale, che questa roba non ha niente di ligure, che chiamare questa brodaglia "minestrone genovese" è un'eresia e vale la scomunica del doge e il divieto di fregiarsi della parola "ligure", che oltre a tutto nel minestrone genovese c'è il pesto e lì non ce n'è traccia...

- Non mangi? - chiede mio marito, interrompendo il flusso dei miei pensieri.
Al che mi rendo conto che sto fissando la minestrina da almeno due minuti, in silenzio.
- Ah? eh... certo.
Mangio, e occhieggio le espressioni degli altri. 
- Ah, che buoni questi pansoti! avevi ragione, i piatti della Liguria sono ottimi!
Faccio un profondo respiro, mi obbligo a non dare in escandescenze e propongo all'altra coppia di venire una sera a cena da noi, in modo che possa preparargli la mia versione dello stesso piatto. Poi non riesco proprio a resistere, e gli svelo che la salsa di noci e la panna sono due cose diverse, che il sapore vero non è quello e via così per cinque minuti buoni, in cui probabilmente i miei amici si convincono che quel vago sospetto che avevano si è rivelato giusto, la nostra amica è pazza, guarda come si infervora parlando di un piatto di pasta.

Non so perchè mi comporto così. O meglio sì, lo so: i piatti liguri per me sono i sapori dell'infanzia, quelli della cucina della mamma e della nonna, e dentro il mio cuore formano uno stretto viluppo con le immagini dei miei familiari e dei luoghi dove sono vissuta. 
Vedere la panna al posto della salsa di noci mi fa lo stesso effetto che mi  farebbe a Genova la torre Eiffel al posto della Lanterna.

Lo so, sono tutte sfaccettature della parola "nostalgia", e sono pienamente cosciente della futilità di queste questioni. Vivere con mio marito è la cosa che mi sta più a cuore, e finchè lui sarà qui sarò qui anche io.
Ora la smetto di stressare anche voi con questo argomento e chiudo il post. 
L'Italia e la mia Liguria in fin dei conti sono sempre lì, nel mio cuore, impresse in modo inalterabile,  io stessa ne sono un parte, e mi basta rifugiarmi in questa certezza per sentirne meno la mancanza.