venerdì 26 aprile 2013

Iniziative dal web

Ho già scritto più volte di come il web sia una fonte inesauribile di scoperte interessanti, e qui alludo soprattutto ai blog. Girando per il web si trovano blog stupendi, dietro a cui ci sono persone meravigliose, con cui è possibile stringere amicizia, anche se la distanza effettiva che ci separa è di migliaia di chilometri.

L'elenco è lungo, ma questo post è dedicato a due blog in particolare. Il primo di cui vi parlo è L'arcobaleno di Sara.
Al suo blog sono arrivata per caso, qualche tempo fa, e mi sono subito innamorata delle sue ricette. Ma al di là della passione per la cucina, io e lei abbiamo davvero un sacco di cose in comune ( a partire dalla passione per i cavoli!!) e una visione del mondo molto simile.
Per festeggiare il sesto compleanno del suo blog Sara ha organizzato un GiveAway, a cui ovviamente partecipo.
Se siete interessati vi invito a cliccare sull'immagine qui sotto, che vi porterà (almeno spero! non sono bravissima in queste cose) all'iniziativa.


La seconda iniziativa a cui partecipo viene dal blog Il solletico nel cuore a cui sono arrivata proprio cliccando un link sul blog di Sara.
E' stato amore a prima vista. Viviana abita in un posto bellissimo, scrive ricette fantastiche, si occupa di giardinaggio (non sai quanto vorrei poter partecipare allo scambio di semi!! purtroppo non posso, per varie ragioni, ma è un'iniziativa bellissima!) di riciclo creativo e di un sacco di altre cose interessanti.
Viviana ha organizzato l'iniziativa "Mi piaci perchè", un modo per farsi pubblicità e, soprattutto, per conoscere altri blog interessanti. Come dire di no?
Ecco qui il banner con il link all'iniziativa ( che ovviamente spero di essere in grado di inserire..)


Cos'altro posso dire? Spero di aver fatto tutto bene... e grazie di cuore, ragazze!
A presto!

PS: Il post sull'Australia è in elaborazione!

mercoledì 24 aprile 2013

Quei giorni fragili

Sarà che è quasi una settimana che il sole non lo vediamo, perso da qualche parte dietro i nuvoloni, e questo tempo a metà, che non è sole e non è pioggia, io lo odio.
Sarà che l'idea del trasferimento nel paesino-ancora-più-sperduto-di-questo potrebbe tornare in auge, ma ovviamente non c'è nulla di certo.
Sarà che in effetti l'incertezza qui è di casa. Domani ci vediamo? può darsi. Inshallah, se Dio vuole. Tu aspettami, al limite non mi vedrai arrivare. Posso tenere la carne in frigo fino a mercoledì?  Può essere, ma non è sicuro. Il mio frigo è l'elettrodomestico più inefficiente che abbia mai visto, a volte dopo poche ore la roba si è già deteriorata. Devo comprare il burro, ci sarà al supermercato? A volte c'è. A volte no. E queste sono solo le cose piccole.

Sarà che non avere un lavoro non mi piace affatto. Stare a casa tutto il giorno mi rende nervosa, preoccupata e ipocondriaca, e divento isterica se qualcuno mi chiama "casalinga". Non perchè abbia qualcosa contro le casalinghe eh, tanto di cappello a chi sceglie questo tipo di vita (che non è affatto facile). 
Sarà che oltre a non avere un lavoro non posso uscire di casa. Cioè, non me lo vieta nessuno, ma non c'è nessun posto dove andare, eccettuato il piccolo supermercato (che è comunque lontano). Non ci sono negozi, non c'è una libreria, un caffè, una piscina, un cinema, un centro commerciale. Non c'è niente, eccettuata una temperatura di 40°C e un vento che ti rovescia in faccia chili di sabbia, facendola entrare in bocca, nel naso, negli occhi, tra i capelli, nei vestiti.

Sarà che sono stanca di questo rapporto odio-amore con il computer, stanca di passare ore e ore su internet per evitare l'atrofia cerebrale. Stanca di partecipare ai giochini idioti di Facebook, stanca di passare ore su Wikipedia a leggere la storia della Mongolia o l'elenco delle piante rare del Guatemala.
Sarà che non sono capace di stare senza mio marito, mi pesano anche le ore che lui trascorre al lavoro, figuriamoci l'idea di andare qualche giorno in Italia per cambiare aria (che comunque non servirebbe a niente).
Sarà che il soffitto della cucina gocciola, sotto al lavandino è pieno di muffa e le finestre non si possono aprire perchè i vetri sono bloccati dalla sabbia. 
Sarà che sono in piena sindrome premestruale, e vedo tutto nero, anzi, nerissimo.

Sarà. In ogni caso oggi è uno di quei giorni fragili, in cui la mia eutimia, la mia tranquillità sembra venata e sul punto di sgretolarsi come sabbia asciutta.
Lo so, i giorni fragili capitano a tutti, e con questo post non voglio nè impietosire nè dire che sto peggio di altri, ma solo esporre cosa sento. Ogni tanto mi capita un giorno fragile.
Poi mio marito torna a casa e la malinconia svanisce come la nebbia quando il sole si fa alto. Tutto si ridimensiona, e del temporale appena passato resta solo un grande arcobaleno.

martedì 23 aprile 2013

Premi

Eccomi di nuovo qui a scrivere, dopo quasi un mese di assenza. In questo periodo di silenzio c'è stato un viaggio in quel posto meraviglioso che è l'Australia, una settimana di sonno cronico dovuta al jet-lag e una visita di mia madre, che è rimasta per qualche giorno con noi nella casa in mezzo al deserto, dormendo sul divano (ovvero il giaciglio più morbido della casa) e adeguandosi alle temperature in rapida ascesa.

Sto ancora cercando il modo di condensare l'Australia in un post ( o in più post) senza essere troppo prolissa, ma non è facile. Intanto vi anticipo che l'isola è il posto più bello che abbia mai visto, ma questo si può leggere in un qualunque resoconto di viaggio nel Down Under.

In attesa dell'ispirazione scrivo questo post un po' incoerente, cucendo insieme, come in un patchwork, i premi ricevuti negli ultimi mesi, premi di cui non ho ancora parlato ma certo non perchè non li abbia graditi! Colgo anzi l'occasione per scusarmi per il ritardo con chi me li ha assegnati.

A Dicembre ho ricevuto da Lena del blog Alta Priorità il premio di Blog Affidabile.


In super ritardo eleggo altri 5 blog che ritengo meritevoli di tali premio.
Le caratteristiche che questi blog devono avere sono le seguenti:
- Vengono aggiornati regolarmente.
- Mostrano la passione autentica dei bloggers per l'argomento di cui scrivono.
- Favoriscono la condivisione e la partecipazione attiva dei lettori.
- Offrono informazioni e contenuti utili e originali.
- Non sono infarciti di troppa pubblicità.


"Dichiaro che i seguenti blog da me scelti rispettano le 5 regole del premio "Il Blog Affidabile" disponibili a questa pagina: http://www.gliaffidabili.it/a/altro/il-premio-il-blog-affidabile. Sono pertanto una risorsa utile per gli utenti della Rete e meritevoli di essere conosciuti da un pubblico più ampio come gli artigiani, le aziende e i professionisti iscritti su http://gliaffidabili.it/."

I blog da me scelti sono i seguenti:

Come da regolamento devo anche indicare come e perchè ho deciso di aprire il blog.
Ho aperto questo spazio virtuale nel 2011, per raccontare il mondo dal mio punto di vista, potenzialmente diverso da quello degli altri. Poi la vita mi ha portato in Medio Oriente, e il mio blog è diventato il punto di vista di una donna occidentale, diverso -  per cultura, lingua, tradizioni e mille altre cose - da quello del mondo che mi circonda.

A Marzo Daniela di Guarda con il cuore mi ha assegnato l'Inspiring Blog Award.


Ecco le domande a cui devo rispondere:
1- Qual è il capo di abbigliamento che ti fa sentire meglio?
Niente che abbia i bottoni o le zip. Il mio massimo sono fuseaux e maglione.
2- Quando ti senti più energico, mattino, mezzogiorno o sera?
Sicuramente al mattino. Adoro quel momento prima dell'alba in cui c'è un silenzio incredibile e tutto ancora dorme. E' il momento migliore per il mio cervello, quello in cui riesco a concentrarmi di più.
3- Quali sono il tuo cibo e bevanda preferiti?
Sono una donna dai piaceri semplici. Il mio cibo preferito è il cavolo, di qualunque tipo e cotto in qualunque modo, e la bevanda preferita è l'acqua.
4- Quale tipo di cioccolato preferisci?
La cioccolata mi piace tutta, a patto che non sia troppo amara o troppo dolce (tipo quella degli ovetti K.)
5- Qual è il tuo hobby preferito?
Adoro camminare in montagna, preferibilmente dentro un bosco e durante un giorno di pioggia. Purtroppo qui è impossibile, quindi ripiego su Gimp, la pasticceria e il ricamo.
6- Qual è la tua musica preferita?
La musica mi piace tutta (con poche eccezioni), ma ho una predilezione particolare per la sesta e la nona sinfonia di Beethoven, mi fanno sentire bene.
7- Se potessi fare le valigie e partire in questo momento in quale città o paese vorresti andare?
In Australia, senza il minimo dubbio.
8- Hai delle cattive abitudini?
Qui sono estremamente sedentaria, dovrei muovermi di più.
9- Cosa non sopporti degli altri?
I pregiudizi accettati senza riflettere.
10- Cosa non sopporti di te stessa?
Al primo posto l'insicurezza, ma l'elenco è lungo.

Infine, ecco i blog a cui rigiro il premio.

Siamo quasi in fondo: ad Aprile, neveverde di Vita magica di una famiglia alpina mi ha assegnato il Very Inspiring Blog Award 2013.
Da regolamento devo dire sette cose simpatiche di me stessa. Vediamo..
1- Amo tantissimo il profumo delle viole e dei narcisi selvatici, passerei ore ad annusarli. Forse in un'altra vita sono stata una farfalla :)
2- Ricordo sempre i miei sogni in modo preciso e dettagliato, anche a distanza di anni.
3- Adoro impastare: pane, pasta, focaccia, dolci...
4- Uno dei miei desideri è avere un piccolo orto da crescere con le mie mani, dove raccogliere verdure 100% biologiche.
5- Per due anni ho seguito un corso di calligrafia cinese, che mi ha fatto venire una gran voglia di visitare la Cina.
6- Ho bevuto la coca-cola per la prima volta quando avevo 21 anni, e solo un cucchiaino. Non mi è piaciuta, e non ho ripetuto l'esperienza.
7- Amo gli insetti, scarafaggi a parte, e ho sempre desiderato mettere su un piccolo allevamento di farfalle.

Ecco i blog a cui rigiro il premio. Non sono dieci ma molti meno:
Il Timido Ubriaco (che mi odierà, per questo!)

Ho finito. Ringrazio di nuovo tutti quelli che mi hanno premiata.
A presto!

lunedì 18 marzo 2013

Aviofobia, istruzioni per l'uso

Avere una fobia è una cosa decisamente fastidiosa, parola di una che ci convive fin dall'infanzia.
Ho paura dei rumori forti da quando ho memoria. I tuoni, i fuochi d'artificio, i petardi, la porta che sbatte, la pentola che cade mi terrorizzano. Vedere qualcuno gonfiare un palloncino mi fa venire l'ansia. Incontrare per strada, in periodo natalizio, un gruppo di bambini con qualcosa in mano mi obbliga a cambiare percorso, col terrore che si tratti di raudi, miccette e tutta quella serie di piccoli mostruosi aggeggini progettati per detonare.
Anche in previsione di un rumore moderato, come il tappo dello spumante che salta, mi sento più tranquilla se esco dalla stanza.
Con gli anni sono riuscita a dominare un po' questa paura irragionevole. Oggi se sento un'esplosione riesco a mantenere un'espressione più o meno normale e a comportarmi in modo adeguato, a patto che non sia troppo vicina. Diciamo che ho imparato a conviverci, anche se la notte del 31 Dicembre sono obbligata a passarla chiusa in casa e con le orecchie tappate.
In ogni caso non si tratta di una paura invalidante, e con l'esclusione delle feste di Natale cammino per le strade tranquillamente. Ho sempre pensato di essere più fortunata di chi soffre di vertigini o di claustrofobia, perchè poter prendere un ascensore a volte è molto utile, ed essere in grado di osservare dall'alto un bel panorama è un'esperienza bellissima.

Una cosa che invece non ha mai destato in me la benchè minima preoccupazione è prendere l'aereo. Mi è sempre piaciuto volare, sentire il brivido nel momento in cui il velivolo si stacca da terra, guardare fuori dal finestrino terre e mari che lentamente scorrono sotto di me.
Tutto questo fino a poco più di un anno fa, quando mi è capitato di volare in una situazione non proprio ideale: vento fortissimo, aereo con qualche problema, pilota spericolato e hostess impaurite. E' durato solo un'ora, ma sono stati sessanta minuti di paura.
Da allora un'inquietudine crescente ha accompagnato i miei voli aerei, finchè, lo scorso Dicembre, poco prima di tornare in Italia per le vacanze, mi sono resa conto di avere davvero paura di volare, ed è stata una scoperta bruttissima, perchè se è spiacevole avere una fobia figuriamoci averne due.

I mesi sono passati. A Febbraio il governo australiano ci ha concesso la residenza in Australia, e anche se la meta precisa e la data del trasloco definitivo sono ancora da definirsi, abbiamo subito organizzato un viaggio esplorativo per la fine di Marzo. Da quando abbiamo comprato i biglietti una leggera apprensione ha accompagnato le mie giornate, un'ansia appena palpabile che ho sempre messo a tacere, ripetendomi che il viaggio era ancora lontano.
Tutto questo fino a ieri, quando ho finalmente realizzato che il "viaggio ancora lontano" è tra poco più di una settimana.
Mi ritengo una persona logica e razionale, e continuo a ripetermi che andare in Australia è un'esperienza bellissima, che è una terra interessante e ricca di cose da scoprire e che un giorno sarà la mia casa.
Mi ripeto che gli aerei sono i mezzi di locomozione più sicuri e che a causa delle leggi della fluidodinamica l'aria per l'aereo è solida come una strada.

Però non funziona, perchè una fobia è irrazionale, e tutte le parole che continuo a ripetere a me stessa mi danno l'impressione di essere di plastica, finte, artificiali.
Ora occorre calmarsi. Fare un bel respiro, pensare solo alla meta e non al viaggio. Sedersi, allacciarsi la cintura, tapparsi le orecchie mentre le hostess spiegano come comportarsi in caso di problemi e pensare ad altro.
Quando arriveranno le turbolenze - perchè in 15 ore di volo pensare di non incontrarne nemmeno una mi sembra utopistico - posso sempre adottare il favoloso metodo che ho scoperto recentemente, durante il volo di andata e ritorno dall'Italia.
Quando l'aereo comincia a ballare, ballo anche io. Restando seduta al mio posto mi muovo da una parte e dall'altra, avanti e indietro, come se stessi danzando. In questo modo, vi assicuro, è impossibile distinguere tra i sussulti del velivolo e i propri movimenti, e ci si può illudere che non ci sia nessuna turbolenza.
E' un metodo che funziona. Ha qualche effetto collaterale, come la perplessità e le occhiate stupite degli altri passeggeri, ma in fin dei conti ne vale la pena.

giovedì 28 febbraio 2013

La cultura del cibo

Vivendo all'estero, prima o poi viene naturale chiedersi cosa ci lega ad un paese, quali fattori entrano in gioco, quali alchimie si sviluppano per farci sentire a "casa". All'Italia mi legano i parenti e gli amici, le abitudini, la lingua e tutto quello che compone le mie radici culturali, perchè è il paese dove sono nata.
Ma è possibile sentirsi a proprio agio anche all'estero, magari in un posto con tradizioni completamente diverse da quelle del suolo natio?
Questa domanda mi si è presentata davanti con prepotenza quando più di un anno fa sono arrivata qui seguendo mio marito. Questo posto suonava terribilmente diverso dal mondo a cui ero abituata. Un altro clima, un'altra lingua, un altro paesaggio, tradizioni diverse e sconosciute. Avevo un disperato bisogno di trovare qualcosa di familiare, di crearmi una routine, di costruirmi delle certezze, dei nuovi punti cardinali entro cui muovermi e ritrovare me stessa. Da dove potevo cominciare?

Uno dei capisaldi della mia cultura è il cibo. Credo che i sapori di una terra siano legati indissolubilmente con l'essenza più intima e profonda del luogo in cui sono nati, per cui ad esempio la Liguria è per me il rumore della risacca sulla spiaggia di ciottoli, sono le stradine del centro storico di Genova, le colline coperte di ulivi che si affacciano a picco sul mare, ma allo stesso tempo è anche l'aroma del pesto, la consistenza delle trofie, il profumo della focaccia genovese appena sfornata.

Cominciare dal cibo mi sembrava quindi una buona idea per trovare la chiave per capire questo paese in cui ero capitata quasi per caso.
Sono andata al supermercato. Non riuscivo ad immaginare nessuna attività più routinaria e rassicurante del fare la spesa, mi aspettavo di ritrovare un mondo familiare, un universo noto da percorrere con il carrello tra lo scaffale dei biscotti e quello delle conserve di pomodoro.
Mi sbagliavo completamente. La prima volta che ho fatto la spesa qui è stato traumatico. Il reparto delle verdura aveva le zucchine, le patate, i pomodori, i peperoni, qualche insalata e almeno venti tipi di vegetali completamente sconosciuti, dalla forma strana ed esotica e dal nome impronunciabile. Gli scaffali erano pieni di prodotti strani ed inusuali, dal ghee alle foglie di vite sott'olio. Non era affatto il mondo che conoscevo, ma un universo alieno e minaccioso, da cui mi sentivo respinta. L'esperimento spesa era fallito. Come potevo ricreare "casa"?

Il primo tentativo l'ho fatto un giorno in cui mi sentivo particolarmente triste, più che altro per iniziare a domare il senso di inadeguatezza che mi pervadeva ogni volta che entravo in cucina, luogo che in quel primo mese mi sembrava ancora sconosciuto ed estraneo.
Però questo non bastava certamente a ricreare "casa", non serviva a farmi conciliare con la cultura in cui mi ero ritrovata immersa.

L'aiuto, lo spiraglio improvviso che mi si è aperto davanti l'ho avuto grazie ad A., la mia amica giordana, che al'epoca non era ancora un'amica ma solo la moglie di un collega di mio marito.
Lei era particolarmente nervosa perchè in Giordania era abituata a lavorare, e stare a casa tutto il giorno da sola con i figli la stava mandando in depressione. Cercava disperatamente di trovare un'occupazione, ma pur essendo laureata qui nel paesino sperduto è davvero difficile trovare qualcosa.
Così ho iniziato ad andare a passare qualche ora con lei. Le prime volte ci sedevamo sul divano, piuttosto rigide, senza sapere bene di cosa parlare, sorseggiando una tazza di tè. Poi piano piano ha iniziato a considerarmi una presenza familiare nella sua casa, e siamo passate in cucina, dove tra una chiacchera e una risata le facevo compagnia mentre preparava il pranzo.
La sua cucina, sempre perfettamente pulita, era piena di profumi e colori a me ignoti, ma dal fascino irresistibile. I barattoli delle olive raccolte da suo padre in Giordania e conservate in una miscela di acqua, olio e limone, i vasi di vetro pieni di piccole forme di labneh sott'olio, i vasetti pieni di spezie colorate e dall'aroma intenso.
La cucina di A. mi ricordava irresistibilmente quella di mia nonna, con le piantine di basilico e i vasi di funghi sott'olio. Certo, i cibi e i profumi erano diversi, ma c'era la stessa cultura del cibo, la stessa generosa condivisione.

Mangiare i piatti di A., e poi imparare a cucinarli è stato il passo necessario per capire questa cultura che mi circondava ed accettarla, rielaborarla e farla parte di me.
Cucinare e mangiare insieme i piatti della sua tradizione ci ha anche portate ad una sincera amicizia, facendomi scoprire che dietro ad un velo e ad una lingua ostica e complicata c'era una donna che mi assomigliava moltissimo per modo di pensare, gusti e abitudini.

I fatayar, i tradizionali fagottini ripieni della cucina giordana sono uno dei primi piatti che abbiamo preparato insieme, e per me sono particolarmente importanti proprio perchè rappresentano il momento in cui questo posto ha smesso di essere un luogo estraneo e difficile, ed è diventato "casa".
Ecco la ricetta, in fondo c'è un glossario per gli ingredienti poco noti.

Fatayar

Per la sfoglia:
500 g di farina 00
2 cucchiaini di lievito istantaneo ( qui quello fresco in cubetti non c'è, ma si può utilizzare senza problemi, avendo l'accortezza di rispettare i tempi di lievitazione)
2 cucchiaini di semi di nigella
un pizzico di sale
olio extravergine di oliva
acqua calda quanto basta

Primo ripieno
250 g di spinaci bolliti o congelati
una piccola cipolla
un limone
un pizzico di sumac
sale

Secondo ripieno
200 g di carne macinata
5-6 pomodorini crudi
una punta di cucchiaio di cannella
olio extravergine di oliva
sale

Terzo ripieno
due manciate di bulgur lessato
un bicchiere di labneh
sale

Versare la farina sul piano di impasto e fare la fontana al centro. Aggiungere un filo d'olio e il lievito e impastare aggiungendo via via acqua calda. Quando l'impasto è ridotto a grosse briciole aggiungere il sale e la nigella e continuare ad impastare (aggiungendo eventualmente altra acqua) finchè il composto non è liscio e omogeneo.
Coprire con un panno e lasciar riposare. Nel frattempo preparare uno o più ripieni.
Primo ripieno: far rosolare in una padella la cipolla tagliata a fettine sottili con un filo d'olio. Aggiungere gli spinaci, salare e lasciar insaporire per qualche minuto ( se si usano spinaci congelati attendere finchè non sono cotti). Ridurre la fiamma al minimo, e aggiungere il succo e la polpa del limone. Quando non c'è più liquido nella padella togliere dal fuoco e aggiungere il sumac.
Secondo ripieno: cuocere la carne macinata con un filo d'olio, facendo attenzione a "sgranarla" bene ( se dovesse essere molto compatta si può aggiungere un pugno di farina). Salare e aggiungere la cannella. Lasciar raffreddare qualche minuto, quindi unire i pomodorini lavati e tagliati a cubetti.
Terzo ripieno: unire il bulgur lessato al labneh, e salare leggermente.

Riprendere l'impasto lasciato a riposare, e ricavarne delle palline grosse come un'albicocca. Stendere le palline col mattarello fino a ricavare delle sfoglie sottili ( pochi mm) e porre al centro di ognuna un po' di ripieno. Ripiegare come in figura.
Chiudere i tre lembi sigillando il ripieno all'interno.
Mettere i fatayar sulla placca del forno e ungerli d'olio da ambo i lati.
Cuocere a temperatura moderata finchè non sono dorati.

Glossario
Bulgur: frumento integrale, grano duro germogliato che subisce un particolare processo di lavorazione. i chicchi vengono cotti al vapore e fatti seccare, poi macinati e ridotti a pezzettini.
Labneh o labaneh: vedi qui. Sostituibile con uno yogurt non dolce e non eccessivamente acido ( lo yogurt greco è probabilmente il migliore).
Sumac: spezia in polvere dal colore rosso scuro e dal delizioso aroma di limone.
Nigella: vedi qui.

sabato 16 febbraio 2013

Un pomeriggio con Anna

Quando ero bambina, l'unica cosa che la mia famiglia poteva permettersi di comprare era il riso. I soldi non li aveva nessuno, e ancora oggi poche persone nelle Filippine possono permettersi di comprare la carne. Avevo due soli vestiti, le divise della scuola, e ogni giorno bisognava lavare e stirare quella che non avevo addosso, in modo che fosse pronta per l'indomani. 
I soldi non c'erano mai, ma avevamo tanti sogni. Alla sera, prima di dormire io e le mie sorelle ci descrivevamo a vicenda i vestiti meravigliosi che ci saremmo comprate quando ne avremmo avuto la possibilità.
Quando ho finito la scuola dell'obbligo sono dovuta andare a lavorare. Non avevo scelta, ero la più grande, ci si aspettava che aiutassi a mantenere la famiglia.
Mi sono sposata alla prima occasione, a diciassette anni, solo per scappare da una situazione familiare davvero difficile da gestire. Abbiamo avuto quattro figli e poi lui mi ha lasciata. Non era adatto per diventare padre, ma l'ho scoperto troppo tardi.
Io lavoravo dodici ore al giorno, ma non riuscivo a guadagnare abbastanza per sostentare i miei bambini, così li ho lasciati a dei parenti e sono partita per l'estero, dove avrei potuto guadagnare di più. Stare lontana da loro è stato lancinante. 
Ho trovato lavoro a Singapore. Guadagnavo abbastanza, ma sempre meno degli altri perchè ero filippina, perchè ero povera, e su di me gravavano mille pregiudizi.
Mia madre si è ammalata di cancro e quando è morta non ho avuto nemmeno il permesso di andare al funerale. Se n'è andata da sola, senza che la potessi salutare.
Poi sono venuta qui, e ho trovato lavoro come tata presso una famiglia. Le condizioni sono migliori, quando mio padre è morto, qualche anno fa, sono potuta andare ad assisterlo e passare con lui le ultime ore.
Qui ho incontrato un uomo buono, l'ho sposato e ora sono felice. Qui si vive bene. Posso andare al supermercato e comprare quello che voglio, anche la carne.
Ho fatto mille sacrifici per i miei bambini, perchè volevo che potessero avere tutto quello che io non avevo avuto. E' stata dura, ma loro hanno potuto studiare e si sono laureati. Uno di loro si è sposato, e ora ho due nipotini.
Qui ho solo amiche filippine. Ho imparato l'inglese ma sono timida, ho paura di essere giudicata per l'accento, per gli errori. Ho paura di non capire quando gli altri parlano, ho paura che non mi capiscano. 
Ho paura di essere considerata sempre e solo come una domestica. Tu sei diversa, con te mi trovo bene.

Anna è la moglie di un collega di mio marito. Ha quarantasette anni, i capelli neri e lisci e gli occhi allungati, ed è così piccola che sembra una bambina.
Ieri pomeriggio, sedute davanti ad una tazza di caffè in un centro commerciale mi ha raccontato la sua vita, tra un sorso e l'altro. Era la prima volta che usciva con una donna occidentale, ed è stata così felice di parlare con qualcuno che non la giudicava nè la discriminava che si è messa a piangere, così, mentre beveva il caffè.

lunedì 11 febbraio 2013

Gentile Connazionale

Qualche giorno fa ho ricevuto una mail dal consolato italiano. Diceva così:

Gentile Connazionale,
a breve verrà contattato telefonicamente da una ditta di corrieri per concordare le modalità di consegna del plico elettorale per le elezioni politiche 2013. Una volta ricevuto il plico potrà decidere se esercitare immediatamente il suo diritto di voto e riconsegnare il plico al corriere o concordare con la ditta una data di restituzione nell'arco di qualche giorno.

Seguivano nomi e numeri di telefono dei vari corrieri della ditta, da contattare in caso di esigenze particolari.
I corrieri erano tutti pakistani, e questo sapevo già che sarebbe stato un problema, perchè, purtroppo, nella mia imperfetta conoscenza della lingua inglese l'accento pakistano mi suona del tutto incomprensibile, nonostante cerchi disperatamente di capire cosa dicono i miei interlocutori.

Mercoledì mattina il mio cellulare ha cominciato a squillare.
- Pronto?
- Jsdhsjhdue ajshcdjsh...
- Cosa?
- Kasdjka sajkdfhjs askdj.
- Mi scusi, non capisco.. forse ha sbagliato numero..
- Jkdfhjsbfcjhsdjkfch... Italia..
- Italia? Ah! lei è il corriere, vero? quello che mi deve portare le schede elettorali? mi perdoni se non l'ho riconosciuta...
- Hsjdhkhdjshkjd... abitare?
- Ehm. Io abito nel paesino sperduto. Lei conosce il paesino sperduto, a 180 km dalla città? ora le spiego..
- Kdjaskjl kjdkj.
- Come? allora, esce dall'autostrada quando vede la moschea con i 4 minareti, poi supera un'altra moschea, alla terza prende la rotonda..
- Lksdjklj... dove abita?
- Io abito nel paesino sperduto, come le dicevo..
- Nel paesino sperduto??? akjfhsdfjsdhkfds... non vengo lì. Knejdhjkdfhjk.. lontano.
- Capisco.. io domattina sono in città, se vuole possiamo vederci lì..

La mattina seguente dovevo andare a reclamare il nuovo tesserino della mia assicurazione sanitaria, latitante  da quasi un mese e mezzo.

- Va bene, allora, io sarò nel centro commerciale intorno alle 9..
- Hnasnjcdsahj alksjdkjs.
- Cosa? intorno alle 9 per lei va bene?
- KJhdsjhdhjsnds askdjksj.
- Non ho capito.. domattina semmai la chiamo. Arrivederci.

Il mattino dopo alle 9 ero nel centro commerciale in città, seduta al tavolino di un caffè in compagnia di mio marito. Nessuna traccia del corriere.

- Cosa dici, lo chiamo? - ho chiesto esitante al coniuge.
- Ma sì, dai, chiamalo - ha risposto lui, addentando il bacon.
- Però io non capisco una parola di quello che dice.. non è che ci potresti parlare tu che sei madrelingua inglese e magari lo capisci più di me?

Gli ho passato il cellulare, e lui ha composto il numero.

Pronto? buongiorno, sono il marito della signora italiana che deve votare, può venire al primo piano, al caffè xyz? Come? Al centro commerciale.. può venire al primo piano? Non la capisco.. Sì, al centro commerciale, può salire al primo piano? Cosa? al centro commerciale, al primo pi... va bene, mia moglie l'aspetta all'ingresso.

Ho preso la scala mobile e sono scesa al piano sottostante. Pochi istanti dopo un ragazzo poco più che ventenne mi ha dato una busta sigillata, scusandosi di non essere venuto di persona nel paesino sperduto.
Ho votato nell'ingresso del centro commerciale, in mezzo ad una quarantina di persone che entravano ed uscivano e sotto lo sguardo vigile del corriere, che ignaro del concetto di privacy mi ha offerto una penna ( perchè se voti all'estero il segno dev'essere tracciato rigorosamente a penna, blu o nera) ed è rimasto ad osservare mentre scoprivo le amenità della Circoscrizione Estera ed espletavo il mio diritto di cittadina italiana. Ha ripiegato le mie schede, le ha infilate dentro le buste giuste ed è sparito.

Non sono particolarmente turbata del fatto che un ragazzo pakistano abbia scoperto le mie preferenze elettorali, soprattutto perchè dubito che le sigle e i nomi dei politici italiani  per lui abbiano un qualche significato.
Quello che mi ha lasciato perplessa è stato scoprire che non ho più il potere di voto che avevo prima. Quando vivevo in Italia ero iscritta nelle liste elettorali della mia regione e votavo per i candidati che un domani avrei voluto che si sedessero in parlamento a Roma.
Ora appartengo alla Circoscrizione Estero, la circoscrizione fantasma, e a parte scoprire che appartengo alla folcloristica ripartizione "Asia, Africa, Oceania e Antartide" che nonostante comprenda tre popolosi continenti ospita pochi Italiani, e ha quindi diritto ad eleggere solo un deputato e un senatore ( a confronto ad esempio con la ripartizione America Meridionale, dove si vota per quattro deputati e un senatore) il mio dubbio, ancora insolubile dopo lunghe ricerche su internet, è: i candidati che ho votato vivono all'estero. In caso di vittoria si trasferiranno a Roma per contribuire alle decisioni del loro partito? O resteranno nel paese dove attualmente hanno la residenza, riservando alle vicende italiane solo qualche e-mail, una manciata di pensieri e poco altro?

In preda a domande senza risposta mi sono poi diretta nella sede dell'ente per cui lavora il coniuge, per avere notizie del tesserino della mia assicurazione sanitaria. Sono entrata dalla porta sbagliata, ho attraversato un auditorium pieno di seggiole e bottiglie di acqua minerale, ho parlato con un signore addetto ai pagamenti, con una gentile signora velata, con uno che probabilmente passava di lì per caso e con un addetto alle pulizie e mi sono infine seduta davanti ad un'impiegata, stringendo nella mano il foglietto col numero.

- Ehm, buongiorno. Io vorrei sapere che fine ha fatto il tesserino della mia assicurazione sanitaria, quello vecchio è scaduto a Dicembre, quello nuovo sarebbe dovuto arrivare ai primi di Gennaio ma non l'ho visto..
- Ah. Aspetti, vediamo. Dove abita?
- Nel paesino sperduto.
- Oddio, laggiù? ehm... aspetti che vediamo.. mmm.. ecco, è andato perso.
- Meraviglioso. Come faccio per averne uno nuovo?
- Dovrebbe andare negli uffici del paesino a metà strada..
- Mio marito è già stato negli uffici del paesino a metà strada e gli hanno detto di chiedere qui da voi.
- Ehm.. va bene, torni tra cinque giorni.

Ieri miracolosamente, alle 11 qualcuno ha suonato il campanello del mio appartamento. Fuori dalla porta c'era una ragazza americana sconosciuta, che mi ha sorriso e mi ha allungato il tesserino sanitario.
- Ciao, questo penso che sia tuo, sai, l'hanno ritrovato.
- Ehm, grazie... grazie mille - ho detto io, senza parole.

Poi si è volatilizzata, lasciandomi piena di domande sulla sua identità e su come facesse a sapere l'indirizzo.
Ma le domande spesso hanno poco senso, da queste parti. Ho votato e ho di nuovo l'assicurazione sanitaria, ed è abbastanza.