mercoledì 10 febbraio 2016

Torta al miele e agrumi

Confesso che quando ho visto il tema della sfida proposto da Eleonora e Michael mi sono messa le mani nei capelli. Il motivo è che il miele non mi piace, quindi non solo la mia conoscenza a riguardo è estremamente scarsa, ma non avevo nemmeno idea di come si comportasse come ingrediente, quali abbinamenti fossero più appropriati e via dicendo.
Ho detto che il miele non mi piace, ma in effetti c'è un'eccezione. C'è un piatto al miele che adoro, e forse questo basta a contraddire l'affermazione precedente sulla mia scarsa simpatia per questo meraviglioso alimento. L'eccezione l'ho scoperta quando abitavo in Medio Oriente, ma non ha niente a che fare con la cucina araba.

Ad Abu Dhabi, nel quartiere di Al Markaziyah, dietro ad Hamdan Street c'è un dedalo di stradine e casupole basse. Svoltando nel punto giusto - e occorre sapere esattamente dove, altrimenti ci si perde - si arriva ad un ristorante, o meglio, una cafeteria russa. 
Chi arriva qui per la prima volta non rimane particolarmente colpito dall'ambiente: una stanzetta disadorna, pochi tavolini, il linoleum sul pavimento.. l'impressione negativa si accentua quando la padrona viene a prendere le ordinazioni: la sua espressione è accigliata, i suoi modi bruschi, come se invece di essere clienti le stessimo arrecando qualche fastidio. Può persino accadere che mentre state elencando le ordinazioni, lei vi interrompa con un "No!" perchè i piatti che avete scelto secondo lei non si abbinano bene tra di loro. 
Una volta assaggiati i suoi piatti si perde ogni diffidenza, perchè la signora è una cuoca meravigliosa e conosce molto bene la cucina del suo paese natale.  
Così, un giorno, mentre stavo ordinando il mio pranzo, la signora mi ha fatto seccamente notare che con i piatti che avevo scelto ci stava bene la torta al miele. Mi fido ciecamente di lei, quindi non ho obiettato e ho aggiunto la torta alla lista. 

Mi sono innamorata di questo dolce dal primo boccone, così oggi ho deciso di tentare di riprodurlo qui in Australia. La ricetta me la sono inventata, cercando di avvicinarmi più che potevo al ricordo che ho in mente.
La prima cosa che ho dovuto decidere è stato il tipo di miele da utilizzare. Il supermercato del paesino nel bush dove vivo offre una selezione limitata: ci sono vari tipi di miele senza indicazioni sulla qualità, che ho scartato a priori. C'era poi il miele di eucalipto, in alcune sue varietà, ma temevo che fosse troppo forte per il tipo di dolce che volevo proporre. Infine mi è caduto l'occhio sul miele di fiori d'arancio, e ho deciso che avrei usato quello. Ho deciso quindi di abbinare a questo miele una crema di arancio unita alla sour cream che caratterizza questo dolce. 
Manco a dirlo, il supermercato gli aranci in estate non li ha, così ho dovuto ripiegare sui limoni. 
Chiedo scusa per l'approssimazione delle dosi, sono sempre priva di bilancia.

Medovik al profumo di agrumi

Per la pasta:
2 uova
4 cucchiai di miele di fiori d'arancio
2 cucchiai abbondanti di zucchero semolato bianco
1 cucchiaio scarso di zucchero bruno
300 g di farina (circa)
1 cucchiaino di lievito
circa 80 g di burro

Per la crema
400 g di sour cream
il succo di un limone
3 cucchiai scarsi di zucchero semolato bianco
2 cucchiai di miele di fiori d'arancio
un cucchiaio scarso di maizena
un bicchiere d'acqua

Uno spicchio di arancia candita per decorare

Ho messo gli zuccheri in un  pentolino dal fondo pesante insieme al miele e al burro, ho spostato il pentolino su un fuoco bassissimo e ho mescolato finchè non si è sciolto tutto.

Ho quindi aggiunto le uova, e, fuori dal fuoco, la farina, impastando finchè non ho ottenuto una massa morbida e omogenea che ho fatto poi riposare in frigo per mezz'ora.

L'ho quindi stesa e ne ho ricavato sette dischi sottili del diametro di 12 cm, che ho poi cotto individualmente in forno a 170° per 7 minuti.


Ho cotto anche i ritagli di pasta, che ho poi sminuzzato. 
Mentre i dischi raffreddavano, ho fatto la crema al limone: ho unito zucchero e maizena in un pentolino, ho aggiunto l'acqua e quando il composto ha iniziato ad addensarsi ho unito il limone.

Ho lasciato raffreddare e ho poi unito la crema alla sour cream. 
Ho quindi iniziato a comporre il dolce, alternando gli strati con la crema e ricoprendo infine il dolce con le briciole ottenute dai ritagli.


Con questo dolce partecipo all'MTC di Febbraio.

giovedì 28 gennaio 2016

Qualcosa che mi sfugge

Non sono mai stata una persona popolare, il tipo estroverso che parla con chiunque ed è pieno di amici. Sono sempre stata chiusa, con grosse difficoltà nel rapportarmi con gli altri, quella strana da evitare. 
- Hai preso da tuo padre, sei un orso come lui - ha sempre detto mia nonna.
Ho avuto degli amici, ma mai qualcuno che sia rimasto negli anni. Prima uno, poi l'altro, piano piano questi legami non sono sopravvissuti allo scorrere del tempo. A volte un posto vuoto è stato sostituito da un'altra persona, altre volte, molto più spesso, questo non è accaduto. Ho passato periodi molto lunghi senza avere nessuno con cui parlare.

Poi mi sono trasferita in Medio Oriente, dove ho trovato amiche care a cui mi sono affezionata tantissimo. Ma quei paesi ahimè, sono un crocevia di persone e culture. Oggi i tuoi amici sono lì con te, domani tanto tu quanto loro siete altrove. Oggi ho alcune amiche sparse nel mondo, amiche che non so se rivedrò mai più, perchè i chilometri tra di noi sono innumerevoli. Per dire, è sempre bello ricevere una loro mail, ma se hai bisogno di qualcuno con cui parlare davanti ad una tazza di the, purtroppo loro non sono disponibili.
In Australia sono arrivata un anno fa. Ho un lavoro, una macchina di 22 anni, due gatti e un marito adorabile, ma non sono ancora riuscita a fare amicizia con nessuno, nemmeno a livello "usciamo insieme a fare shopping". Non mi lamento, eh. Però un'amica con cui parlare mi piacerebbe averla. 

Le conoscenze che avevo in Italia si stanno sfaldando. C'è chi ad una lunga mail con tanto di foto risponde "grazie" senza aggiungere altro e poi sparisce. C'è chi non risponde alle mail, nemmeno dopo mesi, e ad un certo punto mi sembra di essere una stalker e desisto.
Ho avuto un'amica che mi ha escluso di punto in bianco dalla sua lista di amici su Facebook e sul social network ha cambiato anche nome (ignoro se dipenda da me o no). Non ho idea del perchè.
A volte penso ad un caso di omonimia, qualcuno col mio stesso nome che si è macchiato di atroci delitti e che la gente pensa che sia io, cancellandomi quindi dagli amici e dai propri pensieri. 
Bella teoria, vero? me ne sono venute in mente parecchie del genere.

Ultimamente mi ha colpito la faccenda dei followers sul mio blog. Dieci giorni fa ho acceso il computer e ho constatato che il numero dei followers era sceso di due unità, così, di colpo. Due persone che si sono rese conto insieme che il mio blog improvvisamente non è più interessante.
Ho alzato le spalle. Càpita. Certo che scrivere così poco come ultimamente faccio non invoglia nessuno a leggere.

Due giorni fa ho pubblicato un articolo che pensavo fosse assolutamente innocente, la ricetta di una zuppa di cipolle di mia invenzione, probabilmente non il piatto dell'anno ma sicuramente un post che non offendeva nessuno, almeno nelle mie intenzioni. Ho ricevuto un sacco di visite, come al solito, e la mattina dopo avevo perso altri quattro followers. Un altro il giorno seguente. Sarà perchè le cipolle puzzano? Avevo tra i followers dei seguaci di un'antica religione vegetariana che hanno fatto delle cipolle i loro dei?
Qualcosa mi sfugge in tutto questo. 

lunedì 25 gennaio 2016

Cipollata tiepida con patate quarantine e farro

Questo mese il tema dell'MTC scelto da Vittoria Traversa è zuppe e minestroni e questo mese, per la prima volta da quando partecipo all'MTC, non mi trovo all'estero mentre mi accingo a preparare il piatto della sfida, ma sono in vacanza in Italia, nella mia Genova. Cosa fare, cosa preparare? un magnifico minestrone genovese, come quello proposto da Vittoria nel post della sfida? No, questa volta volevo fare qualcosa di diverso.
Avevo inizialmente pensato di usare un po' di preboggion, quell'insieme di erbe selvatiche che, una volte pulite e cotte, possono essere utilizzate in modo superbo per la realizzazione di un sacco di piatti genovesi. Ma quest'anno, come mi ha avvertito la nonna, le erbe del preboggion hanno già fatto il fiore a causa del clima, e sono quindi diventate dure. 
Così ho fatto un giro al Mercato Orientale, un salto da Eataly e alla fine mi sono ritrovata con un sacco di cipolle e di patate e su questi due ingredienti ho deciso di costruire la mia zuppa.

Cipollata tiepida con patate quarantine e farro

Ingredienti
2 cipolle dorate
1 cipolla rossa 
1 cipolla borrettana 
2 scalogni 
6 patate quarantine
una tazza di farro perlato
6-7 rametti di timo fresco
5-6 rametti di maggiorana
1 spicchio d'aglio
olio evo
sale

Ho scaldato l'olio con le erbe aromatiche e l'aglio a fuoco basso, mentre affettavo le cipolle. 


Ho quindi unito le cipolle e gli scalogni tagliati a fettine, e dopo un paio di minuti anche le patate, pelate e tagliate a fette. 


Ho aggiunto il sale e ho mescolato. Ho quindi abbondantemente coperto d'acqua le verdure, coperchiato la pentola e fatto cuocere a fuoco basso per circa due ore. 
A parte ho fatto lessare il farro al dente, l'ho unito alla cipollata e ho fatto cuocere ancora una decina di minuti.
L'ho servita tiepida, con un filo d'olio evo di Albenga.




Con questa ricetta partecipo all'MTC di Gennaio.

sabato 21 novembre 2015

I miei ravioli di inizio estate

Quando ero bambina, alla fine di Novembre respiravo già l'atmosfera natalizia. Le strade si riempivano di luci intermittenti, in televisione cominciavano ad esserci pubblicità a tema e sugli scaffali dei supermercati apparivano i primi panettoni. 
Ho sempre amato questo momento dell'anno, il freddo che inizia a farsi pungente, i maglioni pesanti, le passeggiate sotto l'ombrello, le castagne da raccogliere nei boschi umidi, il colore delle foglie a terra, le domeniche pomeriggio passate accanto al termosifone, sorseggiando una bevanda calda. 

Questi sono anche i giorni in cui i miei nonni iniziavano a fare i ravioli per il pranzo di Natale. Montagne di ravioli, che venivano poi congelati e cotti la mattina di Natale per essere quindi conditi co u tuccu.
Quando ho visto che il tema della sfida erano proprio questi ravioli, che il nonno mi ha insegnato a fare quando ero bambina, il mio cuore ha fatto un salto: la ricetta di nonno, propongo la ricetta di nonno. Poi ho capito che non sarebbe stata una buona idea.

Avete mai provato a cucinare il vostro piatto preferito all'estero? non ha il sapore che ricordate ed è una delusione. Alcuni ingredienti non si trovano e vanno sostituiti, altri, anche se all'apparenza sono i medesimi, hanno comunque un gusto diverso. Nel mio caso, tanto per dirne un paio, avrei dovuto sostituire le erbette del ripieno con gli spinaci congelati - un'eresia - e avrei dovuto eliminare completamente quella manciata di porcini secchi che la nonna mette nel sugo, perchè qui i porcini non esistono.
Ma non era tutto qui. Ravioli col tocco e cappon magro sono il pranzo di Natale. 
E il Natale, quest'anno, per la prima volta nella mia vita non lo passerò seduta al tavolo da pranzo della nonna, ma a migliaia di chilometri di distanza, nel Paesino nel Bush qui in Western Australia, dove vivo. 
Un Natale estivo, con la gente in maniche corte che fa grigliate sulle spiagge. 
Ci sono alcuni riti che sono sacri e non si possono modificare. Sono i riti della memoria, quelli del cuore, quelli che si ripetono uguali anno dopo anno e hanno un posto speciale dentro di noi.
Non posso fare i ravioli col tocco qui, in questo inizio di estate australiana, e non c'è altro da aggiungere.

E allora? e allora bisogna fare qualcosa di diverso. Qualcosa che sia in sintonia col posto e la stagione. Così ho frugato nella dispensa e negli scaffali del supermercato e sono tornata a casa con un bottino improvvisato sul momento, ma che è servito magnificamente allo scopo.

Ravioli di patate e pecorino con ragù bianco di agnello
Ingredienti per la pasta
5 cucchiai di farina ( proponimento: devo comprare una bilancia)
un uovo
un pizzico di sale
5 patate royal blue
4 cucchiai di Farmhouse Gold di Nannup
un mazzetto di erba cipollina
sale e pepe

Per il ragù
400 g di agnello macinato
una costa di sedano
una piccola cipolla
una manciata di timo
un bicchiere di vino bianco 
3 mestoli di brodo vegetale

Per la pasta, non  avevo dubbi: ricetta tradizionale emiliana, 100 g di farina e un uovo. I miei 100 g sono sempre approssimati a cucchiai, ma pazienza. Le uova me le porta fresche una mia collega: qui tutti hanno i chooks, le galline. Quanto alla farina, vivo al confine della Wheatbelt, la regione del Western Australia dove i campi di cereali si estendono a perdita d'occhio: la farina è di produzione locale e di ottima qualità. 
Al supermercato ho trovato poi le royal blue potatoes, patate a pasta gialla con la buccia rossa e il sapore intenso.
Le ho abbinate al Farmhouse Gold, un pecorino stagionato prodotto artigianalmente  in una fattoria di Nannup, a circa 200 km da dove vivo io, e a tutti gli effetti l'unico caseificio della zona che lavora latte di pecora: un po' distante, ma il formaggio vale davvero la pena del viaggio ( la rima non è volontaria).
Girovagando nella sezione macelleria del supermercato ho poi trovato l'agnello, e perchè non fare un ragù di agnello?
Detto fatto, appena tornata a casa ho preso sedano e cipolla e ho messo su il soffritto. 


La mia dotazione di pentole è molto scarsa, quindi ho usato una padella antiaderente. Le mie foto, come al solito, sono orrende.
Ho poi aggiunto l'agnello, sfumato col vino, aggiunto il timo e lasciato cuocere a fuoco bassissimo per circa un'ora e mezza.


Nel frattempo ho messo a bollire le patate.

na volta cotte ho aggiunto sale e pepe e l'erba cipollina tagliata a pezzettini ( mi piace sentirne il sapore). Ho quindi grattugiato il pecorino e l'ho incorporato alle patate, lavorando fino ad ottenere un impasto omogeneo.
Ho impastato uovo e farina e tirato la sfoglia secondo gli insegnamenti del nonno.




Ho cotto la pasta in acqua bollente per circa 10 minuti, quindi l'ho scolata e l'ho condita col ragù.
Con questa ricetta partecipo all'MTC di Novembre.



lunedì 19 ottobre 2015

Scene di vita quotidiana nel bush

Kangaroos happen
E' la sera di qualche giorno fa e sto tornando a casa dopo il turno di pomeriggio. Sono circa le 21.30 e io sto percorrendo i 55 km che separano il posto dove vivo da quello dove lavoro. La strada è deserta e senza alcuna luce.
Ad un tratto, alla luce dei fari, vedo un giovane canguro fermo in mezzo alla strada. Rallento e mi fermo a circa due metri di distanza. Lui si gira a guardarmi, poi fa qualche salto nell'altra corsia, in direzione del lato opposto della strada. 
Ok, penso, ora se ne va. Lascio andare il freno e, lentamente, la macchina comincia a muoversi. 
Mi sto già rilassando.
Nel momento in cui, lentissimamente, passo accanto a lui, il canguro cambia idea, fa dietrofront e salta contro la macchina schiantandocisi sopra, tutto in meno di due secondi.
Andavo pianissimo, quindi non mi sono fatta nulla. Lui però è riuscito a distruggermi un faro, staccandolo e lasciandolo a penzoloni. 



Commenti dei mie colleghi:
- Eh, i canguri succedono. Siamo nel bush. 
- Sei stata fortunatissima, la macchina funziona ancora, no?
- Eh, i canguri diventano pazzi con la luce dei fari. E' andata bene, dai. 

Lucertolando
L'Australia è la terra dei lucertoloni. Vedere bobtail e goanna che attraversano la strada davanti alla macchina mentre sto guidando è un'esperienza quotidiana, e passeggiando nel bush se ne incontrano tantissimi.




Qualche giorno fa eravamo nella cittadina di Albany, sulla costa sud. 
Eravamo seduti in un locale molto grazioso, una specie di solarium, con il pavimento di legno e le pareti di plastica trasparente.
Stavamo bevendo tè e gustando una fetta di una buonissima torta.
Ad un tratto, noto che lo sguardo di mio marito è catturato da qualcosa che sta alle mie spalle. 
Mi giro.. e dietro di me, comodamente appoggiato ad un divanetto, c'è un lucertolone nero lungo poco meno di mezzo metro, che ci guarda con curiosità. E non è solo: poco lontano ne avvistiamo un altro, poco più piccolo, sempre dentro al locale.
Catturiamo lo sguardo del cameriere e gli facciamo cenno di venire al nostro tavolo.
L'uomo arriva, vede il lucertolone, sorride e afferma tranquillo:
- Ah, sì. Non preoccupatevi, è molto amichevole e adora gli scones. Viene qui quasi ogni giorno con la sua famiglia. 

La mia pelle è la tua pelle
L'ultima storia che vi racconto oggi ha come protagonisti gli Aborigeni.
Non basterebbe che scrivessi un libro intero, per parlare di loro, figuriamoci un post. 
Oggi dirò solo che qui nel paesino dove vivo ce ne sono parecchi e li incontro quotidianamente, soprattutto al supermercato. La gente li odia. Vivono ai margini della società, in condizioni spesso misere e in balia dell'alcool. Per loro ho un interesse professionale e spero di essere un giorno in grado di poter fare attivamente qualcosa per aiutarli. 
Tre giorni fa ero dunque al supermercato, in coda alla cassa, in attesa che venisse il mio turno.
Dietro di me, con un carrello carico di generi alimentari, si mettono in coda due donne Noongar ( il gruppo aborigeno che vive nel sud del Western Australia). Una di loro tiene per mano una bambina bellissima di circa due anni, con due grandi occhi neri e la pelle bruna. E' a piedi nudi, come la madre, e ha sul viso dei segni fatti con una qualche pittura bianca. E' una decorazione tradizionale, ma non ne conosco il significato.
La bimba mi fa un sorriso immenso, e io lo ricambio.
 - Come ti chiami? - mi chiede.
Glielo dico, ma il mio nome suona strano. Me lo chiede di nuovo, e di nuovo aggrotta le sopracciglia.
Poi improvvisamente mi scruta, i suoi occhi si fanno seri, come se improvvisamente mi avesse riconosciuta. Mi fissa e mi chiede:
- Sei Noongar? a che tribù appartieni?
La mia pelle è molto più chiara della sua, ma io ho occhi e capelli castani, in un posto dove la maggior parte della popolazione è bionda con gli occhi azzurri. 
Le faccio un grande sorriso, mentre ragiono che già a quell'età ha chiara la differenza tra "noi" e "loro". 
La mamma si china su di lei e le sussurra qualcosa nell'orecchio. La bimba mi guarda delusa. 
Poi arriva il mio turno, pago e vado via, con l'amaro in bocca.

Cara bimba sconosciuta, hai indovinato, sono una Nativa Italiana, quindi abbiamo qualcosa in comune. E non solo: faccio parte della tua stessa razza, quella umana, ed è come dire che siamo sorelle. Vorrei che tu sapessi che non vedo differenze tra di noi e, proprio per questo, vorrei che tu potessi avere le stesse possibilità che ho avuto io. La possibilità di vivere in un ambiente sereno, la possibilità di studiare, la possibilità di scegliere autonomamente il tuo futuro, la possibilità di vivere tra persone che non ti discriminano, la possibilità di essere felice. Io ho avuto tutte queste cose e vorrei che le potessi avere anche tu. Vorrei tenere lontano dalla tua vita l'alcool, la droga, la violenza domestica, le gravidanze precoci. Vorrei che tu potessi mantenere a lungo il tuo bellissimo sorriso e continuare a vedere in me una persona simile, anche quando crescerai e ti accorgerai che la mia pelle e la tua pelle sono di due colori diversi. Un grande abbraccio.

venerdì 25 settembre 2015

I croissants della memoria

Questa è una storia di profumi e di ricordi. 
Le mattine d'estate della mia infanzia avevano un odore particolare. Sapevano di erba tagliata di fresco, di fiori, di amarene da mangiare direttamente dal ramo, di terreno riscaldato da sole. 
Soprattutto, avevano l'aroma pungente della focaccia con le cipolle, la colazione che trovavo sempre pronta a casa dei nonni, dove mio padre mi accompagnava prima di andare al lavoro. 
La focaccia era calda e fumante, appena comprata nel panificio, e la divoravo in un baleno. 
Mio nonno ci teneva a farmela trovare pronta quando arrivavo, e usciva di casa prestissimo per andarla a comprare. 
Più tardi la casa si riempiva dei profumi che venivano dalla cucina. I miei nonni, pur non essendo professionisti del settore, avevano fatto della passione per la cucina una vera e propria arte. 
Mio nonno era lo specialista della pasta, ed è stato lui ad insegnarmi a tirare la sfoglia e a fare i ravioli. 
Era un uomo dalla creatività vivacissima e geniale. Era un falegname, anche se questa parola non rende l'idea della sua bravura. Era un artigiano, nel senso che conosceva l'arte di lavorare il legno alla perfezione e quello che usciva dalle sue mani era un capolavoro. I suoi mobili, le sue sedie erano perfetti. I suoi intarsi sembravano dipinti e ancora oggi, a distanza di decenni, ci si può passare sopra il dito senza sentire soluzione di continuità tra un tassello di legno e l'altro. 

Il suo compleanno era il 21 Settembre e, a partire da quando avevo quattordici anni, la torta per la festa l'ho sempre fatta io.
- La mia pasticciona - mi diceva lui ridendo, guardando con orgoglio le mie creazioni e correggendo subito dopo in "pasticcera". 
La torta, di qualunque tipo essa fosse, conteneva sempre dell'uva, in parte perchè era di stagione, ma soprattutto perchè a lui piaceva molto. 
Nonno è morto nel 2009, a 94 anni. Qualche giorno fa, pensando a lui, ho realizzato che se fosse stato vivo quest'anno avrebbe compiuto 100 anni. 

Così ho deciso di dedicare a lui i miei croissants per la sfida di Settembre, per ricordarlo e per augurargli buon compleanno. Ho voluto che nella ricetta ci fosse dell'uva, anche se qui in Australia non è di stagione e trovarla è stato difficile. 

Croissants sfogliati alle mandorle con composta calda di uva e mele 

Ingredienti per i croissants
320 g di farina 00
80 g di farina di mandorle
220 ml di latte
40 g di burro ammorbidito a temperatura ambiente
30 g di zucchero
4 g di lievito di birra istantaneo
9 g di sale
4 g di aceto di vino bianco
un uovo per la spennellatura
mandorle sfilettate per guarnire
200 g di burro per la sfogliatura

Ingredienti per la composta
Un grappolo di uva bianca
Una mela
4 cucchiai di zucchero
Il succo di mezzo limone
semi di vaniglia


Per la ricetta , come da indicazioni, ho seguito quella del blog di Luisa Jane. 
Ho variato solo una cosa: ho sostituito il 20% della farina con farina di mandorle (ho letto dopo che non era consigliata.. per fortuna la pasta non si è strappata).
Oltre a questo, purtroppo non possiedo una bilancia, quindi le misure sono approssimate a cucchiai.
Le foto, purtroppo, sono pietose come al solito -.-

Ho eseguito il primo impasto, l'ho fatto riposare sei ore in frigo, quindi ho spianato il panetto di burro tra due fogli di carta da forno e ho iniziato a fare le pieghe.


Al termine ho fatto lievitare i croissants e li ho cotti secondo indicazioni.


Ho poi preparato la composta di uva e mele facendo cuocere tutti gli ingredienti per circa novanta minuti.


Con questa ricetta partecipo all'MTC di Settembre.



mercoledì 22 luglio 2015

Era una notte di tuoni e lampi

Erano le otto di sera di qualche settimana fa e stavo andando al lavoro per fare il turno di notte. 
Era una tipica serata di questo mio primo inverno australiano. Un Italiano associa sempre il mese di Giugno col caldo, e invece no, qui è inverno e fa freddissimo.
Quella sera il cielo tutt'intorno al paese era pieno di lampi e la pioggia veniva giù a catinelle.

Sono salita su Torcina, la mia macchina, parcheggiata davanti a casa, giusto prima di inzupparmi fino alle ossa, ho messo in moto  e come di consuetudine ho iniziato a cantare, per farmi compagnia e far passare più velocemente i 55 chilometri che mi separano dal luogo dove lavoro.
Devo dire che mi piace guidare, e soprattutto mi piace farlo su questa strada, che di giorno è circondata da verdissimi campi di grano che si estendono a perdita d'occhio, boschetti di eucalipti e pascoli.
Di notte la strada è nera come la pece. Non c'è un lampione, una casa, nulla. L'unica eccezione, a metà strada, è un caravan park con annesso ristorante. Oltre a quello non c'è nessun'altra presenza umana. La strada è abbastanza trafficata durante il giorno, ma di notte diventa un deserto, si guida per 55 chilometri senza mai abbassare gli abbaglianti.
Di notte ci sono solo le mie canzoni a rompere il silenzio, e le stelle che mi scintillano sulla testa.
Di solito guido e canto persa nei miei pensieri e quando arrivo a destinazione quasi non mi rendo conto della strada percorsa. Quella notte però non è andata così.

- Oh Lady Lady Oscar, le gran dame a corte ti invidiano perchè, oh Lady Lady Osc....
-VRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRR
- Torcina? TORCINA? cosa stai combinando? Cos'è questo rumore?
-VRRRRRRRR.....TOC
- Torcina?
- ......
- Torcina!!!!!

E' una notte buia e tempestosa e la tua macchina, dopo aver emesso uno strano rumore da falciatrice inceppata, si è spenta e non riesci più a metterla in moto. Ovviamente sei in mezzo al nulla. Per prima cosa guardi il cellulare, ma ovviamente non c'è campo.
Ciao. Benvenuta nel bush australiano.

Ok. Sangue freddo. Rilassati. Come no. Sono le 20.30, e tra mezz'ora e trenta chilometri dovrei essere al lavoro. E invece sono qui. Cosa faccio adesso? Non passa nessuna macchina a cui poter chiedere aiuto.
Aspetta, poco fa ho passato il caravan park. Riuscirò a raggiungerlo a piedi? Dicono che se si ha un problema nel bush non bisogna mai lasciare la macchina. Ma cosa faccio qui, tutta la notte? provo a raggiungere il caravan park. Ora non piove. E i fulmini? chissà quanto è lontano il temporale. Non per niente, la strada che dovrei fare a piedi è bordata da alberi altissimi...
Ecco un lampo. Uno, due tre, quattro, cinque, sei, sette.. ecco il tuono. Sette secondi. Sarà abbastanza lontano? Sono pazza a pensare di raggiungere il caravan park a piedi? Forse sì. Ma lo sapevo già. Coraggio. Andiamo.

Spengo i fari e precipito nel buio. Chiudete gli occhi. Ecco, così. Il buio della strada è così.
Cammino più rapida che posso. Il caravan park non può distare più di un chilometro. Cammino senza sapere dove metto i piedi, beccando ovviamente tutte le pozzanghere della strada. L'unico rumore è quello dei miei passi e dei tuoni in lontananza. Cammino in mezzo alla strada (o almeno credo) il più lontano possibile dagli alberi.

Dopo un tempo che mi sembra infinito arrivo finalmente ad una piccola costruzione da cui filtra una luce. Il ristorante del caravan park. Ma la porta è chiusa. Il locale è vuoto, chiude alle 20. Provo a bussare, nella speranza che ci sia ancora qualcuno, magari il titolare che lava i pavimenti. Busso più volte, ma non c'è nessuno.
Allora entro nel caravan park. Delle voci. Qualcuno sta parlando davanti ad una roulotte. Seguo le voci, e infine arrivo ad una tenda dove un gruppo di uomini avviluppati in pesanti giacconi sta fumando e bevendo.

- Ehm, scusate........SCUSATE!!!
Ci metto un po' per farmi notare. Forse la ragione è nelle bottiglie di vodka mezze vuote che sono sul tavolo.
Alla fine mi vedono. Chiedo se nel caravan park c'è un telefono pubblico, ma loro non ne hanno idea. Spiego che ho avuto un guasto alla macchina e che devo fare una telefonata.
Uno di loro mi porge un cellulare. Peccato che non ci sia campo. Intanto iniziano a mettermi a fuoco.
- Un guasto alla macchina hai detto, eh?
- Sei di qui?
- Sei sola?

Infine uno di loro si alza, e solo in quel momento mi accorgo che è una donna, l'unica della compagnia. Con parole malferme mi dice che mi accompagnerà dai gestori.
Fa fatica a reggersi in piedi.
- Scusami, devo essere un po' ubriaca - mi dice. Giusto un filino.
Barcollando mi accompagna su per una scala, e infine bussa ad una porta.

- Salve, la mia macchina si è guastata proprio qui vicino. Avete per caso un telefono fisso? dovrei fare una telefonata.
I gestori ringraziano la signora che mi ha accompagnata, mi fanno entrare ed usare il telefono fisso. Chiamo mio marito e il posto di lavoro, spiegando il problema. La mia collega mi dice di stare tranquilla. Sono cose che succedono.
Intanto fuori è arrivato il temporale. Piove a catinelle e i lampi illuminano la strada a giorno. Sono ormai le 21.15.
Mentre aspetto che arrivi mio marito chiacchiero un po' con i gestori. E' una coppia di mezza età proveniente da Perth, che ha rilevato il caravan park da sole sei settimane. Mi chiedono da dove vengo, gli racconto che sono Italiana e che vivo in Australia da Gennaio.
- Ah, italiana! Conosci Valentino Rossi? - mi chiedono.

Chiacchieriamo. Mi offrono tè e biscotti, e intanto mi chiedono di descrivergli il problema che ho avuto con Torcina.
- Dev'essere una cinghia del motore allentata- diagnostica il gestore, che ha lavorato per qualche tempo come meccanico - dì a tuo marito di tornare qui, dopo che ti ha accompagnata al lavoro, così andiamo a vedere la tua macchina.
Per la cronaca, la diagnosi era azzeccata.

Infine mio marito arriva, mi accompagna al lavoro, e la brutta avventura notturna si conclude.
Non posso fare a meno di pensare di essere stata molto fortunata: in 55 km, la macchina si è guastata proprio vicino all'unico posto dove avrei potuto ricevere aiuto.
Ora nella mia lista di cose da fare si sono aggiunte l'acquisto di una torcia potente da tenere in macchina e magari un piccolo corso di pronto intervento meccanico. Tipo come si fa a cambiare una ruota, aggiungere acqua al radiatore, cose così.
Piccolezze, che però qui possono fare la differenza. Specie se il prossimo guasto dovesse essere tipo a trenta chilometri da ogni possibile soccorso.
E questo è solo il bush. Se un giorno dovessimo trasferirci nell'outback, dove la natura è davvero selvaggia, l'acquisto di un telefono satellitare potrebbe essere indispensabile.