mercoledì 18 giugno 2014

Esami di Inglese e salamandre gonfiabili

Sto studiando per l'IELTS Academic, esame che ho già dato due anni fa, ma il cui risultato, ahimè, vale solo per due anni.
Non voglio parlarvi dell'esame, una cui esauriente descrizione si può trovare nella pagina di Wikipedia che ho linkato, ma soffermarmi su un paio di cose.

La prima è che in questo esame può capitare di dover parlare o di dover scrivere di qualunque argomento, da come salvare la foresta amazzonica al problema dell'erosione del suolo.
Ovviamente, visto che questo è solo un esame di Inglese, in realtà quello che si scrive o di cui si parla non ha importanza, purchè sia corretto e coerente. Nessuno richiede che sia vero.
Ho sperimentato personalmente questa cosa la volta scorsa, dove una delle due prove scritte era sulle motivazioni e sulla prevenzione della criminalità giovanile. Dopo un attimo di smarrimento (non so NULLA a riguardo) mi sono inventata di sana pianta teorie "di un'università americana" su come l'ambiente influisca sui bambini imprimendo un'impronta indelebile sulla loro psiche e influenzando fortemente la loro vita, e ho proposto rimedi adeguati. E' andata bene.

Da un certo punto di vista è anche divertente. Il problema, per me, è che, soprattutto nelle domande orali, ho la tendenza a dire sempre la verità, in quanto è molto più semplice ed immediata rispetto all'invenzione di una storiella.
L'esaminatore della prova orale, la volta scorsa, dopo una serie di domande generali sull'Italia (il clima nelle varie zone, le città d'arte, la cucina, il mare) è passato allo sport, focalizzandosi sul calcio.
E io, di calcio, non so assolutamente nulla. Per dire, non sapevo neanche che quest'anno ci fossero i mondiali, e quando l'ho scoperto ero convinta che fossero in Qatar.
L'esaminatore è passato da domande generali ( quali devono essere le qualità di un calciatore) fino a quesiti sempre più specifici sulla mia squadra preferita (ehm) fino ad arrivare a: "Nominami un calciatore italiano" al che io l'ho guardato preoccupata e mi sono spremuta le meningi.

In realtà avrei potuto dire qualunque cosa, proprio perchè per l'appunto la veridicità di quello che viene detto non ha importanza. Mi sarei potuta inventare un certo Mario Parodi che gioca nella Sampdoria e sarebbe andata benissimo.
Invece ho cercato disperatamente di ricordare il nome di qualcuno, senza riuscirci. In realtà conosco il nome di parecchi giocatori, ma quando sono sotto pressione nella mia mente si crea il vuoto.

- E allora, questo giocatore italiano?
- Ehm...
- Dai su, uno qualunque!
- ....
- ....
- ....
- ....
- Ehm..boh... Maradona?

Lui ha sgranato gli occhi ed è passato ad un'altra domanda.
Solo una volta a casa ho scoperto che Maradona non è italiano :-)

Le domande dell'orale comunque, sono veramente interessanti, e sarei curiosa di conoscere chi le ha ideate.
Io le suddivido in varie categorie.
Normali, ovvero domande a cui prima o poi tutti nella vita dobbiamo rispondere, tipo:
- Di cosa ti occupi? Studi o lavori?
- Come mai stai sostenendo l'IELTS?
- Da dove vieni?

Eccentriche, ovvero domande che difficilmente qualcuno mi rivolgerà mai nella vita reale, ma che tutto sommato non sono poi così folli o lo sono solo limitatamente, tipo:
- Perchè la gente compra dei souvenir?
- Quali sono i problemi degli adolescenti, nel tuo paese?
- Credi che i viaggi in treno siano comodi?
- Credi che i governi possano influenzare il tipo di sport praticato dalle persone?
- Chi, a tuo parere, dovrebbe avere il diritto di giudicare come un edificio si debba presentare esternamente, dal punto di vista estetico?

Poi ci sono le domande della categoria "In che senso?" ovvero quelle a cui, dovendo rispondere, non riesco a trattenermi dal fare mille distinzioni, tipo:
- L'arte del tuo paese è simile a quella estera? 
Risposta: dipende dal periodo, dipende da cosa si intende per "estera", certo se parliamo dell'Isola di Pasqua no, non c'è niente in comune a meno che bla bla bla, ma poi il Rinascimento, l'arte europea, bla bla bla.

Una sottocategoria di "In che senso?" è composta dalle domande "Ehm... cosa?" ovvero quesiti che forse hanno un senso in altri contesti, ma che non si possono applicare alla situazione italiana, almeno nella zona che mi è nota, tipo:
- Nel tuo paese, tra le persone che vivono in città e quelle che abitano in campagna c'è un senso di rivalità o di cooperazione?

Infine c'è l'ultima categoria, quella della "Follia senza speranza di recupero", che comprende domande che mi farebbero spalancare la bocca, e la cui sola risposta sensata sarebbe: "Lei sta scherzando, spero".
Un esempio è la seguente:
- Cosa faresti se il livello degli oceani si alzasse e sommergesse la tua città natale?
Ovviamente vale sempre lo stesso discorso, quindi inventare, inventare, inventare. E a domande folli, dare risposte folli. Ad esempio a quest'ultima assurda domanda potrei rispondere, con un sorriso e la massima nonchalance:
- Oh, non c'è problema. Tengo sempre con me una salamandra gonfiabile gigante, proprio per poterci salire sopra caso mai il livello degli oceani salisse...

Ah, per chi se lo stesse chiedendo: sì, tutte queste domande provengono da elenchi di quesiti davvero posti durante l'esame. 

lunedì 16 giugno 2014

Di street food e cibi del cuore

Questo mese, leggendo che il tema dell'MT Challenge era la piadina ma più in generale lo street food, il mio cuore ha fatto un balzo.

Questa volta niente falafel, niente hummus: almeno per questo mese mi è stato subito chiaro che la mia ricetta avrebbe incluso sapori per me noti e familiari.
Non sono sicura sul perchè di questa scelta, ma sicuramente è legata al fatto che, almeno in Liguria, tra gli street food ci sono alcuni tra i cibi più noti e amati della regione.
Parlare di street food è parlare dei profumi e dei sapori che impregnano le strade, è parlare di un cibo che è patrimonio di tutti, senza distinzione, è parlare di qualcosa che è strettamente legato all'anima, allo spirito di un posto.

Se chiudo gli occhi e penso ai profumi della mia città, nella mia mente affiora l'odore umido di ombra e di ardesia che sale dal selciato dei vicoli, e che a tratti si accavalla con l'odore intenso del pesce fresco, il sentore della trippa, l'aroma di pasta di mandorle delle pasticcerie.
Su tutto, però, prevalgono due profumi: quello untuoso e fragrante della focaccia appena sfornata e l'aroma della farinata.
E' tra questi due profumi che si estendono, per me, le parole "street food", e visto che fare la piadina con la focaccia è una cosa che non si può sentire, la mia ricetta per la sfida sarebbe stata con la farinata, senza nessun dubbio. Farinata e una salsa saporita.

Piadina con farinata e salsa di cipolla e peperone

Per la piadina
500 g di farina 00
125 g di acqua
125 g di latte parzialmente scremato
100 g di strutto (per me 80 g di olio extravergine di oliva)
15 g di lievito per torte salate
10 g di sale fine
un pizzico di bicarbonato

Per la farinata
farina di ceci ( 1/4 rispetto alla quantità di acqua)
acqua
sale

Per la salsa
Una cipolla rossa
un piccolo peperone rosso
50 g di noci
3 cucchiai di aceto balsamico
un rametto di timo
olio
sale

Come da regolamento, per la ricetta della piadina ho seguito fedelmente le indicazioni Tiziana. Qui ovviamente lo strutto non c'è, e l'ho quindi sostituito con l'olio evo.
Per la farinata, ho messo la farina setacciata in una ciotola (200 g), e ho quindi incorporato lentamente 800 g di acqua, mescolando a lungo prima con una frusta e poi con un cucchiaio, finchè tutti i grumi non si sono dissolti e la pastella è diventata omogenea. Ho quindi lasciato la ciotola a riposare per sei ore, dando una mescolata ogni tanto.

Nel frattempo ho abbrustolito sul fornello il peperone, l'ho pelato e l'ho messo da parte. Ho affettato sottilmente la cipolla e l'ho cotta in padella con un filo d'olio, il rametto di timo, un pizzico di sale e un po' d'acqua. Al termine della cottura ho aggiunto l'aceto balsamico. Ho quindi messo il peperone e la cipolla nel mixer, aggiungendo le noci e un filo d'olio. Ho frullato il tutto e ho regolato il sale. 



Ho creato le piadine secondo le indicazioni di Tiziana. 


Nel frattempo ho acceso il forno a 250°C e ho oliato abbondantemente una teglia, versandovi quindi sopra la pastella. Con l'aiuto di una forchetta ho quindi miscelato la pastella con l'olio sottostante, fino ad avere la superficie piena di bollicine di olio. Quando il forno ha aggiunto la temperatura, ho acceso il grill e ho infornato la farinata nel ripiano più alto.
Dopo circa 15' l'ho sfornata. Purtroppo il mio forno pende in avanti, quindi non ho ottenuto uno spessore uniforme, ma il risultato complessivo è stato comunque abbastanza sottile.




Ho quindi farcito le piadine con la farinata e abbondante salsa. 


Con questa ricetta partecipo all'MT Challenge di Giugno.

martedì 27 maggio 2014

Babà obesi ai profumi d'oriente

Questo mese, complici una serie di cose, mi sono ritrovata a dover preparare la ricetta per l'MT Challenge di Maggio negli ultimi giorni utili prima del termine della competizione.
Quando ho visto che l'argomento della sfida era il babà, ho avuto una duplice reazione: da una parte un'ansia leggera, dall'altra una forte curiosità.
L'ansia è dovuta al fatto che la mia esperienza del sud Italia è limitata a tre giorni sulla Costiera Amalfitana. Questa è una cosa che mi crea sempre un certo imbarazzo, specie quando gli amici americani o britannici buttano lì un'osservazione tipo questa:
- Ma che bella la valle dei templi di Agrigento! la Sicilia ci ha incantati! ma dicci, tu che sei Italiana, qual è la parte più bella dell'isola?
Al che posso solo arrossire e confessare con un po' di vergogna che conosco più l'Australia del meridione del mio paese. E' increscioso, lo so.

Dal punto di vista culinario devo ammettere che le cose sono anche peggiori, in quanto una buona parte delle specialità meridionali mi sono totalmente ignote, a livello "non ne ho mai sentito parlare".
I babà li conoscevo di nome, e credo di averli intravisti in qualche pasticceria, ma li ho sempre associati al rum, e vista la mia idiosincrasia per l'alcool me ne sono sempre tenuta lontana.

Però, come dicevo prima, oltre all'ansia c'era anche la curiosità. Questo mese, grazie alla ricetta di Antonietta, mi sarei potuta cimentare in una preparazione che non ho mai provato e che è uno dei cavalli di battaglia di una tradizione gastronomica che voglio assolutamente scoprire e assaporare.

Ho passato quindi giorni a pensare a come sarebbero stati i miei babà. Mi sono persa tra le creme, tuffata in una profusione di sciroppi e ho passato lunghe ore pensando agli abbinamenti. Alla fine stringevo in mano un foglietto con due diverse opzioni. Avrei desiderato proporle entrambe, purtroppo alla fine non ci sono riuscita. Spero di aver scelto la ricetta migliore... :)

Ovviamente, come sempre quando tento di cucinare un piatto italiano qui, l'intoppo era dietro l'angolo, e proprio dove non me lo aspettavo. Avevo studiato con attenzione gli ingredienti, cercando di armonizzare il babà con i profumi e i sapori della pasticceria locale. Avevo scartato subito l'alcool, in parte perchè, una volta aggiunto, i dolci avrebbero perso per me ogni attrattiva, in parte perchè qui comprare gli alcoolici è una faccenda complessa, che inizia con una (costosa) licenza annuale rilasciata dal governo (che io non possiedo) e che termina in negozi un po' discosti dalle vie principali, con i vetri oscurati e gli scaffali carichi di costosissime bottiglie.
Una volta stabilita la ricetta e comprati gli ingredienti ero sicura di essere a cavallo. Mi mancavano solo gli stampini monoporzione.
Ho setacciato i negozi, ho frugato sugli scaffali dei supermercati. Niente. O meglio, niente che avesse una forma vagamente somigliante e un prezzo abbordabile. Alla fine ho dovuto ripiegare sugli stampini rotondi monoporzione di alluminio della Cuki, portati dall'Italia.
I miei babà hanno compiuto l'ultima lievitazione lì dentro, gonfiandosi a dismisura e saturando ogni più piccolo spazio, per poi fuoriuscire baldanzosi e arroganti dal contenitore, come per mostrare entusiasticamente la propria mole.
Ho creato i babà obesi.

Un'ultima considerazione prima di inserire la ricetta.
Mi è piaciuto fare questi dolci. A volte mi succede di sentirmi in assoluta sintonia con un impasto, lo sento leggero sulle mie dita, carico di profumi, setoso, e non posso fare a meno di pensare che verrà bene. Questo è stato il caso dei babà, ma non è tutto qui.
Da quando sono in questo paese, l'autenticità del cibo che preparo ha assunto per me un'importanza enorme. Con autenticità non intendo "la ricetta originale", ma un piatto che ha radici nel passato, che si è evoluto passando attraverso innumerevoli mani, nel corso dei secoli. Una ricetta che solo a leggerla capisci che ha una storia.
I babà li ho sentiti autentici, veri. Durante la lievitazione e la cottura hanno saturato il mio appartamento di un profumo "di casa", di cose fatte col cuore e tramandate nelle generazioni, e l'aver scoperto questo impasto mi ha dato una gioia immensa.

Babà obesi allo sciroppo di fiori d'arancio, mahalabyia e halva

Per i babà
300 g di farina bio tipo 0 Manitoba
3 uova categoria a grandi
100 g di burro
100 g di latte
25 g di zucchero
10 g di lievito di birra
1/2 cucchiaino di sale fino
50 g di scorza d'arancio candita (aggiunta personale)

Per la bagna
300 ml di acqua
500g di zucchero semolato finissimo (caster sugar)
4 cucchiai di succo d'arancio
4 cucchiai di acqua di fiori d'arancio

Per il mahalabyia
350 ml di latte
1 cucchiaio di maizena
2 cucchiai di caster sugar
20 gr di farina di mandorle
qualche goccia di acqua di fiori d'arancio

Per l'halva
200 g di miele
100 g di tahine

Per la lucidatura
4 cucchiai di gelatina di arance

Come da regolamento per l'impasto del babà ho seguito la ricetta di Antonietta. Non sono riuscita a reperire la Manitoba, quindi ho ripiegato su un'altra farina di forza. Ho inoltre aggiunto 50 g di scorza d'arancia candita a cubetti.
Mentre i babà eseguivano le loro lievitazioni, ho preparato l'halva.
Col nome "halva" si intendono due diverse preparazioni, entrambe piuttosto comuni nel Medio Oriente: una è una specie di polentina, solitamente a base di semolino, mentre l'altra è un dolce estremamente friabile a base di miele, con qualcosa in comune col torrone. L'halva presente nei miei babà è il secondo.
Per la realizzazione ho fatto cuocere il miele (ho usato quello di acacia) a fiamma bassa, mescolando saltuariamente, fino a circa 115°C, ovvero, per me che ho lasciato il termometro da zucchero in Italia, fino allo stadio in cui, facendo cadere una goccia in acqua fredda, questa al tatto si rivela una pallina morbidissima.
A questo punto ho tolto il miele dal fuoco e l'ho lasciato raffreddare per un paio di minuti. Nel frattempo ho scaldato il tahine a occhio (per chi ha il termometro fino a 50°C). Ho quindi unito i due composti e mescolato bene, rovesciando poi il tutto su un foglio di carta da forno.



Quando l'impasto è diventato sufficientemente freddo da poter essere preso in mano, l'ho trasferito in frigo per qualche ora, ben avvolto per evitare che diventasse umido.
Una volta ben rassodato e cristallizzato l'ho tagliato a pezzettini.

Nel frattempo i miei babà obesi avevano terminato le loro lievitazioni, quindi li ho cotti seguendo le indicazioni di Antonietta, li ho sfornati e li ho fatti raffreddare.



Ho quindi preparato lo sciroppo per la bagna.
Ho portato l'acqua a bollore, quindi ho unito lo zucchero e il succo d'arancio. Quando lo sciroppo ha iniziato ad avere una certa consistenza ho spento il fornello, ho aggiunto l'acqua di fiori d'arancio e ho bagnato i babà fino a saturazione.



Poichè mi era avanzato dello sciroppo, ho proseguito per qualche minuto la cottura, fino ad ottenere un fondente da cui ho ritagliato stelline decorative.


Infine ho preparato il mahalabyia, una crema di origine egiziana ma diffusa anche in altre zone del Medio Oriente.
Ho miscelato la maizena e lo zucchero, aggiungendo il latte caldo a filo e quindi l'acqua di fiori d'arancio e mescolando con una frusta per evitare i grumi. Ho quindi spostato la preparazione sul fornello più piccolo, tenendo la fiamma al minimo, e ho continuato a mescolare con un cucchiaio di legno. Al primo accenno di bollore ho aggiunto la farina di mandorle, sempre continuando a mescolare. Dopo circa 15 minuti il composto ha iniziato a velare il cucchiaio e in pochi minuti è diventato cremoso.

Ho lucidato i babà con la gelatina, quindi ho completato con il mahalabyia e i pezzetti di halva.


Con questa ricetta partecipo all'MT Challenge di Maggio.


giovedì 24 aprile 2014

Di scrostamenti e maledetti virus

Lo so, il titolo fa un po' schifo, e prima che me lo chiediate: no, non mi sono presa la varicella (già fatto a 14 anni), e grazie al cielo il vaiolo è stato eradicato.
E' successo che circa dieci giorni fa stavo infornando il pane, come faccio ogni giorno. Passato il giusto tempo ho tolto le baguette dalla teglia: dorate e profumate come al solito, ma avevano sopra dei puntini neri luccicanti. Lì per lì non ci ho fatto caso, ho pensato a qualche strana reazione della farina, le ho spolverate con un panno e ce le siamo mangiate.
La sera dopo si replica, apro il forno e noto di nuovo sul pane delle particelle nere luccicanti. Questa volta sono più grosse, circa mezzo centimetro, e più numerose. Ne prendo una in mano e la osservo: è vernice. Il forno si sta scrostando. 
Una veloce indagine con una torcia rivela una zona piena di bollicine nella parte alta, subito sopra la resistenza.

Sospiro. L'elettrodomestico è nuovo, di una marca nota anche in Italia, e l'abbiamo comprato solo quattro mesi fa. Provo a cercare online, ma non trovo notizia di forni elettrici scrostati. La vernice interna, mi dice anzi un sito, è termoresistente fino a 350°C. 
Già. Ricordo di aver letto una volta da qualche parte un paragrafo che veniva definito come una delle "leggi fondamentali dell'economia", e che da quando sono qui mi torna spesso in mente.
Il succo era che un qualunque aggeggio venduto in Occidente è diverso dallo stesso aggeggio della stessa marca venduto altrove. Per l'Occidente si usano tecnologie e materiali migliori ( e questo risulta in un costo maggiore) e per gli altri posti si utilizzano materiali, tecnologie e manodopera di livello più basso. Conseguentemente l'aggeggio venduto altrove è di qualità peggiore ma ha anche un costo più basso e questo permette alla gente di comprarlo.

Io non capisco niente di economia, ma sospetto che la vernice del mio forno non sia di quelle che arrivano a 350°C senza deteriorarsi. Dal momento che siamo in garanzia decidiamo di andare nel negozio dove l'abbiamo comprato per chiedere cosa fare. Nel frattempo, poichè la vernice non è proprio un toccasana,  le baguette per sicurezza finiscono nella spazzatura.
Il giorno dopo andiamo al negozio. I commessi sono perplessi, fanno fatica a capire quale sia il problema, comunque ci dicono che contatteranno la ditta e che un tecnico verrà a vedere. 
Passano i giorni e non si fa vivo nessuno. Nel frattempo il forno non lo uso e le baguette sono state sostituite dal pane arabo in padella e da quella che ho chiamato panpizza, ovvero pizza in padella. 

Finalmente l'uomo arriva, guarda il forno, passa la mano sulla resistenza e fa notare che non si stacca nulla. Gli facciamo notare che il problema non è nella resistenza ma sopra, sul "soffitto" del forno. Lui guarda ma non riesce a capire. Infine mio marito passa una mano sulle bollicine e gli fa vedere i frammenti di vernice. 
Lui è perplesso. Mi ricorda quest'altro tecnico qui. Infine ci dice che contatterà la ditta e ci farà sapere il giorno seguente.
Il giorno dopo non chiama nessuno, e nemmeno il giorno dopo ancora. Il terzo giorno mio marito prende il telefono e lo chiama.
- No, non mi ero dimenticato - dice lui - ma la ditta non ha ancora stabilito cosa fare. Vi richiamo io.

Due giorni dopo telefona. Due uomini verranno a prendere il forno, e poi ci faranno sapere. Mi sembra di essere ad un colloquio per un lavoro per il quale abbiamo poche speranze.
Gli uomini sono venuti, si sono portati via il forno e con esso i fornelli sovrastanti.

Ora la cucina ha un aspetto desolato, vicino al frigo c'è un buco, e l'unica cosa che mi è rimasta per cucinare è il nostro scalcagnato microonde, quello che utilizziamo esclusivamente per farci il tè e per scaldare cibi già cotti. Ho un libro con 600 ricette per il microonde, ma quasi tutte prevedono la funzione combi o quella crisp, e il mio povero elettrodomestico non ha nessuna delle due, è vecchio, semplice e incrocio le dita che ora non inizi a scrostarsi pure lui. Oltre a tutto questo gli unici recipienti che possiedo idonei al microonde sono le tazze e un piatto di vetro con i bordi.
- ... e quindi capisci, dobbiamo comprare un fornellino elettrico, o quanto meno altri recipienti per il microonde. Non possiamo andare avanti così. Io con cosa cucino?  - ho detto oggi a mio marito.
Lui mi ha guardata a lungo. Non ci sono problemi, mi ha detto. In qualche modo facciamo.
Forse l'ansia per la preparazione del cibo è una cosa scritta solo nel mio DNA italiano e i suoi geni statunitensi ne sono immuni.
Comunque sia, comprerò qualche scodella e dei recipienti adatti. Nel frattempo, se qualcuno avesse delle ricette per microonde senza funzioni sofisticate, e me le segnalasse, si conquisterebbe la mia eterna gratitudine.

Domani andremo al centro commerciale per comprare i recipienti, e speriamo di non portarci a casa altro.
Il fatto è che, purtroppo, da un paio d'anni qui in Medio Oriente c'è un brutto coronavirus responsabile della Middle East Respiratory Syndrome (MERS) più nota come la SARS del Medio Oriente. Per chi non l'avesse mai sentita nominare c'è una pagina di Wikipedia a riguardo.
Ultimamente da queste parti ci sono stati alcuni casi mortali. Non sono i primi, ce ne sono stati altri, ma ora sono morte tre persone a pochi giorni di distanza l'una dall'altra. I giornali ovviamente riportano dettagliatamente il fatto: "Due morti per MERS, 24 persone in quarantena" "un altro morto, altri otto in quarantena" e così via. 
Un po' di ansia c'è. La situazione è sotto controllo, niente a che vedere con l'Arabia Saudita, dove sembra che il virus abbia colpito più a fondo, ma una leggera inquietudine quando andiamo in posti affollati come i centri commerciali ce l'abbiamo. Ovviamente giriamo col gel disinfettante per le mani in borsa, stiamo ben attenti a non toccarci il viso...però un filino di ansia c'è sempre. Quella signora che sta starnutendo vicino a me avrà davvero solo il raffreddore? il bambino che ha tossito e poi ha schiacciato il pulsante dell'ascensore starà mica male?
Purtroppo è così. Comunque sia la situazione è sotto controllo e il governo sta adottando misure efficaci per contenere il fenomeno.
Tra l'altro la temperatura esterna inizia ad essere alta, siamo sui 38-40°C, e lo sbalzo con l'interno degli edifici (dove c'è l'aria condizionata a palla) causa facilmente un'infreddatura. 
Accidenti ai virus. E in misura minore anche ai forni scrostati...

PS: il post sull'Australia è in elaborazione..

domenica 13 aprile 2014

Quella lettera che non avevo terminato


Cara Marta,
se devo essere sincera, la prima volta che ti ho incontrata ho pensato che tu fossi matta. 
Era il Settembre del 1998, all'inizio della seconda liceo - il quarto anno - ed io ero una sedicenne con lo smalto viola sulle unghie, introversa e probabilmente insopportabile.
Era il cambio dell'ora, e stavamo aspettando la nuova professoressa di Italiano. Poi abbiamo sentito i passi nel corridoio, e sei entrata in classe. Ci hai guardato per un lungo minuto, poi hai iniziato a snocciolare tutte le cose che non andavano bene. Non si viene a scuola col trucco (ricordo che ho nascosto le mani sotto al banco e una volta a casa ho tolto lo smalto viola per non metterlo mai più), non si sta in classe con la sciarpa nè tanto meno col cappotto ( anche se la nostra aula era freddissima e piena di spifferi) e così via, tutte quelle regole che volevi che seguissimo per trasformarci in persone "civili".

Poteva dare fastidio, ma l'insofferenza smetteva di colpo - almeno per me - nel momento in cui iniziavi a spiegare. Le tue lezioni erano qualcosa di meraviglioso. Non erano solo di letteratura, nè di arte, nè di storia, ma di tutte queste cose combinate insieme, e - soprattutto - avevano la capacità di tenere la mia attenzione incollata alle tue parole, senza che riuscissi a distrarmi nemmeno per un secondo, tanto che alla fine dell'ora non riuscivo a capacitarmi che il tempo fosse passato così rapido. Avevano la capacità di toccare tutte le corde del mio cuore, e di emozionarmi profondamente. Non prendevo appunti, e devo confessarti di aver aperto il libro pochissime volte, durante i due anni in cui sei stata la mia insegnante. Non ne avevo bisogno. Mi bastava ascoltare, e grazie alle tue parole potevo quasi entrare nel periodo storico che stavi spiegando.

Mi ricordo quella mattina in cui ero appena arrivata in classe. Avremmo avuto un'ora con te e poi due compiti in classe, di due materie diverse.
Tu sei entrata e mi hai chiamata per interrogarmi. Io mi sono alzata un po' titubante, perchè il giorno prima non avevo nemmeno aperto il libro. Ma non serviva. Ricordo che tornai a posto con un nove. 
Le tue lezioni, Marta, te lo dico subito, sono ancora tutte lì, nella mia memoria, da "riconoscerai ch'i son Piccarda" a "Signori e cavallier che ve adunate, per odir cose dilettose e nove", da "donna al telaio, gallina di pollaio e triglia di Gennaio" al "girasole impazzito di luce", e le considero una parte fondamentale del mio bagaglio culturale personale.

Ricordo quel giorno terribile in cui tuo fratello morì in un incidente d'auto.
Con due mie compagne di classe andammo al funerale. Ricordo che loro ti strinsero la mano e ti porsero le loro condoglianze, mentre io ti abbracciai stretta in mezzo alla chiesa, perchè in quel momento le formalità non avevano importanza, in quel momento non eri la mia professoressa ma solo una creatura disperata e in lacrime, e volevo farti sentire il mio affetto.

Alla maturità, una volta finiti gli orali, con mia grande gioia mi hai dato un pezzetto di carta con il tuo indirizzo.
- Scrivimi - mi hai detto.
La possibilità di restare in contatto con te negli anni a venire era una cosa per me eccezionale. Immaginavo pomeriggi passati a parlare di libri e di arte davanti ad una tazza di tè, magari consigliandoci a vicenda nuove letture.
Ricordo che sono tornata a casa e ho subito trascritto l'indirizzo su di una busta, per non perderlo. Poi ho preso un foglio e ho iniziato a scrivere.
La grande novità, in quei giorni, era che in autunno la mia vita sarebbe cambiata, in autunno avrei iniziato l'università in un'altra città, sarei diventata finalmente grande, non più una ragazzina ma un'adulta. Quello che mi premeva di dirti, in quella lettera, era spiegarti perchè avessi scelto un corso di laurea che non solo non era Lettere, ma era una cosa complicata e per te astrusa.
Ho iniziato a scrivere con foga, poi mi sono fermata. Non sapevo come spiegarmi al meglio. Avrei voluto scriverti una lettera bellissima, che ti colpisse al cuore come le tue lezioni facevano con me, ma in quel momento non mi venivano le parole.
Ho piegato il foglio e l'ho messo dentro alla busta. Ho pensato di aspettare che iniziasse l'università, così da poterti raccontare qualcosa sulla mia nuova vita.

Non sapevo, in quel momento, che quella lettera non l'avrei mai terminata. Pensavo che avrei potuto aspettare, pensavo che avremmo avuto tempo, ma mi sbagliavo.
Poco tempo dopo l'inizio dell'università tu te ne sei andata, portata via da una malattia rapidissima.
Ricordo che mia madre aspettò che io tornassi a casa per il weekend, e poi mi disse che tu non c'eri più. Ho pianto tutte le lacrime che avevo, per il dolore, per il rimorso di non averti più scritto, e mi sono fiondata in un piccolo cimitero dell'entroterra, per cercare la tua tomba.
Come sono arrivata davanti alla lapide ho capito subito che quello era il posto sbagliato. Non c'era nulla, lì, che mi parlasse di te. Tu non eri lì.
Ho imparato a cercarti tra le pagine dei libri che tu amavi, apro Dante ed ecco che ti vedo apparire tra le righe, ecco che sento la tua voce, come se tu fossi con me nella stanza.
Quando leggo La casa dei doganieri di Montale mi salgono le lacrime agli occhi. Quella ragazza di cui parla il poeta, quel ricordo evanescente il cui "riso non è più lieto", nella mia mente ha assunto le tue sembianze, e ogni volta che leggo la poesia è come se il poeta stesse parlando di te.

Così eccomi qui, Marta, a terminare quella lettera. Ti scrivo qui perchè non riesco ad immaginare nulla di più irreale di un blog, qualcosa che in effetti non esiste, qualcosa che non si può toccare, un posto dove si scrive per tutti e per nessuno ma soprattutto per se stessi, e dove ho l'illusione che anche tu possa leggere.
Ti scrivo adesso perchè mentre ero sull'aereo che andava in Australia ho visto sorgere l'alba, e le parole "dolce colore d'oriental zaffiro" mi sono affiorate nella mente, e ho pensato a te.
Ho pensato a tutte le cose che vorrei dirti, che vorrei raccontarti, a tutti i libri che ho letto in questi anni e di cui avrei tanto voluto poter parlare con te.
Tu hai conosciuto una ragazzina e oggi sono una donna, ma tante delle cose che oggi amo me le hai fatte scoprire tu, e sarebbe stato meraviglioso poterne parlare insieme.
Quindi ho deciso che il primo post al rientro sarebbe stato per te, per dirti che mi manchi, che mi mancano le conversazioni che avremmo potuto avere, mi manca il confronto che avrebbe potuto esserci.
Soprattutto, volevo dirti grazie, per tutto quello che mi hai dato. Pensando a te mi sono resa conto di come lo stipendio degli insegnanti sia simbolico: come si può ripagare la cultura, quella vera? le tue lezioni non avevano prezzo.

Ed eccomi in fondo ad una lettera cominciata quattordici anni fa. All'epoca avrei concluso con "un abbraccio", e lo faccio anche ora: ti mando un abbraccio virtuale, sperando che tu sia in qualche luogo e che il mio affetto ti possa raggiungere.

lunedì 7 aprile 2014

Tornata

Eccomi qui, ecco un post-che-non-è-un-post solo per dire che stanotte (o forse stamattina o stasera o ieri, non nominatemi "fuso orario" in questo momento) sono tornata dal viaggio in Australia.
Ho un sacco di cose da raccontare, sull'Australia e anche no, ma in questo momento il mio cervello è in modalità stand-by e qualcosa mi dice che è meglio aspettare che il jet lag sia passato.
Ora vado a farmi un caffè doppio, prima di crollare sul tappeto.

domenica 9 marzo 2014

L'italiana a bordo

Non posso negare che le sciagure aeree mi facciano sempre una certa impressione. 
Certo, lo so che ci sono eventi molto più micidiali, come le guerre, le epidemie, le carestie e via dicendo, ma l'impatto psicologico non è altrettanto forte. 
Voglio dire, tutte queste calamità mi danno l'impressione di poter essere in qualche modo evitate: ad esempio, non andrei mai in un paese in guerra, se dovessi andare in un posto dove c'è una malattia endemica mi farei vaccinare, e così via. Anche gli incidenti di macchina, che spesso vengono portati come termine di paragone sulla sicurezza dei viaggi in aereo, non mi colpiscono così tanto come un aereo che precipita.
Penso che sia una questione di possibilità. Ad un incidente stradale, anche brutto, si può sopravvivere, parola di una che l'ha sperimentato. Ma quando un aereo cade le possibilità di sopravvivenza si riducono drammaticamente. 
Ecco, quello che mi impressiona tanto è la parola intrappolata. Sono quei minuti, quei secondi in cui l'aereo sta cadendo e non è possibile uscire, non si può scendere, non si può scappare. 
Quei momenti mi terrorizzano. Quando leggo di una sciagura aerea quegli istanti sono la prima cosa a cui penso. Chissà quelle persone sull'aereo, chissà se si sono accorte. Duecentotrentanove persone, duecentotrentanove sconosciuti, duecentotrentanove uomini, donne e bambini che si sono trovati casualmente a dividere lo stesso piccolo spazio, e ora verranno sempre ricordati insieme, come gruppo, accomunati dal tragico destino.
Duecentotrentanove esseri umani, ognuno con la propria vita, i propri problemi, le proprie storie, le proprie piccole gioie e i propri dispiaceri. 
Ognuno con una famiglia, degli amici, dei legami, persone che ora si trovano a dover fare i conti col fatto che quella persona che amavano all'improvviso non c'è più. E non importa tanto la motivazione, che sia stato attentato, avaria tecnica o errore umano. E' devastante in ogni caso.

L'angoscia è raddoppiata dal fatto che tra poco tempo anche io e mio marito saremo su un aereo, anzi, saremo su più aerei, con destinazione Australia. No, non è ancora il trasloco, purtroppo. E' solo un viaggio, ma un viaggio importante.
Come dicevo QUI, volare ultimamente mi mette un po' in agitazione. Lo so, lo so: non me lo posso proprio permettere. Abitando in Asia e con la prospettiva di un trasferimento in Australia i voli aerei me li devo far piacere per forza. 
Certo, sarebbe bellissimo se uno potesse scegliere di cosa avere paura. Sarebbe bellissimo ad esempio poter dire:
-  Ho il terrore dei draghi volanti e degli orchetti, per non parlare di quei due liocorni della canzoncina... per fortuna non esistono
Quando avevo quattro anni i miei genitori mi facevano spesso ascoltare la marcia trionfale dell'Aida di Verdi. La musica mi piaceva molto, ma nella mia immaginazione questa Aida era una specie di mostro e si nascondeva dietro alla poltrona. Avevo sempre il terrore di vederla sbucare fuori. 
Certo, ero una bambina. Poi crescendo ho imparato che non c'era nessun mostro dietro alla poltrona, e la paura si è dissolta. 

La paura del volo però non riesco a dissolverla così facilmente, e così molte altre persone. Anzi, si potrebbe dire che è possibile dividere il mondo tra le persone che hanno paura di volare (con varie gradazioni di ansia) e quelle che invece prendono l'aereo senza problemi.
Mio marito ad esempio appartiene alla seconda categoria. Prende l'aereo con la stessa placida tranquillità con cui io salgo sull'autobus. 
Scenetta di ieri sera:
- Tesoro, lo sai che il modello dell'aereo precipitato è simile a quello di uno dei voli che ci porteranno in Australia?
- Cioè.. ma ti sembra il caso di dirmi una cosa del genere?
- Pensavo lo volessi sapere..
- No, non lo volevo affatto sapere. Non dirmi un'altra parola sull'argomento se non hai intenzione di portarmi sull'aereo in braccio, di peso.
- Ma dai, stai tranquilla!! Se leggessi che una Renault ha fatto un incidente, cosa fai? non sali più sul quel tipo di macchina? allora, visto che tutti i modelli di automobili prima o poi vengono coinvolti in qualche incidente, non dovresti più salire in macchina...

Tranquilla. Devo stare tranquilla. Niente ansia. Migliaia di aerei volano ogni giorno. Sono sicurissimi. Sicurissimi. Sicurissimi. 
Volare è bellissimo. Un'esperienza meravigliosa. L'Australia è splendida. Le leggi della fluidodinamica dicono..
No, non funziona. Continuo ad immaginarmi la pagina di giornale, magari scritta da qualche giornalista annoiato e impreciso.

"...l'aereo precipitato sembra sia di un modello simile a quello caduto qualche tempo fa al largo del Vietnam. A bordo c'era anche un'italiana di 33 anni, che stava andando col marito in Australia...".

Mi raccomando, se leggete una cosa del genere scrivete immediatamente all'autore dell'articolo. Io ho solo 32 anni, appena compiuti. Non cominciamo ad aggiungerne. Se invece me ne attribuissero meno lasciate pure correre.

Comunque sia, devo stare calma. Rilassarmi. Ora cerco su internet un corso di training autogeno o di meditazione trascendentale. 
E magari anche un buon paracadute, può essere sempre utile, non si sa mai...