martedì 15 ottobre 2013

Di assenze, premi e ricette

Quando ho aperto questo blog mi ero riproposta di pubblicare almeno un post ogni due settimane, ma come tutti i buoni propositi anche questo è caduto nel vuoto. Non certo perchè manca la voglia, piuttosto perchè non so mai di cosa parlare. Alcune cose sono private, altre poco interessanti, di altre ancora non parlo per evitare di innescare polemiche. Vivo all'estero, ma per scelta ho deciso di non fare del mio blog un'agenzia turistica dove trovare informazioni sui voli, prezzi degli hotel e attrazioni da visitare.
Il blog racconta qualche momento della mia vita qui nel deserto, ma tagliando questo e non scrivendo quello alla fine si riduce spesso ad una cronaca domestica di perdite, muffa e scarafaggi.
Le cose cambieranno, lo prometto. Sto progettando delle modifiche. Il problema vero è che ultimamente il tempo è stato davvero poco, abbiamo passato un mese impigliati nelle maglie della burocrazia australiana, con continue corse all'ambasciata e in una miriade di uffici sparsi per il Paese.
Non sono nemmeno riuscita a ringraziare Expat Blog, che a Settembre ha eletto questo spazio virtuale come blog del mese.

Quello di cui volevo parlare oggi riguarda però un argomento completamente diverso, ovvero la genesi di una ricetta.
Questo non è un food blog, ma non certo a causa dello scarso amore della scrivente per pignatte e pentolini. Il fatto è che non mi piace pubblicare un post con la mia esecuzione di un piatto inventato da altri, a meno che le modifiche apportate non siano talmente rilevanti da farne un piatto completamente diverso, ma non mi sembra che la cosa mi sia mai accaduta. 
Pubblicherei volentieri le ricette di mia invenzione, ma purtroppo, un po' complice la difficoltà di fare la spesa (ho la possibilità di comprare gli alimenti solo una volta alla settimana, quando andiamo in città), un po' il fatto che non sono mai contenta e modifico una ricetta mille volte, alla fine ben difficilmente divento così orgogliosa di un piatto da dire ecco, questo l'ho inventato io, ve lo propongo.
A questo proposito, vi chiedo: voi come create nuove ricette? dove trovate lo spunto? 
Conosco molte persone che inventano lì per lì cosa cucinare quando aprono il frigo o l'armadio, in base agli ingredienti presenti o a quelli con la scadenza più prossima. Anche io cucino la maggior parte dei piatti in questo modo, ma solitamente realizzare questi cibi non mi regala particolari soddisfazioni.
Le ricette che mi attirano di più sono il frutto di epifanie improvvise o, come mi capita dall'età di otto anni, di sogni notturni. Mi succede abbastanza spesso di sognare di assaggiare un piatto nuovo, mai visto prima, e, siccome ricordo sempre i miei sogni nel dettaglio, provo spesso a riprodurlo. 
I risultati, lo dico subito, non sono un granchè. Non sono mai riuscita a riprodurre come vorrei i biscotti ripieni, leggeri e friabili, farciti con una specie di marmellata al cedro candito. O il dolce al cucchiaio di melograno e fichi. O la salsa al timo. 
Ho creato un file intitolato "da provare" e scrivo lì tutti i piatti frutto di sogni o di idee improvvise. Accanto ad ognuno segno anche gli ingredienti usati, le prove che più si avvicinano a quello che desidero ottenere e i nuovi spunti.
Oggi vi regalo un paio di foto. Non la ricetta, perchè quella deve ancora essere perfezionata, ma le foto ritraggono il piatto esattamente come l'ho immaginato.
Si tratta di "rose vegetariane" (qui con le cipolle) e no, non è un muffin.



E voi? Da dove prendete lo spunto per nuove ricette?

venerdì 30 agosto 2013

Bentornati a casa

Le vacanze finiscono, è ora di tornare a casa. Confesso che, per quanto possano essere belli e affascinanti i posti visitati durante le vacanze, ho sempre provato piacere al pensiero di tornare nella mia casetta, di rivedere gli oggetti noti, di sentirmi di nuovo dentro l'accogliente e familiare rifugio della vita di tutti i giorni.

Poi certo, ci sono le eccezioni. Sono salita sull'aereo, e mentre le ore si sgranavano lente ho cercato di immaginare come avrei ritrovato il mio appartamento dopo questi mesi di assenza. Chissà, sicuramente ci sarebbe stata della sabbia sotto alle finestre. E della polvere, certo. E magari qualche soffitto gocciolante. 
Non sono riuscita ad immaginare nient'altro e ho pensato, sorridendo, che in fin dei conti non erano poi grossi problemi. Nei punti in cui i soffitti gocciolano avevo lasciato una bacinella, in misura preventiva, e sabbia e polvere si rimuovono in un attimo con l'aspirapolvere.
Niente di preoccupante.

Poi arriva il momento in cui la chiave gira nella serratura, ed eccoci a casa. La prima cosa che colpisce è che c'è un caldo pazzesco, il termometro segna 37°C. L'aria condizionata, da noi lasciata ovviamente accesa, funziona solo in camera da letto, ma poco e male. 
Oltre al caldo manca l'elettricità, e c'è un tremendo odore di marcio e di muffa. In salotto, il tappeto e il majlis ( il divano arabo, costituito da una specie di grossi cuscini appoggiati al pavimento) sono pieni di muffa. Le pareti, in corrispondenza delle grate dell'aria condizionata sono rigate di acqua. 
L'uomo della manutenzione, rintracciato dopo lunghe ricerche, racconta che durante l'estate c'è stato un incendio alla centralina elettrica del nostro piano. Come conseguenza di questo fatto, l'aria condizionata si è bloccata più o meno ovunque, c'è stata condensa, e dalle grate invece dell'aria fredda è venuta giù acqua.
Lui ci sta lavorando, assicura. Domani o dopodomani forse sarà di nuovo in funzione. Forse.

In serata, miracolosamente, il condizionamento funziona di nuovo, ed è possibile accendere la luce.
Il resto della casa è in uno stato pietoso. Il soffitto gocciola in bagno e in cucina, tutte le superfici sono ricoperte da una fanghiglia di polvere, sabbia e acqua, e anche nelle stanze dove non ci sono stati allagamenti è tutto umido.
Nei giorni seguenti l'uomo della manutenzione sistema il soffitto della cucina e pulisce le grate e i filtri del condizionatore. Li pulisce ( a mia insaputa) nella vasca da bagno, che terminata l'operazione è nera come la pece.
Il tappeto e il majlis finiscono nella spazzatura, puliamo.
Nel bagno degli ospiti il water è senza acqua, e sul fondo c'è uno strato di roba nera, mentre il resto del sanitario è ricoperto di piccoli moscerini morti.
In cucina, la perdita all'interno della parete è di nuovo attiva. Il muro è sempre più spanciato e pieno di muffa, e ogni volta che apriamo il rubinetto il pavimento si allaga.
Ogni notte veniamo inoltre svegliati tre o quattro volte dall'allarme antincendio. Il fatto è che i Bambini Terribili del palazzo, quelli che usano l'ascensore come gabinetto e tirano oggetti contro le porte degli appartamenti, hanno come hobby quello di tirare il campanello di allarme. Cinque o sei volte al giorno. Alla fine sono riusciti a romperlo, così l'allarme si aziona da solo e in continuazione.

A causa del lavoro del coniuge dobbiamo poi passare una settimana in città, ed è meraviglioso stare in hotel, in una stanza dove non c'è la muffa e di notte si riesce a dormire.
Siamo tornati a casa ieri sera. L'appartamento era più o meno come quando l'avevamo lasciato. "Nessuna nuova brutta sorpresa" ho scritto via mail a mia madre.
Ceniamo, laviamo i piatti e ci sediamo a guardare un documentario. Al termine riaccendiamo la luce, e vediamo passare in tutta tranquillità, sul tappeto superstite della sala, uno scarafaggio enorme.

Casa dolce casa. Qui urge trovare un altro appartamento o, in alternativa, un bravo esorcista.

mercoledì 31 luglio 2013

Capitoli estivi: Tunisi, che meraviglia

Sono arrivata in aeroporto con la mia borsa azzurra e senza altri bagagli, perchè se vai via solo due giorni i ricambi entrano anche nella borsetta. Indossavo un paio di pantaloni leggerissimi color crema e una camicia azzurra di cotone, comprata per l'occasione. Per completare il quadro sandali e un enorme cappello di paglia in testa, con tanto di fioccone azzurro, perchè un pizzico di follia non manca mai.
L'effetto finale doveva essere molto da turista americana, tanto che ai controlli aeroportuali a Malpensa gli addetti mi hanno parlato in inglese.
Vicino a me si è seduto un signore di 65 anni con i capelli bianchi e la pelle ambrata, che durante il breve volo mi ha raccontato la sua vita, il primo viaggio verso l'Italia alla ricerca di lavoro, negli anni '80, "quando il lavoro c'era", le esperienze come muratore, imbianchino e falegname.
Mi ha raccontato la prima volta che per tornare a casa ha preso l'aereo invece della nave ed è rimasto atterrito dagli scossoni, dalle turbolenze. E poi mi ha parlato della Tunisia, della sua Sousse dove ancora vive sua madre, e di quella Tunisi dove l'aereo sarebbe atterrato poco dopo.
Poi siamo rimasti in silenzio finchè non abbiamo intravisto la costa - il primo sguardo sull'Africa, per me - e poi l'aereo è atterrato.
 - Fai attenzione ai tassisti - mi ha poi detto il mio vicino, prima di sparire tra la folla - cercheranno di chiederti un prezzo molto più alto della normale tariffa.

Ho passato i controlli, ho trovato mio marito che mi aspettava agli arrivi, abbiamo contrattato il prezzo della corsa e siamo arrivati nel centro di Tunisi, nella medina, la città vecchia.
Ci siamo persi nel labirinto di stradine e infine abbiamo trovato il nostro alloggio, un'antica casa tradizionale restaurata e adibita a bed and breakfast, un posto insolito e bellissimo, che è servito da trampolino di lancio per immergermi nell'atmosfera di questa città meravigliosa.

Ho tante cose da dire su Tunisi. Sono arrivata piena di curiosità, per la città, per le persone, ma soprattutto perchè volevo fare il paragone col paese del Medio Oriente in cui vivo e scoprire un'altra sfaccettatura dell'aggettivo "arabo", parola che racchiude in sè universi paralleli e diversissimi.

A Tunisi non ho scattato foto. Avevo la macchina fotografica con me, carica e funzionante, ma non l'ho usata. Ci sono città che si mettono in posa e amano farsi fotografare. Fanno sfoggio dei loro monumenti e dei loro panorami e tu puoi scattare quante foto vuoi, perchè sai che quando avrai finito le statue e i paesaggi saranno sempre lì, uguali a se stessi, e tu potrai guardarli finchè vuoi.
Nella città vecchia di Tunisi i soggetti delle foto sono le persone, sono le scene che vedi per strada, l'uomo che divide la propria cena del Ramadan con un gatto randagio, il negoziante che contratta la vendita delle propria merce, i bambini che giocano a rincorrersi sulla strada acciottolata che si arrampica sulla collina. Avrei dovuto girare con la macchina fotografica in mano, fermarmi in continuazione per immortalare tutti quei frammenti di vita, arrabbiarmi perchè avevo perso l'attimo giusto per scattare e la scena era cambiata.
Quindi ho scelto di non fare foto ma di guardare soltanto, per non perdermi nulla.

A Tunisi era pieno Ramadan e abbiamo digiunato a pranzo, limitandoci a bere litri d'acqua nella penombra e nella frescura della nostra stanza. Abbiamo poi assaporato la cena tradizionale al ristorante, insieme ai Tunisini, al tramonto. Abbiamo assaporato i datteri che rompono il digiuno, gustato il brik con l'uovo all'interno, divorato l'agnello con l'okra e tutti gli altri squisiti cibi che accompagnano tradizionalmente questa festa.
Non è facile essere in un paese musulmano durante il Ramadan. Però, credetemi, ne vale la pena. E' un'esperienza bellissima, e sono lieta di averla potuta vivere, di aver potuto fare il confronto con il Ramadan mediorientale che ho vissuto lo scorso anno.

Ora non mi resta che dire com'è questa famosa città vecchia che mi ha tanto affascinata, e specifico subito che a colpirmi non è stata l'architettura o le opere d'arte (di cui comunque la città abbonda), ma l'atmosfera, che per la prima volta nella mia vita mi ha fatto sentire dentro Le città invisibili di Calvino.
Anzi, ve la racconto proprio così, come se fosse una di quelle del libro.

Le città e la memoria.
Arrivo a Tunisi al tramonto, quando il sole è ormai basso e una luce arancione si riflette sugli edifici, allungando le ombre dei minareti e facendo scintillare gli azulejos.
Il taxi mi ha lasciato in una piazza deserta, sono tutti a casa a cucinare e ad attendere la scomparsa del sole per poter cenare.
Trascinandomi dietro la valigia mi inoltro nel dedalo di viuzze acciottolate, tra i vicoletti bianchi di calce sormontati da archi e portici. Schivo il mucchio di spazzatura abbandonato ad un incrocio - delizia per i gatti e per le mosche - e il rigagnoletto di acqua sporca che corre al centro della strada. Vedo due gattini che corrono all'assalto dell'ennesimo mucchio di rifiuti maleodoranti, vedo gli edifici cadenti, che avrebbero urgentemente bisogno di essere restaurati. Mi chiedo che cosa sto facendo lì, cosa spero di trovare in mezzo al degrado.

Il giorno dopo vado in esplorazione. Giro l'angolo di una moschea, e la piazzetta che appare davanti ai miei occhi è uguale a quella che si trova nel mio sestiere, i vicoli sporchi all'improvviso sembrano quelli della mia città.
Svolto in una strada e mi arriva l'odore di segatura della bottega del falegname, lo stesso odore che sentivo da bambina quando andavo a trovare i nonni, l'odore della stanza a piano terra dove, in mezzo a pericolosi macchinari e a legni di tutti i tipi mio nonno intagliava, costruiva e intarsiava. L'odore che da quattro anni non sento più, e che è andato piano piano sfumando nella mia mente.
Passo accanto ad un portone e intravedo all'interno la bottega di un fabbro, con l'uomo che batte col martello sul ferro incandescente, e questo solleva in me dei ricordi, non so quali perchè oggi la professione è caduta in disuso ed è difficile trovare qualcuno che la pratichi, forse è solo la scena di un film che mi ritorna alla mente o la pagina di un libro che ho letto, ma è qualcosa che sento di possedere come ricordo.
Capito poi davanti alla bancarella delle spezie, dove il mucchio del peperoncino rosso fiammante sfiora quello della curcuma gialla, e dai lati pendono grossi mazzi di erbe profumate i cui aromi si inseguono e si accavallano nelle mie narici, ma non riescono a prevalere sulla fragranza dell'origano, proveniente da un grosso fascio appeso alla mia destra. Chiudo gli occhi e rivedo lo stesso mazzo appeso nella cucina della mia infanzia, in attesa che asciugasse per poterne poi conservare i fiori.

Mi aggiro nel negozio del vasaio, scintillante di terrecotte smaltate di mille colori, nella bottega dei tessuti, dove pesanti drappi ricamati pendono dall'alto e sfiorano le sete fruscianti appese sull'altro lato, entro nel negozio di profumi attratta dall'essenza di limone dal soave e pungente aroma, e tutto in me evoca ricordi e sensazioni, e mi chiedo se un pezzetto di Tunisi non sia inconsciamente dentro tutti noi, se quella città antica non sia che una collezione di ricordi che in Occidente stanno lentamente sbiadendo, le schegge di un mondo che una volta era anche nostro.

E ti viene l'ansia di poter perdere tutto questo, la paura che un giorno dei grattacieli sorgeranno proprio qui, spazzando via gli antichi edifici e i ricordi che vi sono aggrappati. Ti viene la voglia di portarti via tutto per nasconderlo e proteggerlo, vorresti portarti via i palazzi, i negozi, le persone, la silenziosa dignità dell'uomo che chiede a tuo marito di potergli pulire le scarpe, per strada, e gioisce delle poche monete che chiede in cambio.

Poi i due giorni finiscono, e devi ripartire.
Una settimana dopo, la Tunisia è di nuovo al centro dei fatti di cronaca, e non riesci a capacitarti del fatto che pochi giorni prima tu eri lì. E ti viene un'ansia nuova, come se il fatto non fosse solo una notizia del telegiornale ma coinvolgesse persone che conosci, luoghi che ami.
Ti rendi conto che c'è stato il colpo di fulmine e quella città, nel bene e nel male, resterà sempre nel tuo cuore.

lunedì 29 luglio 2013

Capitoli estivi, parte prima

Sono salita sull'aereo alle due del mattino, dopo aver passato quattro ore seduta su una seggiolina a leggere e a combattere contro il sonno. Mi sono sistemata come meglio potevo e ho cercato di dormire, con scarsi risultati. Quanto sono scomodi i sedili della economy class? piccoli, rigidi, ed ero anche senza cuscino a causa di uno "sciopero della società che gestisce la lavanderia", come ha annunciato con voce indecisa la hostess al microfono.
Impossibile ranicchiarsi, impossibile trovare un qualunque punto rialzato dove poggiare le gambe, e ovviamente impossibile reclinare il sedile.
Le ore si sono sgranate lente, e finalmente siamo atterrati a Roma, dove ho fatto una corsa per prendere l'aereo successivo.
Mentre la hostess si scusava per "uno sciopero della società che fa le pulizie" (cartacce ovunque) siamo decollati per il brevissimo volo, e caspita, che bello essere seduti accanto al finestrino in una giornata limpida. Ecco i soffioni boraciferi delle Colline Metallifere, il golfo di La Spezia, il promontorio di Sestri Levante, che da lassù sembrava un sassolino, Chiavari e Lavagna, l'autostrada che appare e scompare tra le colline.. e poi sono atterrata.
Sono uscita dall'aeroporto e ho respirato profondamente quell'aria fresca che sa di sale, di basilico, di timo, di lentisco, che ha il profumo dell'ardesia e delle spiagge di ciottoli.
Ho riabbracciato i genitori, ho guardato con gioia un paesaggio familiare dove la sabbia è solo in spiaggia e nemmeno tanto spesso, ho gustato di nuovo i piatti della mia regione cucinati in loco, quel sapore che all'estero non sono mai riuscita a ricreare uguale.

Poi sono andata all'anagrafe per rinnovare la carta d'identità che era scaduta. Ho aspettato un'ora e mezza, poi finalmente è arrivato il mio turno.
Ho detto all'impiegata che sono iscritta all'AIRE, lei ha guardato il computer e ha spalancato gli occhi, come se vivere all'estero fosse una cosa eccezionale e mai capitata prima. Mi ha chiesto conferma del paese e gli occhi le si sono riempiti di palme, di acque cristalline e spiagge candide, di ricchezza e sfarzo e di tutti gli stereotipi che accompagnano il paese del Medio Oriente dove abito.
Aveva il mio indirizzo sotto il naso, ma sapevo che nonostante questo la domanda sarebbe arrivata. E infatti poco dopo mi chiede:

- Senta.. ma com'è vivere nella Grande e Famosa Città?

Cioè, hai il mio indirizzo davanti agli occhi. Io non vivo lì. Abito a 300 km di distanza, in pieno deserto, in un posto dove l'unico lusso è quello di avere l'aria condizionata che funziona quando fuori ci sono 50°C. Ma non c'è niente da fare, per gli Italiani lo stato dove abito viene identificato con quella città, non esiste che possano esserci altri posti.
Stavo per dirle che a casa mia devo mettere le bacinelle in giro per le stanze perchè i soffitti gocciolano, che ci sono gli scarafaggi enormi, che le finestre sono bloccate e lasciano entrare chili di sabbia.
Poi non l'ho fatto perchè sarebbe stato un discorso lungo e inutile e chissà, magari per lei fantasticare sulle spiagge e sui grattacieli di cristallo era un modo per far passare un'altra noiosa giornata di lavoro.

- E' bellissimo - le ho detto.

Lei ha continuato a sorridere. Poi si è accorta di aver messo una riga nera sullo stato civile e sulla professione, si è scusata e ha detto che si poteva anche lasciare così. Ho controllato che almeno il nome ci fosse, e sono uscita.

venerdì 21 giugno 2013

Questioni oleose, uno sfogo

I miei ricordi di bambina sono indissolubilmente legati alla casa di campagna dove vivevamo all'epoca. 
Il terreno comprendeva parecchie piante di ulivo, e durante l'anno era una gioia veder apparire i fiorellini bianchi (che si depositavano poi a quintali sulle scale) e poi i piccoli, preziosi frutti, che maturavano giorno dopo giorno diventando sempre più grossi e turgidi. 
Infine, in autunno, un intero weekend (a volte di più) veniva dedicato alla raccolta, sia delle olive già cadute sulle reti arancioni diposte da mio padre, sia di quelle ancora attaccate al ramo. Ricordo molte ore passate a raccogliere i piccoli frutti caduti, esaminandoli uno ad uno per controllare che non fossero ammuffiti o bacati. Ricordo la sensazione che si prova schiacciando tra le dita un'oliva matura, la sua consistenza, il suo odore, la sua pastosità. Le olive venivano poi raccolte in grossi sacchi o in cassette di legno e portate quindi al frantoio, dove mio padre si metteva in fila dietro "a qualcuno che so che non usa pesticidi" perchè il nostro olio fosse il più genuino possibile.
Infine portavamo a casa le latte o le bottiglie con l'olio nuovo, e nei giorni successivi organizzavamo un pranzo con i parenti perchè potessero godere con noi del piccolo tesoro appena racimolato.

L'olio d'oliva ha sempre avuto un'importanza particolare nella mia famiglia. Non è solo l'unico grasso utilizzato per cucinare, ma anche qualcosa di intrinsecamente prezioso, una sorta di oro liquido da usare senza sprechi.
"Se non hai nulla, tranne un bicchiere di olio d'oliva, allora non sei completamente povero" soleva dire mio nonno, e in famiglia si racconta la storia della mia bisnonna, che, colpita negli anni '50 da appendicite acuta (diagnosticata erroneamente dal medico condotto come un problema alle ovaie) si salvò bevendo dei cucchiaini d'olio d'oliva "buono" che il mio bisnonno andò a prendere apposta per lei dai contadini sulle colline. Forse la guarigione è dipesa dalla sua fibra robusta e non dall'olio, ma la vicenda ha comunque donato un'ulteriore patina di eccezionalità al succo dei piccoli frutti dell'olivo.

L'olio d'oliva, sempre e solamente extravergine, è quindi un cardine della mia tradizione culinaria. Ho imparato ad usare solo ed esclusivamente quello per qualunque tipo di preparazione (eccettuati i dolci), frittura inclusa. L'olio di girasole o quello di arachide vengono "tollerati" ma utilizzati in modo assai sporadico, ed escusivamente in ricette particolari. Tutti gli altri olii nella mia famiglia sono sempre stati guardati con disgusto e mia nonna racconta spesso, con tono carico di pietà, come una sua conoscente utilizzasse l'olio di sansa di oliva, da lei considerato il massimo dell'orrore alimentare.

Poi sono venuta qui, e qui, si sa, è un altro mondo.
Nello scaffale degli olii dei supermercati la parte riservata a quello d'oliva è piuttosto esigua e le bottiglie più grandi non superano il litro. Per qualche tempo ho comprato l'olio extravergine di oliva siriano, ma purtroppo le bottiglie di quella casa produttrice hanno spesso un problema che ne rende quasi impossibile l'apertura, quindi recentemente sono passata all'olio con la marca del supermercato, che dall'etichetta dovrebbe provenire da un paese europeo.
Olio extravergine di oliva, dice la composizione. Apro la bottiglia, lo annuso. Profumo quasi inesistente. Il colore è scialbo, non l'oro intenso con note verdi che conosco.
Ne verso un poco nella pentola, e non posso fare a meno di pensare che non ho mai visto un olio di oliva così liquido, e continuo a ripetermi cento volte, che sì, è sicuramente colpa della temperatura. La temperatura, certo. La temperatura. La temperatura....

Il resto dello scaffale degli olii è uno spettacolo poco edificante. Olio di lino e di canola in grande quantità, ma chi la fa da padrone è l'olio di palma, che non è proprio un toccasana. Anche le poche bottiglie di olio di girasole e di arachide secondo l'etichetta sono addizionate con l'olio di palma.

Il ristorante italiano del centro commerciale mette in bella vista, in caso qualche cliente fosse interessato all'acquisto, una latta da cinque litri che porta l'orgogliosa scritta "Olio di sansa di oliva italiano", come se fosse il non plus ultra della produzione italiana. E' una questione di mentalità.

Ma non resteremo qui per sempre, e questo mi ricorda un pomeriggio, durante il nostro viaggio in Australia, in cui abbiamo percorso una strada di campagna che costeggiava alcuni campi coltivati. Io guardavo pigramente fuori dal finestrino, e ad un tratto ho avuto un balzo al cuore: un oliveto. Quelli sono olivi, indubbiamente, riconosco l'albero anche ad occhi chiusi.
In Australia producono l'olio d'oliva, e questo è confortante, mi fa sentire quest'isola così lontana e diversa molto più vicina al mio cuore.
Trasloco, ti sto aspettando.

lunedì 3 giugno 2013

Modi alternativi per occupare una serata

Erano le 8.30 di sera di qualche giorno fa, e io ero comodamente seduta sul divano davanti al computer.
La cena era stata preparata e consumata, i piatti lavati e la cucina riordinata. I panni erano stati tutti stirati e riposti negli appositi cassetti, per cui non avevo nulla che disturbasse il mio stato di quiete e stavo solamente aspettando che mio marito scegliesse un film da guardare in serata.
E poi , d'un tratto, plick.
"Plick" è un suono che da quando vivo qui decisamente non sopporto. Perchè sì, magari è solo il diffusore della doccia che sta rilasciando qualche gocciolina, ma di solito non è così.
Plick.
Al secondo plick mi sono alzata, e sono andata in cucina, dove il soffitto ogni tanto si diverte a gocciolare. Ma la bacinella che uso per arginare il fenomeno non recava tracce di acqua, quindi il gocciolio aveva un'altra origine. 
Vado nel bagno dove il coniuge aveva appena fatto la doccia, ma il diffusore sembrava asciutto. 
A quel punto poteva essere solo il soffitto del bagno piccolo, che già mi aveva dato tantissimi problemi e per cui già avevo chiamato l'addetto alla manutenzione del palazzo ( che mi aveva allagato mezza casa).
Entro nella stanza ed eccola lì la maledetta goccia, quella che cade proprio nell'angolino dove è impossibile mettere un qualunque recipiente.
Plick.
Il soffitto gocciolava, e si udiva, attutito, un gocciolio più lontano e sinistro, il rumore di acqua che si stava accumulando da qualche parte sopra al soffitto.
L'ultima volta che ho trascurato la faccenda mi sono ritrovata con una lampada al neon piena d'acqua, un bagno allagato e tutte le scatole di cartone dei detersivi da buttare, perchè da un momento all'altro la raccolta di liquido sopra al soffitto è venuta giù di colpo.

Dopo un breve consulto abbiamo deciso di chiamare immediatamente l'addetto, che avrebbe lo stesso fatto un macello, ma almeno non nel cuore nella notte e senza danneggiare (si spera) il soffitto o le luci.
L'uomo è arrivato, ha guardato il gocciolio, si è astenuto da commenti tipo: "Perchè non ci mettete un secchio?" (come aveva fatto in questa occasione), ha diagnosticato una perdita dal sistema di condizionamento e se n'è andato.

Avete presente i condizionatori che ci sono in Italia, quelli che scegli tu al negozio e che ti vengono montati in un angolo della stanza? ecco, qui funziona diversamente. Il sistema di condizionamento è "di serie", tutte le case vengono costruite con degli appositi condotti all'interno dei muri che fanno uscire l'aria fredda dalle grate presenti in tutte le stanze.
- Wow, che meraviglia - ho pensato quando sono arrivata qui, per poi ricredermi dopo pochi mesi. Questo sistema fa acqua da tutte le parti, e non solo in senso figurato. Le perdite sono all'ordine del giorno e la scommessa è sempre trovare qualcuno che le sistemi senza compromettere l'agibilità dell'appartamento.

L'addetto è tornato dopo pochi minuti. Con l'attrezzatura necessaria? macchè, ovviamente no. Mi ha chiesto un coltello, dopodichè è salito sul water e ha iniziato a scardinare le lastre metalliche che compongono il soffitto.
Splash.
Dopo il plick, lo splash è il secondo rumore che odio. O il primo, dipende dai punti di vista. Plick è minaccioso, e fa presagire un futuro allagamento. Quando arriviamo a splash l'allagamento è in corso.

Il tizio ha armeggiato ancora un po', quindi ha dichiarato che tutto era a posto ed è andato via. 
"Tutto a posto" significa pavimento del bagno con due centimetri buoni d'acqua mista a polvere, ragni e pezzetti di roba nera di cui ho preferito non sapere la natura. Stendo un velo sulle condizioni delle pareti, del water e degli altri sanitari. Per fortuna almeno avevo tolto il tappetino. Una cosa fradicia in meno.

Un'ora dopo i sanitari erano stati lavati, e il pavimento era pulito e più o meno asciutto.
Cosa c'è di meglio di una doccia calda per rilassarsi e dimenticare i soffitti gocciolanti? Ho aperto l'acqua e mi sono abbandonata all'azione tranquillizzante e confortevole dell'acqua calda. 
Al termine, corroborata, ho afferrato l'asciugamano pulito che avevo appena tirato fuori dal cassetto e mi sono vigorosamente asciugata, passando poi in camera da letto per rivestirmi. Mi guardo distrattamente allo specchio, e vedo una cosa scura sulla mia spalla. Sgrano gli occhi, guardo meglio, senza avere il coraggio di guardare direttamente il mio corpo. Non è possibile. 
Mi continuo a ripetere che non può essere quello che sembra, ma l'evidenza spazza via ogni dubbio. 
Sulla mia spalla c'è la zampa, anzi, la zampona, di uno scarafaggio. La zampa posteriore di una Periplaneta Americana adulta, per essere precisi. Eccola lì, con gli artiglietti e tutte quelle protuberanze che le permettono di muoversi a velocità fulminea.

Poi mi rendo conto che non ho finito di vestirmi e sono ferma impalata davanti allo specchio con una zampa di blatta sulla spalla, persa nell'osservazione anatomica della stessa. 
Oddio, che schifo. Corro nuovamente sotto alla doccia. Quando ne esco la mia testa è piena di domande.
Come è arrivata questa zampa sulla mia spalla? E il resto del corpo dov'è? Non è possibile che fosse sull'asciugamano, ho fatto la lavatrice due giorni fa! e poi ho riposto tutto nei cassetti dove da mesi tengo la biancheria della casa. Non è possibile che ci fossero le blatte dentro.
Il dubbio però s'insinua, e corro a controllare. Ecco, il cassetto è pulito, non ci sono blatte. 

Poi guardo meglio, e vedo quello che la carente illuminazione della stanza non mi aveva permesso di vedere prima. In un angolo, semi mimetizzata col colore del legno, c'è una blatta, morta da un bel po'. Probabilmente è entrata lì dentro mesi fa, quando la casa pullulava di queste bestie, simpatiche portatrici di salmonelle, enterobatteri e altre schifezze.
- Keep calm and relax. E' solo un insetto morto - continua a dirmi la mia testa. 

Ho lavato tutto a fondo, cassetto incluso. In fin dei conti se non siamo morti quando la casa ne era piena sicuramente una singola blatta, e per di più morta, non può essere un pericolo così grosso per la nostra salute. O almeno basta crederci.

sabato 1 giugno 2013

Arabo approssimativo, ovvero come rapportarsi con i bambini

"Hameme" è una delle prime parole di Arabo che ho imparato. A dire il vero non sono proprio sicurissima che sia hameme, potrebbe essere anche hamemi. In ogni caso, in qualunque modo io la pronunci i bambini corrono alla finestra, perchè hameme vuol dire colombo, piccione, e quando sei abituato a vedere un panorama composto esclusivamente di sabbia anche un volatile di passaggio poggiato sul cornicione diventa interessante.
Un'altra parola utile è "halas", pronunciata con una forte aspirazione iniziale. Halas vuol dire "basta", e, con intonazione diversa, è utile sia per chiedere ai figli della mia amica A. se hanno finito di bere il succo di frutta, sia per lanciare un urlo ai Bambini Terribili del palazzo quando iniziano a fare qualcosa di molesto, come lanciare oggetti contro la porta del mio appartamento.

Le parole si possono imparare, ma la verità è che io non so l'Arabo, e vivendo nella penisola arabica questo è un grosso problema, se si ha necessità di comunicare con dei bambini.

Ogni volta che vado a trovare A., passo buona parte della mattinata a giocare con la Principessa, la terzogenita duenne. All'inizio è stato davvero difficile. Lei mi metteva in mano i librini, quelli per bambini piccoli con le pagine di cartone spesse spesse, e pretendeva che glieli leggessi. 
Purtroppo io i libri in Arabo so a malapena da che parte si aprono, figuriamoci il resto. Un paio di volte ho provato ad inventarmi la storia e a raccontargliela in Inglese o in Italiano, ma come mi sentiva parlare le sue sopracciglia si inarcavano in un'espressione di preoccupazione. Perchè l'amica della mamma non parla la mia lingua?
Poi, col passare del tempo ha capito che c'erano problemi linguistici. Non so in che grado questo le sia chiaro, ma non mi ha più proposto di leggere i librini. 
Un giorno stavo parlando con A., e la Principessa voleva giocare. E' entrata in cucina, dove eravamo noi, e ha iniziato a dirmi: "Tali, tali!!".
Vedendo che le sue parole non avevano effetto mi ha preso la mano e mi ha trascinata in salotto. Come mi ha detto poi A., "tali" vuol dire "vieni".

Io e lei abbiamo poi inventato i nostri giochi, che non necessitano di spiegazione: quando la Principessa afferra il rotolo di scotch da pacchi vado subito a sedermi ad una delle estremità del corridoio, perchè so che di lì a poco lei si siederà dal lato opposto e giocheremo a tirarci lo scotch facendolo rotolare sul pavimento.

Un giorno, passando vicino alla finestra ho visto che un uccellino si era poggiato sul cornicione.
- Tali habibti, hameme! - ho detto alla Principessa.
Lei è corsa a vedere, ha fatto un gran sorriso all'uccellino e poi mi ha abbracciato, dandomi la certezza che anche senza conoscerne la lingua è possibile entrare nell'universo magico e incantato dei bambini.